Scoperta la bottiglia di olio di oliva più antica del mondo. Nell’ambito di una collaborazione con il Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli “Federico II”, il CNR ed il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), i ricercatori del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali (DiSTABiF) dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, hanno condotto una ricerca che ha portato alla scoperta della bottiglia di olio di oliva più antica al mondo.

L’idea di analizzare il reperto, trovato presso il MANN, è venuta nel 2018, quando si stava girando, sotto la guida del Dott. Alberto Angela, un servizio per SuperQuark, sui magnifici depositi del museo, che custodiscono migliaia di reperti rinvenuti soprattutto (ma non solo) a Pompei, Ercolano e in altri siti sepolti dalla drammatica eruzione del 79 d.C..

In questa occasione fu notata una bottiglia di epoca Pompeiana, coricata in una cassetta polverosa, all’interno della quale si trovava un materiale solidificato in perfetto stato di conservazione. La bottiglia si trovava nel Museo dal 1820, quando era stata scoperta durante alcuni scavi di età Borbonica e collocata in questi sterminati depositi assieme a migliaia di altri reperti. Il reperto era stato trovato insieme ad una forma di pane rinvenuta integra negli scavi: messi così, riproducevano fedelmente, e in modo sorprendente, un affresco pompeiano che rappresenta, appunto, una forma di pane e una bottiglia di olio d’oliva.

Si decise insieme al direttore del museo, prof. Giulierini, di eseguire accurate analisi scientifiche, per comprendere la natura e le caratteristiche del contenuto di quella bottiglia, conservata per anni e anni, dapprima sotto le ceneri dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e poi nei depositi del Museo.
Le ricerche sono state condotte da un team multidisciplinare, coordinato dal Professore Raffaele Sacchi della Università di Napoli “Federico II”, ed hanno visto la partecipazione dell’Università Vanvitelli ed in particolare del gruppo di ricerca guidato dal professor Carmine Lubritto del DiSTABiF.

I ricercatori hanno potuto dimostrare, grazie all’utilizzo di diverse tecniche multielementali e multidisciplinari, l’autenticità di quel campione di olio di oliva. In particolare, presso il laboratorio di spettrometria di massa isotopica iCONa del DiSTABiF, ed in collaborazione con il laboratorio LABEC – CHNet di Firenze dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il gruppo del professore Lubritto è riuscito a datare, con estrema accuratezza, il reperto nel periodo [4-90https://www.nature.com/articles/s41538-020-00077-w

A pochi giorni dall’inaugurazione del nuovo viadotto sul Polcevera a Genova, ENEA, l'Università Vanvitelli con i Politecnici di Torino e Milano e le Università di Pisa, Padova, Perugia, Camerino e Messina hanno dato vita al Consorzio Fabre, che metterà in campo gli esperti più qualificati e le tecnologie più avanzate per monitorare e valutare lo stato di salute delle infrastrutture stradali del nostro Paese e per promuovere e coordinare le attività che riguardano la classificazione del rischio strutturale e ambientale.

Il crollo del ponte Morandi di Genova, nell’estate del 2018, ha scosso notevolmente l’opinione pubblica, non solo per l’elevato numero di vittime coinvolte, ma anche per la rilevanza dell’opera, che ha portato alla ribalta l’annoso problema dello stato di salute del patrimonio infrastrutturale italiano. 

Per contribuire al complesso processo finalizzato al monitoraggio e alla valutazione dello stato di salute delle infrastrutture stradali del nostro Paese, il Consorzio Fabre, attraverso il lavoro di esperti qualificati e l’impiego di tecnologie avanzate, intende promuovere e coordinare le attività che riguardano la classificazione del rischio strutturale e ambientale dei ponti. Oltre alla verifica, il controllo e il monitoraggio delle infrastrutture, rientrano tra le finalità principali lo sviluppo e l’utilizzo di tecniche innovative negli interventi di riparazione e/o miglioramento di ponti, viadotti e, in generale, delle costruzioni esistenti, con l’obiettivo di favorire il trasferimento dei risultati della ricerca scientifica e tecnologica agli enti pubblici e privati che gestiscono le infrastrutture stradali e alle comunità professionali. Le attività costituiranno importante volano anche per lo sviluppo di nuove attività di ricerca negli atenei coinvolti, attraverso l’impegno di numerosi studiosi e ricercatori ed il potenziamento dei centri di ricerca e laboratori attualmente esistenti. 

Per l’Università della Campania, le attività del Consorzio Fabre saranno coordinate dal Prof. Ing. Gianfranco De Matteis, professore ordinario di Tecnica delle Costruzioni presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale. 

La startup MoreSense impegnata nel campo delle nanotecnologie applicate alla sensoristica, ha messo a punto un prototipo in grado di riconoscere e misurare il Sars-Cov-2, in meno di 10min. MoreSense, installata presso l’Hub tecnologico Filarete a Milano, nasce da uno spin-off di Copernico srl, società presente da oltre 15 anni nel settore del risanamento ambientale e del dipartimento di Ingegneria dell’Ateneo Vanvitelli che da dieci anni effettua ricerca sui biosensori ottici.

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Si tratta della realizzazione di un nuovo metodo di rilevazione del Sars-CoV-2 che consentirà di ridurre drasticamente tempi e costi delle misure e che in particolare permetterà di raccogliere i risultati in una banca dati via internet.

I test preliminari di laboratorio sono stati eseguiti presso l’Ospedale San Luca di Lucca su tamponi positivi e negativi al Sars-CoV-2.

L'originalità e la novità scientifica della proposta risiede nel fatto di avere uno strumento innovativo, italiano, che presenta una sensibilità uguale o inferiore a quello dello standard attualmente utilizzato (RT-PCR), con una serie di vantaggi quali:

  • testare potenzialmente diverse matrici, biologiche e non: saliva, sangue, tamponi, BAL, acque reflue, acque potabili etc;
  • rilevare il virione integro nella matrice biologica e non l’RNA;
  • avere un metodo semi-quantitativo della “carica virale” (numero di virioni/mL) con la possibilità di archiviare automaticamente i dati per analisi statistiche.

Il nuovo sensore potrà contribuire alla sicurezza in ambito sanitario e nella gestione organizzativa delle attività sociali. La qualità della proposta è legata alla possibilità di “censire” i soggetti potenzialmente infetti, di farlo in modo rapido, accurato, ripetibile e a basso costo.

“Sono diversi anni che alla comunità scientifica dei sensori ottici stiamo proponendo, più che sensori innovativi, una tecnologia innovativa ha spiegato Nunzio Cennamo, ricercatore del dipartimento di ingegneria dell'Ateneo vanvitelli - Infatti, stiamo da tempo proponendo, sulla falsa riga della filosofia dei personal computer, sensori personalizzati, per diversi campi applicativi, composti da una parte universale (una piattaforma in fibra ottica) ed una riprogrammabile (polimeri a stampo molecolare). L’emergenza COVID-19 è l’applicazione su larga scala dove questa tecnologia forse potrà esprime al meglio le sue reali potenzialità, sia per questa emergenza che per quelle future, nonché per tanti altri campi applicativi.”

Il sensore per la determinazione di SARS-CoV-2 è costituito da un trasduttore a fibra ottica plastica basato sulla Risonanza Plasmonica di Superficie (Surface Plasmon Resonance, SPR) e da un recettore polimerico sintetico (Molecular Imprinted Polymer, MIP).

Tali recettori sintetici sono molto resistenti, a basso costo e in grado di lavorare in range ampio di pH e temperatura. Lo strumento include una sorgente di luce, il sensore ed uno spettrofotometro USB collegato ad un PC o tablet.

La prossima sfida per la giovane azienda riguarda l’entrata nel mercato attraverso la produzione in serie dei dispositivi di misura. Questa delicata fase vedrà l’azienda siglare accordi con il mondo produttivo ed economico-finanziario per affermare il nuovo standard nel più breve tempo possibile. Tra i soggetti che hanno mostrato interesse allo sviluppo della start-up c’è il Gruppo IntesaSanpaolo con Innovation Centre.

Qual è il ruolo che il ghiaccio marino gioca sull’emissione dell’anidride carbonica atmosferica? A dare risposta a questa domanda una ricerca innovativa, guidata dal Professore Chris Fogwill della Keele University e pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Nature Geoscience (https://www.nature.com/articles/s41561-020-0587-0), che mostra il ruolo cruciale che la banchisa gioca sul controllo della CO2 atmosferica nei periodi passati di veloci cambiamenti climatici. Tra i ricercatori partecipanti allo studio, anche Mauro Rubino, docente del Dipartimento di Matematica e Fisica della Vanvitelli.

Vediamo nel dettaglio.

“La banchisa, detta anche ghiaccio marino, è una massa di ghiaccio galleggiante che si forma per il congelamento dell'acqua dell'oceano a causa delle basse temperature – spiega il docente della Vanvitelli. Le banchise più grandi si trovano nel Mar Glaciale Artico e nel Mar Glaciale Antartico, dove sono permanenti. A causa delle enormi quantità di acqua e della loro superficie, il comportamento delle due grandi banchise artica e antartica può avere una notevole influenza sui cambiamenti climatici”.

Il gruppo di ricerca ha dimostrato che le variazioni stagionali delle dimensioni della banchisa causa un aumento della produttività biologica marina attorno all'Antartide. La conseguenza è un aumento della quantità di CO2 che viene "assorbita" dall'oceano in epoche di aumento della temperatura globale, qual è il periodo attuale.

Fin dagli inizi dell'epoca industriale, il mar Glaciale Antartico ha catturato circa la metà della quantità totale di CO2 emessa dall'uomo in atmosfera. Risulta quindi fondamentale capire i processi che regolano questa cattura. I ricercatori hanno soffermato la loro attenzione su un periodo del passato, durante la transizione dalla fine dell'ultimo periodo glaciale (terminato circa 20000 anni fa) all'attuale periodo caldo (cominciato circa 10000 anni fa), nel quale si ebbero rapidi cambiamento della quantità di CO2 in atmosfera. Durante questa "deglaciazione", la CO2 atmosferica vide aumentare la sua concentrazione in maniera continua, eccetto per una pausa circa 14600 anni fa. La comprensione delle cause di questa pausa, un processo in grado di rallentare l'aumento di CO2 nell'atmosfera, potrebbe avere conseguenze fondamentali nella lotta ai cambiamenti climatici.

“La pandemia di COVID-19 ha dimostrato che è possibile ridurre l'aumento di CO2 in atmosfera – continua Rubino - . Ma è chiaro che bisogna trovare metodi alternativi, compatibili con lo sviluppo economico della società. In quest'ottica, le tecniche di sequestro di CO2 nel mare potrebbero dare un contributo importantissimo al raggiungimento degli obiettivi dell'Accordo di Parigi”.

Ma quale fu la causa di questa esplosione di microrganismi fotosintetici? Il gruppo di ricerca ha usato dei modelli matematici innovativi per mostrare che le variazioni stagionali della banchisa in Antartide causò il rilascio di nutrienti con conseguente aumento dei microrganismi e dell'attività di fotosintesi. L'inclusione di questi processi nei modelli usati per effettuare previsioni sui cambiamenti climatici futuri costituisce un passo fondamentale per la riduzione dell'incertezza associata alle previsioni e lo sviluppo di politiche di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici.

Il gruppo di studiosi ha campionato ghiaccio in un'area del continente Antartico denominata "Patriot Hills", dove il ghiaccio antico conserva una traccia dei cambiamenti climatici passati. Queste tracce sono composte, per esempio, dal tipo di microrganismi che abitavano l'oceano migliaia di anni fa. I risultati dello studio hanno mostrato un aumento del numero e della diversità delle specie viventi marine in grado sottrarre CO2 dall'atmosfera tramite il processo di fotosintesi. Questo suggerisce che è stato l'aumento dei microrganismi fotosintetici a causare la pausa nell'aumento di CO2 atmosferica registrata nel periodo deglaciale.

Più di 25 ore di lezioni svolte, 175  studenti connessi in piattaforma online e laboratori pratici home made. Il lockdown non ha fermato le attività del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali Biologiche e Farmaceutiche. Anzi. Nonostante la distanza, gli studenti hanno comunque potuto seguire le lezioni del laboratorio di metodologie morfologiche, attraverso lezioni online, video, tutorial, schede didattiche, classroom interattive, esercitazioni.

Il laboratorio è stato curato dalle docenti Di Fiore, Ciniglia, Pinelli. 

Avvio del progetto TRANSDAIRY finanziato dall'UE

Il 23 ottobre 2020 si svolgerà tramite Microsoft Teams il kick-off meeting del progetto TRANSDAIRY ('TRANSborder Key Enabling Technologies and Living Labs for the DAIRY value chain'), finanziato dall'Unione Europea nell'ambito del Programma medico ENI CBC (http://www.enicbcmed.eu)

Nel corso di 30 mesi, il progetto creerà Living Labs per la filiera del latte, nelle aree delle biotecnologie e delle TIC. I Living Labs, destinati principalmente a giovani e donne, sosterranno la creazione di nuove aziende e attività economiche attraverso l'adozione di tecnologie emergenti applicate alla filiera del latte dal livello aziendale fino alla consegna ai consumatori. Il progetto fornirà supporto finanziario per la creazione di start-up, registrazione di brevetti, pubblicazioni, corsi di formazione e workshop in un totale di 8 living labs distribuiti in tutta l'area mediterranea (Italia, Libano, Grecia e Tunisia).

TRANSDAIRY, coordinato dall'Università della Campania Luigi Vanvitelli (Italia), si propone di potenziare il trasferimento tecnologico tra ricerca, industria e PMI nei settori Key Enabling Technologies applicate alla filiera del latte, attraverso la creazione di Living Labs, l'incremento di capacità istituzionali e lo sviluppo della intelligenza di mercato per la sostenibilità e il consolidamento degli spin-off.

 

Il budget totale del progetto è di 3,8 milioni di euro con un contributo dell'UE di 3,4 milioni di euro (90%).

La partnership include istituti di ricerca, organizzazioni governative e PMI, come di seguito:

  • Italia: Università della Campania Luigi Vanvitelli, Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto di Scienze dell'Alimentazione, Kontor 46
  • Grecia: Università di Agraria di Atene, Istituto di comunicazione e sistemi informatici
  • Tunisia: Agenzia per la promozione degli investimenti agricoli, Agenzia per la promozione dell'industria e dell'innovazione, Scuola superiore per ingegneri di Medjez El Bab
  • Libano: Istituto di Ricerca Industriale, Fondazione Berytech

IL PROGRAMMA ENI CBC Med

Il programma ENI CBC del Bacino del Mar Mediterraneo 2014-2020 è un'iniziativa multilaterale di cooperazione transfrontaliera (CBC) finanziata dallo Strumento Europeo di Vicinato (ENI). L'obiettivo del programma è promuovere uno sviluppo economico, sociale e territoriale equo e sostenibile, che possa promuovere l'integrazione transfrontaliera e valorizzare i territori ed i valori dei paesi partecipanti. I seguenti 13 paesi partecipano al Programma: Cipro, Egitto, Francia, Grecia, Israele, Italia, Giordania, Libano, Malta, Palestina, Portogallo, Spagna, Tunisia. L'Autorità di Gestione (MA) è la Regione Autonoma della Sardegna (Italia). Le lingue ufficiali del programma sono arabo, inglese e francese. Per ulteriori informazioni, visitare: www.enicbcmed.eu 

 

 

CONTATTI

Per informazioni aggiuntive, contattare il coordinatore del Progetto Prof. Luigi Zeni - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. +39 3208110833

Informazioni aggiuntive sul progetto sono disponibili  sulla seguente pagina http://www.enicbcmed.eu/projects/funded-projects

Il trasferimento tecnologico delle innovazioni sviluppate dai gruppi di ricerca universitari verso il mondo industriale richiede, per potersi compiutamente realizzare, particolari competenze personali e capacità di mediazione fra le aspettative di due universi così diversi e distanti fra loro come quello accademico e quello industriale.

L’esperienza del prof. Apicella, Ordinario di Scienza e Tecnologia dei Materiali e Responsabile dell’Advanced Materials Lab  del Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale del Nostro Ateneo, raccontata nella "vetrina delle innovazioni" di Città della Scienza ne è un esempio:
http://www.cittadellascienza.it/cina/china-italy-innovation-showcase-protesi-ortopediche-personalizzate-ed-impianti-dentali-con-stampa-3d/#.

Il “racconto” sarà oggetto, il prossimo 24 giugno alle ore 17, di un'intervista con il prof Apicella, in diretta facebook, alla quale parteciperà anche il prof. Sergio Minucci, delegato del nostro ateneo per l'internazionalizzazione e di un rappresentante dell’Università Sant’Anna di Pisa che ha svolto, con il suo Istituto Galilei che ha sede stabile in Cina nell’Università di Chongqing, un ruolo rilevante e decisivo in questo progetto internazionale creando le opportunità ed offrendo le basi logistiche ed organizzative in Cina.

Questa esperienza è nata e si è sviluppata grazie al programma di internazionalizzazione dei sistemi ricerca-innovazione del nostro Ateneo, il prof. Apicella ha saputo valorizzare la propria ricerca sui bio-materiali ibridi e sulla biomeccanica e biomimetica, già oggetto di convenzioni di ricerca e di trasferimento tecnologico in Italia, con una serie di seminari e visite presso Atenei ed Aziende Cinesi attraendo l’attenzione dell’Accademia e dell’Industria Cinese su questo argomento.

Ne è nata, anche grazie a contributo essenziale del Sant’Anna di Pisa con il quale il nostro Ateneo ha un accordo di cooperazione, una rete di collaborazioni con Atenei ed Aziende Cinesi che ha permesso di creare le basi operative per il trasferimento tecnologico delle nostre metodologie di progettazione e di produzione di protesi ortopediche ed impianti dentali personalizzati con le tecniche di progettazione biomimetica e con tecnologie intelligenti di Industria 4.0 come l’ additive manufacturing (stampa 3D). 

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Un super computer capace di elaborare un numero incredibile di dati per applicarli all'informatica, alle smart cities, all'ambiente, all'economia, alla chimica, all'ingegneria, alla fisica.  Si chiama V:HPCCRI ed è la nuova grande attrezzatura dell'Università Vanvitelli, una delle più all'avanguardia del Sud Italia, di cui si è dotato il  Dipartimento di Ingegneria. Una infrastruttura di Calcolo ad Elevate prestazioni dedicato ad offrire, seguendo il paradigma del Cloud Computing, servizi di Calcolo estremamente performanti, per i ricercatori del Dipartimento, dell’ Ateneo e della rete delle Strutture di Ricerca Italiane afferenti al GARR.

Questo super computer sarà inaugurato e presentato all'Ateneo e al mondo della ricerca il prossimo 30 settembre, alle ore 10.30, presso il Dipartimento di Ingegneria ad Aversa.

"L'acquisto di questa grande attrezzatura di Ateneo – spiega il Rettore della Vanvitelli, Giuseppe Paolisso – rientra nel nostro Progetto V:ALERE, uno strumento di valorizzazione e promozione delle attività di Ricerca, su cui l'Ateneo, a partire dal 2017, investe risorse crescenti. Obiettivo di V:ALERE sono le idee e i giovani: stimolare le giovani menti a credere nelle proprie capacità e nel valore della Ricerca, ma anche consentire in prospettiva un salto di qualità dell’Ateneo. Una infrastruttura come questa di cui si è dotato il Dipartimento di Ingegneria darà la possiblità a tanti ricercatori di effettuare studi e ricerche di altissimo livello in numerosi campi diversi".

Il lavoro di questo super cervellone consiste infatti nel raccogliere ed elaborare enormi moli di dati (Big Data), eventualmente anche da fonti differenti, effettuando su queste ricerche mirate allo studio della stessa Intelligenza Artificlale , ma anche alle applicazioni per le Smart Cities, a quelle per migliorare la qualità dell'Ambiente, all'analisi economica e dei social media , dalla Genomica alla genetica medica e all’oncologia, dal monitoraggio ed analisi di dati da reti elettriche, idriche, di telecomunicazioni fino agli ambiti più tradizionali quali la Fisica, la Chimica, la Meteorologia, lo studio del Clima, l'Astronomia e l'Astrofisica, la Fusione Nucleare, il Calcolo Numerico, i Calcoli strutturali.

"La ricerca oggi, in tutti i campi, dipende sempre di più dalla possibilità di raccogliere, gestire ed elaborare un gran numero di dati (BigData Analytics) – spiega il direttore del dipartimento Furio Cascetta - L’obiettivo di V:HPCCRI è dotare il Dipartimento di Ingegneria e l’ Università della Campania di una infrastruttura di Calcolo ad Elevate prestazioni (High Performance Computing), in grado di offrire servizi di calcolo orientati alla ricerca, offrendo una infrastruttura di Ricerca dedicata, ma che possa comunque essere condivisa con altre comunità accademiche e scientifiche, mantenendo la possibilità di definire liberamente le proprie politiche di gestione dei dati e rimanendo proprietari dei dati raccolti".

Locandina Inaugurazione

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Il monitoraggio del radon emesso nell’area dei Campi Flegrei per un lungo periodo offre nuovi dati per la valutazione della reale estensione dell’area interessata dai fenomeni idrotermali, rivelandosi anche un potenziale indicatore dell'evoluzione di una crisi vulcanica.

Con uno studio durato sette anni, dal 2011 al 2017, un team di ricercatori del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università degli Studi della Campania “L. Vanvitelli”, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) hanno monitorato il radon emesso in due siti della caldera dei Campi Flegrei i cui risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista Scientific Reports di Nature nell'articolo 'Continuous radon monitoring during seven years of volcanic unrest at Campi Flegrei caldera (Italy)'.

Negli ultimi anni, l'interesse della comunità scientifica internazionale verso lo studio dell'emissione di radon come tracciante di fenomeni endogeni naturali (attività sismica e vulcanica) è cresciuto considerevolmente. Tuttavia, il segnale del radon monitorato nei suoli, è influenzato da molti fattori ambientali i cui effetti possono essere eliminati quando viene registrato su un lungo periodo.
Gli studiosi hanno preso in considerazione la caldera dei Campi Flegrei che dal 2004-2005 è caratterizzata da sollevamento del suolo, sismicità, cambiamenti nella composizione dei fluidi fumarolici e un aumento generale dell'emissione di fluidi vulcanico-idrotermali.

Per la misura del radon sono state utilizzate due stazioni di rilevamento progettate e realizzate dai ricercatori dell’INFN. Nell'ambito di una collaborazione con l'INGV, i due prototipi sono stati installati ai Campi Flegrei in due siti distanti da 1 a 4 km dalla zona della Solfatara e di Pisciarelli, dove la fenomenologia in corso è più evidente. Gli strumenti hanno acquisito in modo automatico per un periodo di 7 anni fornendo una serie unica di dati di radon e parametri ambientali.

“I dati acquisiti sono stati analizzati mediante tecniche matematiche innovative finalizzate ad estrarre dal segnale la parte controllata dai processi endogeni” spiega Fabrizio Ambrosino, matematico dell’Università della Campania. 

I risultati sono stati confrontati, poi, con gli indicatori dell’attività idrotermale della caldera, tra cui il tremore sismico generato dalla fumarola di Pisciarelli, i valori complessivi della sismicità, la massima deformazione verticale del suolo acquisita dalle reti GPS durante l'attuale fase di sollevamento. Le lunghe serie di dati evidenziano una forte correlazione del radon con segnali indipendenti e i risultati finali sono stati di notevole interesse.
“I dati ottenuti dallo studio ci hanno portato a valutare che l'area interessata dagli attuali fenomeni è più estesa dell'area in cui si verifica la sismicità e dove sono ubicate le principali manifestazioni dell'attività idrotermale, a Pisciarelli e Solfatara” afferma Flora Giudicepietro, vulcanologa dell'INGV e coautrice dello studio.
“I segnali del radon mostrano, infatti, variazioni nel tempo ben correlate con i più classici parametri geofisici e geochimici regolarmente monitorati ai Campi Flegrei” aggiunge Giovanni Chiodini, geochimico dell’INGV e coautore della ricerca. 

“Questi risultati rappresentano una novità assoluta nello studio della caldera Flegrea e segnano un significativo passo in avanti nell'uso e nell'interpretazione del segnale del radon indicando come lunghe serie temporali, opportunamente filtrate dagli effetti dei parametri ambientali, costituiscono un ottimo strumento aggiuntivo nel monitoraggio dell'attività vulcanica”, conclude Carlo Sabbarese fisico dell’Università della Campania e primo autore della ricerca.

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