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Intervista con il Prof. Andrea Fiorillo - Docente in Psichiatria, Università della Campania "Luigi Vanvitelli" e Presidente della Società Italiana di Psichiatria Sociale

"Mamma ho shoppato!" - "Raga ci hanno killato di brutto!" - "Abbiamo buildato!" - "C’è un nuova skin superbella!" 
Sempre più spesso, nelle case degli italiani sentiamo neologismi o parole apparentemente senza senso!

 

Professore, cosa sta succedendo?

Si tratta spesso di ragazzi che stanno giocando, magari con le cuffie e a voce alta, a Fortnite, un videogioco sviluppato da Epic Games nel 2017 che ha raggiunto oltre 120 milioni di giocatori in un solo anno in tutto il mondo.

Quali sono i rischi di questo videogioco?

Il gioco presenta due modalità di partecipazione: come gioco di sopravvivenza, in cui fino a quattro giocatori combattono contro creature simil-zombie, oppure come gioco di squadra, in cui fino a 100 giocatori combattono tutti contro tutti. Da un punto di vista sociale, Fortnite è attualmente il gioco più diffuso tra gli adolescenti; secondo stime recenti, fino a 40 milioni di persone giocano a Fortnite in un mese. Con Fortnite il rischio di dipendenza comportamentale sembra essere aumentato rispetto agli altri videogiochi, in quanto la partecipazione contemporanea di circa 100 giocatori prevede un confronto continuo con gli altri giocatori e il desiderio costante di poterli sconfiggere.

E le conseguenze?

Fortnite è stato recentemente criticato perché si associa a numerose perdite economiche per i giocatori (ad aprile 2018, Epic Games ha incassato 296 milioni di dollari) e al rischio di adescamento da parte di pedofili (significativa è la storia di un dodicenne di Liverpool a cui erano state chieste foto di nudo).

Ci sono dei ragazzi a maggiore rischio?

I fattori di rischio più importanti sono l’atteggiamento degli adolescenti verso il gioco, la modalità di utilizzo del videogioco e le caratteristiche di personalità e temperamentali del giocatore, indipendentemente dai contenuti e dalle caratteristiche dello specifico videogioco. Accade spesso che i ragazzi dimenticano l’importanza dei contatti sociali diretti, dando una maggiore importanza al mondo virtuale piuttosto che alla vita reale. Si tratta di persone introverse, chiuse, con poche relazioni sociali e alti livelli di narcisismo (la sconfitta al gioco viene percepita come una sconfitta personale).

Da un punto di vista clinico, quali rischi corrono i ragazzi?

Qualche settimana fa, in Gran Bretagna, una bambina di 9 anni ci ha giocato in maniera ininterrotta, non dormendo per una intera giornata e aggredendo fisicamente i genitori quando le hanno impedito di connettersi ad Internet. Questo episodio, insieme a numerosi altri occorsi soprattutto in USA e in Giappone, ha destato numerose preoccupazioni a livello mondiale, in quanto ha messo in luce il rischio di alcuni videogiochi di diventare una forma specifica di dipendenza comportamentale. Inoltre, le sessioni di Fortnite sono relativamente brevi (in media 20-25 minuti), per cui i giocatori tendono a “inseguire” le perdite, un po’ come si fa nei casinò con le slot machine.

Professore, si può parlare di un disturbo mentale vero e proprio?

Nell’ultima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (International Classification of Diseases, ICD-11), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha inserito il “Gaming disorder” nel capitolo delle dipendenze comportamentali, definendolo come “un pattern persistente o ricorrente nel comportamento da gioco che si manifesta quando viene data priorità ai videogiochi su altri interessi e attività quotidiane, e proseguimento dell’attività videoludica nonostante il verificarsi di conseguenze negative”. Secondo l’OMS, la dipendenza da videogiochi può determinare un “significativo danno personale, familiare, sociale, educativo e/o professionale“. Si tratta della prima volta in cui un disturbo legato ai videogiochi viene ufficialmente riconosciuto dalla comunità medica come diagnosi specifica.
Il riconoscimento di questo disturbo tra le sindromi comportamentali ha messo in evidenza per la prima volta l’impatto negativo che l’uso continuativo e smodato dei videogiochi può avere sulla salute mentale. Non a caso, il servizio sanitario nazionale britannico ha annunciato iniziative per i bambini vittime dei videogiochi.

Cosa possono fare i genitori?

Il riconoscimento della diagnosi del gaming disorder rappresenta senza dubbio il primo step in un processo volto a migliorare le capacità diagnostiche relative a tali comportamenti disfunzionali e a mettere a punto interventi specifici per tale disturbo. Tuttavia, è bene sottolineare l’importanza di evitare inutili e pericolosi allarmismi contro i videogiochi; in alcuni casi è sufficiente che i genitori mantengano un controllo sulle modalità di gioco dei propri figli, cogliendo i segnali di allarme e intervenendo in maniera tempestiva e appropriata. Solo nei casi più seri, è bene ricorrere allo specialista.

 

 

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A napoli torna la campagna nazionale sull’hs “che nome dai alle tue cisti?”: visite gratuite per chi soffre di cisti, noduli e lesioni dolorose nella zona inguinale o ascellare. Consulti dermatologici gratuiti per i malati di Idrosadenite suppurativa.

Venerdì 22 Giugno a Napoli la nuova tappa della Campagna nazionale informativa e di sensibilizzazione sull’Idrosadenite suppurativa (HS), denominata “Che nome dai alle tue cisti?”, che promuove visite dermatologiche gratuite su prenotazione.
“Che nome dai alle tue cisti?” vede coinvolte 30 strutture ospedaliere ed universitarie su tutto il territorio nazionale in cui gli specialisti dermatologi saranno a disposizione per aiutare chi soffre di HS ad iniziare un percorso di cura presso i centri ospedaliero-universitari che hanno un ambulatorio dedicato ad una patologia ancora oggi misconosciuta e di difficile diagnosi.
L’HS infatti si manifesta con la formazione di cisti, noduli, ascessi e lesioni dolorose nelle aree inguinale, ascellare, perianale, dei glutei e sotto il seno e, meno frequentemente, sul cuoio capelluto, collo, schiena, viso e addome. Il quadro clinico non è sempre facile da riconoscere e può simulare delle comuni “cisti sebacee”o essere scambiata per altre patologie (acne, follicoliti). L’idrosadenite suppurativa è una patologia misconosciuta, molto dolorosa e difficile da diagnosticare. Proprio la difficoltà di diagnosi causa a volte il peggioramento dei pazienti.
Venerdì 22 Giugno presso la Clinica Dermatologica dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, diretta dal Professor Giuseppe Argenziano, chi soffre di HS potrà usufruire di una visita gratuita previa prenotazione.

Per prenotare telefonare al numero 392 8077216 dal lunedì al venerdì dalle ore 9,00 alle ore 17,00.
“Nella nostra Clinica – afferma il Professor Giuseppe Argenziano, responsabile della Clinica Dermatologica dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli – abbiamo un ambulatorio multidisciplinare dedicato ai pazienti affetti da idrosadenite suppurativa in modo da garantire la continuità di assistenza e di trattamento. In particolare la diagnosi e la stadiazione vengono effettuate sia clinicamente mediante scores specifici sia attraverso l’utilizzo di un ecografo con cui stabiliamo la gravità della malattia e valutiamo la risposta al trattamento. Una volta definita la diagnosi e già in occasione della prima visita, il dermatologo si avvale del consulto di altri specialisti fisicamente presenti nella nostra Clinica, quali il chirurgo (per le medicazioni avanzate e l’eventuale rimozione chirurgica di aree cutanee infiammate), il nutrizionista (per l’impostazione di un corretto regime dietetico che consenta anche di ridurre l’infiammazione tessutale) e lo psicologico (per la valutazione dei disturbi cognitivi eventualmente associati). E’ inoltre possibile il confronto con altre figure professionali, quali il ginecologo, il gastroenterologo e il reumatologo, qualora fosse necessaria una consulenza specialistica di questo tipo. Grazie a questo approccio multidisciplinare, il paziente affetto da idrosadenite suppurativa, fin dalla prima visita, entrerà a far parte del gruppo di sostegno con il dermatologo e tutte le altre figure di cui eventualmente ha bisogno, in modo da promuovere l'attività di assistenza sanitaria con un piano di comunicazione integrata”.

“Che nome dai alle tue cisti?” è Patrocinata da Inversa Onlus, l’associazione italiana per i pazienti affetti di idrosadenite suppurativa (HS) nata per sopperire alle necessità e difficoltà dei malati legate alla gestione di una patologia cronica invalidante. L’associazione, fondata nel 2010 da Giusi Pintori, sostiene proattivamente ogni singolo malato, fornendo informazioni e sostegno, con l’obiettivo di aiutare le persone a vivere meglio.

La Campagna “Che nome dai alle tue cisti?” è realizzata grazie al contributo incondizionato di Abbvie.

Per ulteriori informazioni: www.chenomedaialletuecisti.it


L’HS

L’HS (idrosadenite suppurativa), conosciuta anche come malattia di Verneuil, è una malattia cronica non contagiosa e molto dolorosa che colpisce circa l’1% della popolazione mondiale.

La patologia si manifesta con la formazione di cisti e lesioni dolorose nelle aree inguinale, ascellare, perianale, dei glutei e sotto il seno e, meno frequentemente, sul cuoio capelluto, collo, schiena, viso e addome. Le lesioni sono recidivanti e sono costituite da noduli infiammati, raccolte ascessuali, e tragitti fistolosi che esitano in cicatrici permanenti.

L’HS, oltre ad essere molto dolorosa e invalidante nei movimenti, causa un grave e negativo impatto psicologico in chi ne soffre perché costituisce un grave handicap nella vita lavorativa, sociale e sessuale di chi ne soffre.

Le cause dell’HS non sono ancora note ma la malattia provoca l’ostruzione dei follicoli piliferi con conseguente diffusione dell’infiammazione alle ghiandole “apocrine” presenti nelle pieghe cutanee. Spesso infatti, nella fase iniziale della malattia, le lesioni vengono considerate come peli incarniti.

Pur potendosi manifestare a qualsiasi età l’HS si sviluppa normalmente negli adulti con esordio intorno ai 20 anni di età e la possibilità di sviluppare la patologia è maggiorie per le donne rispetto agli uomini.
Alcuni studi hanno dimostrato una componente ereditaria: circa un terzo delle persone affette da idrosadenite suppurativa ha membri familiari con la stessa diagnosi. E’ inoltre dimostrata la correlazione tra HS e obesità e abitudine al fumo.

Benchè, l’interessamento cutaneo sia predominante, l’HS è una malattia infiammatoria che può associarsi ad altre patologie generali in cui c’è un’alterazione del sistema immunitario quali: artrite, psoriasi, morbo di Crohn, acne in forma grave, depressione, disfunzioni metaboliche.

L’HS può colpire in modo differente in forma lieve o in forma grave. In forma lieve si presenta con piccoli noduli o foruncoli mentre nei casi più gravi si possono creare delle fistoli ascessualizzate con secrezione di pus e altro materiale organico maleodorante che rende davvero invalidante la qualità di vita dei pazienti.

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I campioni olimpici Jury Chechi e Antonio Rossi testimonial speciali per una giornata di formazione dei caregiver dei malati di Parkinson.  Il Centro Parkinson e Disordini del Movimento, Prima Clinica Neurologica dell'Azienda universitaria ospedaliera Vanvitelli - in collaborazione con l'Associazione Parkinson Parthenope - organizza un progetto educativo al fianco di chi si prende cura delle persone con malattia di Parkinson. Il progetto si chiama "Un campione per caregiver" e vedrà un pomeriggio di formazione mercoledì 21 novembre, dalle 14.45 alle 18.30,  a Napoli, nell'Aula PM2 del Policlinico di Piazza Miraglia. 
"Anche per esperienza personale - ha detto il campione Jury Chechi - posso dire che il caregiver va formato e allenato, sia dal punto di vista psicologico e fisico, all’assistenza al malato".

In Italia sono circa 3 milioni i caregiver, soprattutto donne tra i 45-55 anni, che quotidianamente si prendono cura di un familiare non autosufficiente.
CAREGIVING è una parola di derivazione anglosassone difficile da tradurre e da definire nella lingua italiana: significa “prestare cure” a qualcosa o qualcuno che ne ha necessità. Il CAREGIVER è colui o colei che si prende cura del malato e molto spesso tale ruolo è svolto dal familiare più prossimo (marito, moglie, convivente, fratelli, figli) che si assume la responsabilità della cura e dell'assistenza del congiunto.
La funzione di caregiver è un compito a volte imprevisto e determinato dallo stato di necessità senza conoscere bene la patologia di base, la sua evoluzione e ciò che comporta la gestione della quotidianità.

Il corso di formazione “Un campione per caregiver” vedrà la partecipazione di neurologi, riabilitatori e psicologi che affronteranno le principali problematiche che nella quotidianità di un paziente affetto dalla malattia di Parkinson si devono affrontare, non sottovalutando l’enorme carico emotivo e psicologico che lo stesso caregiver deve affrontare. È quindi necessario che il caregiver si prenda cura di sé stesso, cercando un equilibro tra la propria vita sociale e l’impegno assistenziale.

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Il digiuno: croce e delizia degli italiani. Un popolo che ama il buon cibo è però attratto anche da questo nuovo fenomeno che sta imperversando sempre di più nella vita di molti, alla ricerca del benessere psico-fisico. È davvero il digiuno la risposta giusta?
Scopriamolo con il prof. Marcellino Monda, docente di Fisiologia dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli.

Come mai si assiste a questo nuovo fenomeno sociale? Ignoranza o consapevolezza?

I tentativi per arginare l’obesità e il sovrappeso dilaganti nel nostro paese, specialmente nell’Italia meridionale, portano ad assumere degli atteggiamenti a volte scorretti, che nascono dal desiderio di avere tutto e subito per quanto riguarda la riduzione del peso corporeo. La prova costume spaventa, soprattutto nel periodo pre-vacanza, e quindi ci si mobilita per mettere in atto strategie per ridurre il peso corporeo. Bisogna tener presente, però, che le metodiche idonee per promuovere una sana riduzione del peso corporeo devono essere affidate a persone esperte. Si può ridurre il peso anche in modo significativamente rapido, purché sia fatto in modo controllato: il digiuno completo non è contemplato.

Si sente spesso parlare di metabolismo, ma non sempre se ne parla in maniera corretta. Quali sono i processi metabolici che si innescano dopo un periodo di digiuno prolungato?


Un soggetto che digiuna sviluppa i corpi chetonici, prodotti dal fegato. La loro produzione è un importante sistema di salvataggio che il corpo attua contro il digiuno. Se nell’immediato ciò non comporta un grosso problema, nel lungo termine può portare ad una situazione di chetosi a cui è legata una certa sensazione di malessere. Oltretutto, sviluppare i corpi chetonici e stare a digiuno completo per vari giorni implica per il corpo cominciare a digerire anche le proteine muscolari, che fanno parte di quella quota di massa magra che deve essere sempre preservata. Molti approfittano della produzione di corpi chetonici in senso anoressizzante, sfruttando cioè la riduzione indotta della sensazione di fame, ma non tutto ciò che permette di ridurre la sensazione di fame è detto che sia salutare. Anche l’utilizzo di molti farmaci a questo scopo è fortemente sconsigliato.
Digiuni fatti in modo sconsiderato a lungo termine provocano inoltre dei deficit nutrizionali di vario tipo e, a seconda dell’intensità e/o dell’esclusione di alcuni alimenti rispetto ad altri, le patologie che ne possono conseguire diventano più o meno importanti.

Esiste un digiuno alternativo fatto in maniera intelligente che possa comportare dei benefici reali per l’organismo?

Un digiuno cosiddetto “modificato” inteso come pasto alternativo da sostituire ad un pranzo o ad una cena completi è fortemente raccomandato nel contesto di un regime dietetico controllato. Questo tipo di digiuno alternativo consiste nell’assunzione di un pasto poco calorico come, ad esempio, 300 g di verdura o di ortaggi poco calorici e 200 g di frutta (per essere precisi, un bel frutto grande o due frutti più piccoli), generalmente due volte a settimana, per un regime sia dimagrante sia anche di mantenimento. Ciò risulta essere assolutamente differente rispetto al digiuno inteso come tale perché viene elusa la formazione dei corpi chetonici. Il beneficio primario è quello di avere una riduzione calorica tempestiva che consente all’organismo di reagire meglio alla dieta dimagrante. L’organismo si adatta molto facilmente alle diete monotone, e il digiuno modificato all’interno di uno schema dietetico controllato consente di ottenere una quota calorica ondulante alla quale l’organismo si adatta di meno. Far ruotare gli alimenti in questo modo permette inoltre di evitare carenze nutrizionali per quanto riguarda qualche nutriente essenziale, essendo certi di avere un apporto sufficiente di tutti i metaboliti necessari per le funzionalità del nostro organismo in un dato momento. In ultima analisi, senza dubbio non è di minore importanza e non va ignorata la componente edonistica: mangiare in modo variato consente di non perdere il piacere di mangiare.

Un capitolo a parte sono gli individui che praticano sport, sia in maniera agonistica sia non agonistica. Può spiegarci meglio la questione?

Agli atleti è fortemente sconsigliato il digiuno perché, sia che si trovino in fase di preparazione sia che siano in fase di campionato, la carenza di zuccheri indotta dal digiuno, oltre ad indurre l’ossidazione lipidica come fonte energetica primaria, favorisce anche il catabolismo proteico per ottenere ulteriore energia. Ciò è chiaramente in contrasto con l’esigenza dell’atleta di preservare la massa muscolare, e può instaurare nell’organismo una condizione di acidosi. Anche chi pratica sport in maniera non agonistica deve seguire un regime dietetico analogo a quello dell’atleta, con le dovute modificazioni, perché l’intensità dello sforzo e il sovraccarico metabolico-funzionale durante l’attività sportiva è analoga a quella dello sportivo vero e proprio.

Quali sono i suoi consigli per chi vuole perdere peso in maniera sana, non solo durante il periodo estivo, ma proprio come stile di vita?

Consiglierei innanzitutto di assicurarsi di introdurre ogni giorno una porzione di verdura, frutta e/o ortaggi che hanno colore diverso tra di loro e mangiare ogni giorno tutti e cinque i colori del benessere: il bianco del cavolfiore o della mela, il rosso del pomodoro o dell’anguria, il verde delle verdure a foglie verdi, il giallo-arancio della carota e il blu-viola dell’uva nera o della melanzana. All’interno di uno schema dietetico controllato, consiglierei inoltre, come già detto, di fare due volte alla settimana un cosiddetto pasto alternativo poco calorico, con frutta e verdura. Non utilizzerei nemmeno la parola digiuno, che è fuorviante dal punto di vista dell’immaginario comune. Un regime dietetico deve avere senza alcun dubbio anche la sua parte di piacere, e sicuramente una bella insalata di pomodori, una mela annurca oppure una bella insalata verde e una coppa di fragole dà anche visivamente una certa soddisfazione.

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L'esposizione solare ha importanti effetti positivi sull’organismo: stimola la produzione della vitamina D, rinforza le ossa e le difese immunitarie, è un buon antidepressivo. Tuttavia i raggi ultravioletti possono provocare anche danni a pelle e occhi, come eritemi, ustioni, invecchiamento cutaneo, tumori, cheratiti, cataratta e altri. Per questo è fondamentale preparare la pelle al sole ed esporsi in maniera adeguata, seguendo delle piccole regole che possono variare in base all’età ed alle caratteristiche della pelle.

Esporsi in maniera graduale
Molti studi hanno dimostrato che l’esposizione solare eccessiva, soprattutto durante l’infanzia è legata ad una maggiore incidenza nello sviluppo di melanoma in età adulta. E’ dunque fondamentale proteggere i bambini con prodotti solari adeguati e nel caso di pelle più chiara - fototipo basso - utilizzare anche magliette e capellini per evitare scottature. Anche gli adulti, tuttavia, devono seguire delle piccole regole per evitare di procurare danni alla propria pelle: oltre alla scelta di una crema con filtri di protezione UVA e UVB (20 bassa , 30 media e 50 alta protezione) adatta al proprio fototipo, non bisogna dimenticare che l’applicazione deve essere ripetuta più volte durante il giorno e che è sempre necessario evitare l’ esposizione durante le ore più calde della giornata (12.00 -15.00). 

Esfoliare la pelle sì, ma nei momenti giusti
L’utilizzo degli scrub e dei gommage per esfoliare e preparare la pelle al sole può essere certamente utile. Non bisogna trascurare, tuttavia, che con l’utilizzo di questi prodotti la cute diventa più sensibile, per cui è preferibile non usarli nei giorni immediatamente precedenti alle esposizioni solari.

Idratarsi
Una pelle elastica ed idratata è la complice di una corretta abbronzatura.  Idratare è la parola d’ordine per mantenere la pelle in un buono stato, e per questo è fondamentale usare sempre crema idratante durante il giorno e/o applicare le creme doposole. Entrambi i prodotti contengono gli stessi ingredienti fondamentali e cioè acqua, sostanze grasse (di origine vegetale come l’olio di mandorla o il burro di karité o minerale), altri idratanti e umettanti, come la glicerina. La differenza si osserva sopratutto nell’uso di alcuni ingredienti secondari che possono avere una leggera azione rinfrescante e lenitiva, come aloe, bisabololo, pantenolo, mentolo, nella consistenza, generalmente più leggera, e nella profumazione, che spesso nei doposole ricorda quella dei prodotti solari.

Autoabbronzanti sì/ autoabbronzanti no
Le creme autoabbronzanti colorano gli strati superficiali della pelle grazie a una reazione chimica: il diidrossiacetone, principio attivo della crema autoabbronzante, reagendo in modo reversibile con una proteina che si trova negli strati superficiali della pelle, la cheratina, fornisce alla pelle un colorito più bruno. La reazione è diversa da quella dell’abbronzatura, che è data dall’aumento di produzione di melanina, un pigmento naturale prodotto dalle cellule dell'organismo specializzate a questo scopo. Tuttavia, per ottenere il miglior risultato dall’uso dell’autoabbronzante deve essere applicato su cute ben detersa ed idratata, così da evitare il fastidioso “effetto macchia”. Nel caso di pelle sensibile, tuttavia, è sempre opportuno testare il prodotto in piccole aree prima di distribuirlo su tutto il corpo così da prevenire reazioni irritative e/o allergiche.

La giusta alimentazione
I cibi complici della salute della pelle e più adatti da consumare nel periodo estivo sono quelli ricchi di betacarotene e vitamine come la A, E e C: via libera a carote, albicocche, pomodori, meloni, sia per il loro effetto protettivo nei confronti dei raggi solari sia per la loro azione antiossidante. Esistono in commercio, inoltre, integratori alimentari di vitamina C, come l'astaxantina, la luteina, il betacarotene, che possono aiutare a rinforzare le auto-difese della pelle e dei capelli e unghie, ed a ridurre il danno prodotti da un'eccessiva esposizione al sole.

A cura di Elisabetta Fulgione, Specialista in Dermatologia e Venereologia e docente all'Università Vanvitelli.

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L’offerta assistenziale del Polo Ostetrico-Ginecologico dell’Università Vanvitelli si arricchisce di un nuovo servizio: “Madri oltre il tumore”, è questa la denominazione del centro nato per offrire alle giovani donne con problematiche oncologiche un unico punto di riferimento nel quale trovare tutte le risposte ai loro quesiti e bisogni riproduttivi.
A fronte del costante aumento del numero di persone che si ammalano di cancro, i programmi di prevenzione e diagnosi precoce e le nuove terapie mediche e chirurgiche consentono tassi sempre maggiori di guarigione e sopravvivenze sempre più lunghe. Aumenta pertanto il numero di donne in età riproduttiva che affrontano e superano il percorso di cure oncologiche: per queste, oltre all’obiettivo prioritario della guarigione dal tumore, è doveroso considerare e rispettare il loro desiderio riproduttivo. Occorre pertanto dare risposte reali alle tante domande che si pone la donna con patologia tumorale: “il cancro può compromettere la mia fertilità? i trattamenti che ricevo possono compromettere la mia capacità riproduttiva o di avere un figlio sano? Posso preservare la mia fertilità? Quando posso provare ad avere una gravidanza? Se ho un tumore in gravidanza, che scelte devo fare?”. Dopo una malattia devastante come un tumore, il sapere di avere delle chance riproduttive è un forte messaggio positivo: già si è superato il tumore e si guarda oltre, si guarda al ritorno a una vita normale con tutti i suoi desideri ed aspettative.
I temi da affrontare in una donna malata di cancro che pensa a un progetto genitoriale sono pertanto complessi e multiformi. Finora la donna è andata in centri, anche di eccellenza, che però hanno affrontato le singole problematiche: la terapia del tumore, o la preservazione della fertilità, o la gestione della gravidanza. L’offerta assistenziale ottimale è invece la creazione di un unico centro che ha la capacità di fornire risposte organiche e complessive a tutte le problematiche, dalla scelta terapeutica, alla preservazione della fertilità, alla programmazione della gravidanza, al seguire la gravidanza ed infine ai controlli post-partum. Questo è realizzabile in una struttura di riferimento nella quale operi, in maniera integrata, un’equipe multidisciplinare costituita da tutte le figure professionali necessarie per far sì che la donna possa condividere i suoi timori, contenere le angosce, ricevere comprendere ed elaborare informazioni corrette ed esaurienti per compiere scelte consapevoli nel complesso percorso che va dalla preservazione della fertilità fino all’espletamento del parto: il ginecologo esperto in Medicina della Riproduzione e in Oncologia Ginecologica, l’Embriologo, l’Oncologo medico, l’andrologo, l’urologo, lo psicologo, il chirurgo.

Il centro è rivolto quindi sia a donne con diagnosi di tumore prima di iniziare le terapie oncologiche, sia a donne in gravidanza con diagnosi di tumore in atto, sia a donne guarite dal tumore con desiderio riproduttivo, ed ha lo scopo di fornire innanzitutto un punto di riferimento per tutte i quesiti della donna e della coppia rispetto ai temi dell’impatto delle terapie oncologiche sulla fertilità e sull’eventuale gravidanza in atto, della strategie per preservare la fertilità, del timing riproduttivo; ma anche di offrire le professionalità e le tecnologie più avanzate per la preservazione fertilità (crioconservazione liquido seminale, crioconservazione ovociti, crioconservazione tessuto ovarico), per la chirurgia “fertility sparing”, per la gestione del tumore nella gravidanza e della gravidanza dopo il tumore, per i controlli oncologici dopo la gravidanza. Insomma, una nuova realtà assistenziale di conforto e speranza per tutte le donne che si sono ammalate, ma che non vogliono abbandonare il progetto di essere “Madri oltre il tumore”.

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Visite gratuite sulla vista fino al 29 giugno. "La prevenzione non va in vacanza", parte la campagna di prevenzione delle patologie oculari per aiutare a tutelare la vista anche d'estate, in collaborazione con la clinica oculistica dell'Università della Campania Luigi Vanvitelli, l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità e Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Provinciale di Napoli. Tra i temi affrontati, l’invecchiamento retinico e le patologie degli annessi causate dall’eccessiva esposizione solare; la frequentazione delle piscine e del mare; l’uso di lenti appropriate (con filtri fotoselettivi di prova); la corretta informazione su come idratarsi e alimentarsi adeguatamente per proteggere la vista; la scelta migliore delle lenti a contatto e il loro utilizzo durante i mesi estivi; le allergie e i fastidi agli occhi legati ad ambienti climatizzati e i relativi possibili rimedi (con la distribuzione di integratori e lacrime artificiali offerte dalle aziende farmaceutiche). La campagna estiva di prevenzione è stata patrocinata dai Comuni di Napoli, Pozzuoli e Meta, nonché dal CUS Napoli (Centro Universitario Sportivo) e dall’Ordine Regionale dei Giornalisti della Campania, oltreché con il fondamentale apporto dell’Ottica Sacco e di altre case farmaceutiche.

18-19 giugno: Piazza Vittoria, Napoli (ore 16-19.30)
20-21 giugno: Parco a Mare, Bagnoli (ore 10-14)
22-25 giugno: CUS Napoli, Via Campegna, Napoli (ore 15.30-19)
27-28 giugno: Piazza Ricordo, Pozzuoli (ore 16-19.30)
28-29 giugno: Meta (ore 10-14)

 

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Venerdì 27 e sabato 28 aprile si terrà presso Villa Doria D’Angri il consueto corso di aggiornamento “Argomenti di Gastroenterologia”, giunto alla XX edizione, organizzato dal Prof. Gabriele Riegler dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, a cui sono stati riconosciuti 12 Crediti Formativi. Il Corso prevede quattro sessioni.

Nella prima si riprenderanno gli argomenti della 1 ^ edizione analizzando cosa è cambiato in venti anni (Reflusso gastroesofageo, Cirrosi epatica, Trapianto di fegato e Patologia del Tenue).
Nella seconda sono previsti interventi su attualità recenti in particolare nuove terapie sia mediche che chirurgiche per la malattia di Crohn (uso di cellule staminali sulle quali la Vanvitelli è uno dei centri all’avanguardia in Italia) e la colonscopia robotica nuova prospettiva in campo endoscopico. Si discuterà anche della più recente terapia marziale e del ruolo di patologie di importazione (Malaria e Parassitosi intestinali).
La terza sessione è dedicata ad argomenti di impatto sociale e di segno diverso: si parte dall’esperienza di “Surgery for Children” nei paesi in via di sviluppo, passando al peso dell’alcol, del fumo e degli stupefacenti sull’apparato digerente, all’influenze culturali/religiose sull’alimentazione ed infine, di particolare importanza per i costi della spesa sanitarie, il ruolo delle “mode” in gastroenterologia. 
Infine la quarta sessione del sabato mattina è come d’abitudine monotematica quest’anno dedicata al timing chirurgico, vale a dire il momento in cui il medico deve porre l’indicazione chirurgica, per sottolineare l’importanza della interdisciplinarietà in questo caso tra gastroenterologo e chirurgo. Gli argomenti trattati saranno: patologia emorroidaria, diverticoli del colon, la malattia di Crohn, i calcoli della colecisti, l’ernia jatale e l’obesità. 

E’ auspicabile il successo dell’iniziativa anche per l’abituale clima informale e soprattutto per la qualità dei relatori tutti esperti e punti di riferimento degli argomenti trattati.

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“Innovazioni Tecnologiche in Chirurgia”. Questo il nome del Convegno internazionale, presieduto da Ludovico Docimo, Ordinario di Chirurgia Generale dell’Università Vanvitelli, che si terrà a Napoli il 22 e 23 giugno presso l’Hotel Royal Continental di Napoli.

"Se per alcuni aspetti le innovazioni sembrano rendere l’intervento più semplice e sicuro, per altri sostengono la nobile ambizione di spingere la mano del chirurgo verso orizzonti più lontani, portando a riconoscere le malattie in fase sempre più precoce, ma anche a curare stadi più avanzati, in condizioni talvolta particolarmente complesse, di fronte alle quali nel passato ci si sarebbe arresi - spiega Docimo - la stessa ricerca clinica stimola un progresso tecnologico sempre più raffinato, per cui le complicanze si dimostrano in costante notevole riduzione, pur non potendosi azzerare".

Quali sono i risvolti economici di questo progresso? " Il raggiungimento dell’eccellenza impone inevitabilmente i suoi costi, seppure nel rigoroso controllo degli sprechi - continua Docimo, che dirige la UOC di Chirurgia Generale, Minvasiva e dell’Obesità dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Vanvitelli - ottenendo la riduzione dei tempi operatori e della degenza, in passato inimmaginabili, con la più rapida ripresa sociale, familiare e lavorativa".

E’ prevista la partecipazione di oltre 500 specialisti italiani e stranieri che si confronteranno sulla moderna diagnosi e sull’attuale trattamento delle malattie da reflusso gastro-esofageo, dell’obesità e delle malattie metaboliche, della tiroide e della mammella, in campo colon-proctologico, flebologico e ricostruttivo.

"Come nella “Formula 1” -  conclude - il livello chirurgico è quindi in costante crescita, e impone la costituzione e quindi la selezione di un indispensabile team multidisciplinare di alto profilo, con un irrinunciabile bagaglio di conoscenze e di tecnologia sempre più aggiornato".

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Distrofia Muscolare di Duchenne, corso di aggiornamento - 7 aprile 2018

Si chiama medicina di precisione e, nella pratica, è lo studio genetico che consente a molti bambini ogni anno di poter essere indirizzati ai trials clinici in base al tipo di mutazione. Genetisti, medici e docenti dell’Ateneo Vanvitelli che si occupano di genetica, si sono attrezzati con apparecchiature all’avanguardia, di ultima generazione, e fanno parte di una rete internazionale per il confronto dei risultati, che consente loro di essere un vero e proprio punto di riferimento nel campo delle distrofie e miopatie, tanto da riuscire ogni anno ad effettuare oltre 300 diagnosi di malattie di questo tipo sui bambini.

Le nuove possibilità diagnostiche e la genetica di nuova generazione saranno presentate durante un incontro che si terrà sabato 7 aprile, all’Hotel Excelsior, dalle ore 9, per concludersi nel pomeriggio con una disamina di alcuni casi clinici e il lavoro in 3 distinti, gruppi clinici e genetici, che metterà a confronto medici clinici e medici genetisti. Interverranno i rappresentati dell’UILDM, di Parent Project e dei centri Nemo. La seconda edizione del corso mira a confrontare e valutare il percorso diagnostico personalizzato avviato nel 2017, per i bambini cui vengono diagnosticate malattie genetiche dei muscoli come le distrofie muscolari di Duchenne.
“Il nostro obiettivo – spiega Vincenzo Nigro, professore ordinario di genetica medica all’Università Vanvitelli e coordinatore del gruppo di ricerca dedicato allo studio di malattie genetiche dei muscoli – è quello di estendere e potenziare la rete avviata lo scorso anno. Oggi, grazie a strumentazioni all’avanguardia e ad un’alta specializzazione del nostro personale medico, possiamo dare a tanti bambini risposte certe in tempi brevi, consentendo loro di entrare in protocolli terapeutici personalizzati nel più breve tempo possibile. Il tempo e la specificità delle cure sono due elementi fondamentali per questi piccoli pazienti, che possono consentire loro di avere una vita migliore”.

Il network che si è creato conta circa 40 strutture che si occupano di patologie pediatriche neurologiche di tutta Italia, da Torino all’intero Sud, Sicilia compresa. La rete di specialisti che si occupano delle distrofie muscolari in genere ed in particolare di quella di Duchenne consente la condivisione di dati e l’aiuto all’interpretazione degli stessi, ma anche, laddove possibile, un indirizzo verso le terapie.

 

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