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Un incremento delle iscrizioni ai corsi di laurea triennali e a ciclo unico dell'oltre 6 per cento, e circa il 3 per cento di iscritti in più ai corsi magistrali rispetto all’anno accademico 2017-2018: sono numeri costantemente in crescita quelli dell'Università Vanvitelli, che guarda sempre di più al futuro con l’ampliamento della sua offerta formativa grazie al corso di laurea triennale professionalizzante in «Tecniche per l'edilizia, l'ambiente e il territorio, rivolta a geometri, inserito nel programma del dipartimento di ingegneria di Aversa, che partirà il prossimo anno. «Un percorso attraverso il quale si cerca di investire nel territorio per migliorare la qualità – ha spiegato il Rettore Giuseppe Paolisso - e la specificità professionale dei geometri».

Il corso non è l’unica novità nel ventaglio delle possibilità che la Luigi Vanvitelli offre a tanti giovani della Campania e non solo: al infatti a giugno le attività di Officina Vanvitelli, un future lab ospitato nel sito di San Leucio, destinato alla formazione post laurea del dipartimento di Architettura e Design industriale dell'Ateneo. Master, laboratori, seminari, convegni dedicati in particolar modo al Design per la Moda. «I laureati in Design e Moda di tutto il territorio nazionale saranno messi a contatto con le principali case di moda della regione Campania, per sviluppare le loro idee - ha evidenziato Paolisso - anche grazie al supporto, per la creazione di spin-off e startup, di partner come Unicredit e Banca Intesa San Paolo».

Dalla moda all’acquisizione di nuove tecnologie, soprattutto in campo medico. L’università ha investito 10 milioni di euro in strumentazioni d’avanguardia, alcune altamente specialistiche, come quelle adoperate nei laboratori di biologia molecolare e di genetica dell’Ateneo.

«Con questo impegno riteniamo di dare anche un ulteriore servizio al territorio – ha sottolineato il Rettore - queste macchine non solo saranno utilizzate dal punto di vista sperimentale, ma anche con una chiara applicazione clinica, che non è facilmente riscontrabile nel Nord Italia e in Europa».

Un Ateneo che punta sempre di più a offrire servizi di qualità ai suoi studenti anche per quanto riguarda i trasporti e la mobilità. Sarà infatti intensificato l’innovativo sistema di navetta, una delle novità introdotte del rettorato di Paolisso, che grazie ad una forte collaborazione con il Comune di Caserta consente ai ragazzi di raggiungere le sedi di studio con grande facilità e flessibilità di orari. Un servizio che si aggiunge a quello del parcheggio gratuito.

Una università a misura di studente, ancora più pronta ad attrarre giovani cervelli per farli sentire innanzitutto parte di una squadra anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione. «L’apertura di una radio di Ateneo servirà ai ragazzi per socializzare e stare insieme – ha raccontato Paolisso - per la nostra distribuzione territoriale non possiamo avere un campus, ma ci immaginiamo come un cloud, attraverso il quale noi possiamo mettere in connessione i ragazzi, e farli sentire partecipi di un sistema che sarà potenziato con il merchandising dell’Ateneo”. Come in un vero e proprio college americano, i ragazzi potranno avere dei gadget con il nuovo logo dell’università, che ha messo definitivamente in soffitta l’acronimo S.U.N (Seconda Università di Napoli).

«L'università Vanvitelli nasce dalla Seconda Università, ma oggi assume altre caratteristiche e si è riposizionata nell'ambito del sistema universitario italiano – ha puntualizzato il Rettore - Abbiamo rilanciato la nostra offerta formativa e migliorato molto anche la comunicazione della stessa. I dati degli iscritti testimoniano che il nostro lavoro sta dando i suoi frutti».

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La Grande Distribuzione condiziona i nostri comportamenti di acquisto? E’ vero che quando il consumatore entra in un supermercato abbassa le proprie difese e perde la propria razionalità?
Partiamo dal presupposto che non è vero che il consumatore all’interno del supermercato si trasforma da essere razionale, che segue comportamenti perfettamente logici, ad essere irrazionale.

In ciascuno di noi, nei nostri comportamenti di acquisto, entrano sempre in gioco una componente razionale ed una irrazionale (siamo sempre un po’ dr. Jekyl e un po’ Mr. Hyde), che hanno un peso un dosaggio diverso a seconda di cosa acquistiamo e di quanto ci piace effettuare quell’acquisto.

C’è chi ama acquistare cibo, chi abbigliamento, chi tecnologia; quanto più siamo interessati ad effettuare un acquisto, tanto più siamo aperti e disposti ad ascoltare ed a ricevere stimoli e messaggi. Un supermercato non è altro che un insieme di stimoli e messaggi, inviati attraverso l’atmosfera, l’illuminazione, la musica, gli odori, la disposizione degli scaffali e dei reparti. Questi segnali, come tutte le forme di comunicazione, funzionano se c’è qualcuno che li invia, ma soprattutto se dall’altra parte c’è qualcuno disposto recepirli e ad ascoltarli. Ad esempio, c’è chi si limita a fare gli acquisti usando solo ed esclusivamente la “lista della spesa” e chi no, perché è curioso ed ha piacere e interesse a sapere se ci sono nuovi prodotti o prodotti in offerta.

Le offerte formulate con prezzi arrotondati a “,99” ci condizionano sicuramente (è un meccanismo molto studiato nelle ricerche sulla psicologia del consumatore), e quando succede è perché prevale la nostra componente irrazionale. Il meccanismo che si attiva è conosciuto come “left digit effect” (effetto della cifra sinistra), perché iniziando a leggere un numero da sinistra, ci basiamo sulla prima cifra per classificare quel numero (cioè quel prezzo) nella categoria delle decine o delle ventine, ecc. Per cui, 19,99 è collocato nella categoria delle decine, quindi quasi come se fosse più vicino a 10 che a 20, che è un’altra categoria rispetto a 20,01. Naturalmente ciò avviene perché prevale la componente irrazionale, che ci fa porre poca attenzione alla scelta e ci fa cercare delle scorciatoie nel processo di selezione e scelta. Questo naturalmente avviene per prodotti poco importanti o per il cui acquisto non vogliamo impegnarci troppo. Inoltre il prezzo espresso con “,99” è spesso associato ad un’offerta speciale. Ovviamente quando prevale la componente razionale la nostra scelta non si limiterà ad una rapida occhiata al cartellino del prezzo, ma prima di decidere guarderemo il prezzo al kilo/litro, oltre naturalmente ad altri elementi non quantitativi, come la composizione, il produttore, la data di scadenza, ecc.

Diverso il discorso per le offerte 3X2. Queste, infatti, innescano un meccanismo opposto al precedente, che fa leva su un processo di acquisto più razionale. Il 3x2 non è altro che uno sconto del 33%, quindi è un’offerta indubbiamente conveniente, che spesso mette d’accordo consumatori, distributori e produttori.

Per noi consumatori, è vero che queste offerte ci spingono a comprare di più, ma in genere hanno ad oggetto prodotti con lunga scadenza, quindi i tre prodotti che compriamo, verranno comunque consumati (è difficile che un consumatore acquisti per la prima volta un prodotto che non conosce e non ha mai utilizzato solo perché è in 3x2). Per i distributori, queste offerte, invece, contribuiscono a rafforzare l’immagine di convenienza del punto vendita e aumentano i flussi nel punto vendita. Infine, per i produttori rappresentano un occasione di fidelizzazione, in quanto, se il consumatore comprasse in tre momenti diversi tre confezioni di una data categoria di prodotto (ad esempio un detersivo) potrebbe comprare tre marche differenti, il produttore che promuove il 3x2 invece, in questo modo è certo che il suo prodotto venga acquistato almeno tre volte.

Enrico Bonetti, Ordinario di Marketing presso di Dipartimento di Economia dell’Università Luigi Vanvitelli

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Parigi, tardo pomeriggio di lunedì 15 aprile 2019: un’enorme nuvola di fumo nero s’innalza su la île de la Cité e, sotto di essa, la Cattedrale di Notre Dame avvolta dalle fiamme. Il principale luogo di culto della capitale, gioiello architettonico del gotico francese che annovera tra i suoi principali modelli anche le cattedrali di Chartres e Reims, ridotta ad un braciere ardente. Un braciere architettonico che non riscalda bensì raffredda la mente e congela lo spirito di un continente e del mondo intero. L’incendio di Notre Dame de Paris è una ferita profonda inferta non solo al tessuto edilizio parigino ma anche e soprattutto alla cultura architettonica europea. Iniziata a costruire nel 1163, consacrata nel maggio del 1182 e completata nel 1344 sotto la direzione dei lavori di Jean Ravy, architetto della cattedrale sin dal 1318, mai prima di ora, la basilica di Notre Dame aveva subito un’offesa simile, tanto lacerante e distruttiva. Una magnifica costruzione a cinque navate caratterizzata al suo interno da snelli pilastri polilobati in grado di reggere le altissime volte a crociera costolonate e protette, a loro volta, dal sovrastante tetto a falde inclinate retto da capriate lignee chiamate, per la loro densità, “la forêt”. Una fitta struttura lignea andata distrutta interamente che, ad eccezione di quella sovrastante il transetto ricostruito ex-novo nel 1860 da Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc, era collocata in sito sin dal tredicesimo secolo ed era composta anche da parti lignee più antiche, risalenti al IX secolo, appartenute al precedente impianto della chiesa di Santo Stefano, poi demolita per costruire la nuova cattedrale parigina.

image2.jpegL’incendio de “la forêt” di Notre Dame non ha cancellato per sempre soltanto quei legni antichi di sostegno al tetto a falde inclinate ma ha ridotto in cenere anche il germoglio più giovane e maggiormente emblematico di quella foresta pensile ovvero “la flèche”, la guglia lignea realizzata dal falegname Bellu e dagli Ateliers Monduit su disegno di Viollet-le-Duc cosi come rappresentata, nel 1856, nel suo Dictionnaire raisonné de l’architecture française du XI eau XVIe siécle. Alta quarantacinque metri e appoggiata direttamente sui quattro pilastri della crociera nel punto d’incontro tra il tetto del transetto, quello del coro e quello della navata centrale, il crollo della “la flèche”, in seguito all’incendio innescatosi nell’ennesimo cantiere di restauro della cattedrale, ha rappresentato, a livello simbolico e mediatico, l’evento maggiormente emblematico della tragedia parigina: una drammatica immagine, diffusa dai media di tutto il mondo in diretta, capace di richiamare alla mente un’altra recente tragedia avvenuta oltre oceano nel settembre del 2001 ovvero il collasso del pinnacolo di una delle due Twin Towers di New York che preannunciava la definitiva cancellazione, dallo skyline urbano, dei due altissimi simboli della modernità architettonica della città americana. Per fortuna, a differenza della tragedia newyorkese, non tutto, a Parigi, è andato perduto.

image1.jpegLa Cattedrale di Notre Dame, dopo l’incendio, è ancora una bellissima scatola muraria che ha perso il suo tetto, sinonimo di protezione, e il suo profilo superiore, quello che normalmente si stagliava nel cielo sopra Parigi. Una scatola muraria definita morfologicamente non solo dai due torrioni laterali al portale d’ingresso ma anche e soprattutto dagli slanciati contrafforti in pietra sovrastati dai meravigliosi archi rampanti che, consentendo lo sviluppo in altezza dei muri perimetrali, sottolineano i veri caratteri d’identità strutturali e formali della fabbrica gotica. Una struttura portante, quella degli archi rampanti, che Arthur Schopenhauer, nel suo libro Il mondo come volontà e rappresentazione, paragonava alle radici pensili degli alberi d’alto fusto delle foreste tropicali. Ebbene, la spoglia scatola muraria di Notre Dame che con i suoi archi rampanti, tramite i sottostanti contrafforti, tiene ancorata la struttura lapidea al terreno dell’ île de la Cité saprà recuperare nuova linfa vitale, così come le radici pensili degli alberi della foresta tropicale, non solo dal suo terreno di appartenenza, ovvero Parigi e la Francia, bensì da tutto il mondo occidentale. Una comunità storicamente e socialmente omogenea che non può perdere una testimonianza architettonica tanto importante per la sua stessa identità che si esprime nella memoria collettiva e nella capacità di proteggere il proprio patrimonio culturale ovvero quello ereditato dal passato, tutelato nel presente, e trasferito, possibilmente valorizzato al futuro ed alle nuove generazioni. Il restauro architettonico della cattedrale parigina saprà avvalersi delle competenze disciplinari che il mondo accademico europeo detiene all’interno delle sue università e dei suoi eccellenti centri di ricerca restituendo a Parigi, prima, ed al mondo, poi, Notre Dame nella sua interezza tipologica e morfologica ponendo rimedio ad un fatale incidente che, speriamo, sarà l’ultimo della sua lunga e gloriosa esistenza architettonica.

Paolo Giordano, Coordinatore del Dottorato di Ricerca in “Architettura, Disegno Industriale e Beni Culturali” dell’Università degli Studi della Campania_ Luigi Vanvitelli.



 

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Il Punto di Vasco D'Agnese - docente di Pedagogia generale e sociale e e delegato di Ateneo alla Disabilità

 

A partire almeno dalla fine degli anni Novanta la visione che abbiamo della disabilità è decisamente cambiata. La nostra percezione, ed il lavoro che viene fatto con soggetti in condizione di disabilità, sono mutati profondamente, passando da un lavoro quasi esclusivamente compensativo ad una visione ed un lavoro di tipo inclusivo, che guarda alle potenzialità dei soggetti.

Da questo punto di vista l’intervento con studentesse e studenti in condizioni di disabilità parte non solo e non tanto dai bisogni e dai problemi che il soggetto incontra, ma dalle possibilità che il soggetto esprime, valorizzandole, ampliandole, dando a queste potenzialità il sostegno adeguato. Che è, in fondo, ciò che ogni educatore prova a fare, chiunque sia la persona con la quale lavora.

Oggi comprendiamo pienamente che ogni ‘saper fare’ è immerso in una condizione di contesto. Detto altrimenti, non esiste il ‘so fare’, puro e semplice; esiste il ‘so fare con’, ‘so fare se’ e, soprattutto, esiste il ‘so fare per’. Questa condizione relazionale della competenza accomuna donne e uomini, qualunque sia la loro provenienza e la loro condizione psico-fisica. L’educazione è ciò che mette ognuno di noi nelle migliori condizioni di fare ciò che sa fare, di esprimere il proprio talento. Educare è produrre strutture di sostegno, e tutti ne abbiamo bisogno. Comprendere la specificità delle strutture da produrre per ogni singolo caso, capire come, quanto e quando sostenere e come, quando e quanto lasciare andare è la vera difficoltà, che accomuna docenti, genitori, ed educatori che lavorano con soggetti in condizione di disabilità. Questo è anche il lavoro che il Centro di Ateneo per l’Inclusione degli Studenti con Disabilità e DSA (CID) prova a fare, offrendo servizi personalizzati volti al miglioramento delle qualità di vita universitaria per gli studenti che sperimentano una condizione di limitazione nella partecipazione alle attività accademiche.

Tutti gli studenti in procinto di iscriversi, o regolarmente iscritti alla Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, possono rivolgersi al CID. In particolare, i servizi sono dedicati a studenti con disabilità, studenti con DSA e studenti in condizione di disagio o difficoltà transitorie. Per accedere ai servizi, occorre richiedere un incontro con gli operatori del CID, telefonando dal lunedì, al giovedì dalle 09.30 alle 12.30 al num. 0823 274402 o inviando una email all’indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Il personale del Centro e i diversi delegati di Dipartimento lavorano per offrire orientamento e sostegno a studentesse e studenti in tutte le fasi del loro percorso di formazione e studio, per valorizzare e ampliare le loro potenzialità.

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Il Punto di Giuseppe Paolisso - Rettore dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

 

Il 23 gennaio, presso il Belvedere di San Leucio, è stata inaugurata “Officina Vanvitelli” e, per l’occasione, si è svolta la cerimonia di conferimento della Laurea Honoris Causa a Rosita Missoni Jelmini.

Ma quale è il progetto di Officina Vanvitelli e quale la relazione tra i due eventi? L’obiettivo della Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, ambizioso ma concreto e strutturato, è quello di creare un hub dedicato a ospitare percorsi di formazione post-laurea avanzata destinati a intercettare – e formare – giovani talenti in grado di portare sviluppo, innovazione, creatività, e quindi generare economie, nel nostro territorio. I dati Alma Laurea indicano che, a fronte di bassi numeri di occupazione post laurea triennale e di bassissima esperienza all’estero, di contro il tasso di occupazione post laurea magistrale aumenta in modo esponenziale – il 61% che diventa il 77% a cinque anni dalla laurea – a dimostrazione che vi è una richiesta molto importante di profili altamente specialistici e con un livello di competenze articolato e completo. Questo 77% di occupati confluisce prevalentemente – per il 75% - nel settore privato.

Ma quali sono le imprese private locali? E come mai una richiesta così importante di capitale umano? La Campania ha sofferto per anni i ritardi della modernizzazione lamentando un mancato sviluppo industriale che oggi, invece e per paradosso, dimostra di essere il suo vantaggio competitivo. Il tessuto imprenditoriale campano, infatti, è costituito per la maggior parte da imprese piccole e medie che hanno fondato la propria ragion d’essere sulla valorizzazione della cultura artigianale locale consentendo una saldatura tra artigianato di grande qualità e una organizzazione in parte industrializzata. Questa scommessa locale, gemmata in seno ad una esigenza strutturale, l’impossibilità cioè di competere con le culture industriali intensive delle altre regioni del nord Italia, ha alimentato un sapere locale che ha fatto del proprio ritardo un pionierismo illuminato e coraggioso, teso a trovare soluzioni spregiudicate e alternative alle produzioni intensive e standardizzate europee. Succede così che le imprese campane abbiano fatto della qualità una scelta di vita, orientandosi su un modello produttivo locale HandMade Industry; un modello cioè, in grado di coniugare il sapere artigianale all’interno di un ciclo produttivo di tipo industrializzato. Scelta che si sta dimostrando vincente comprovata anche dai dati provenienti dalla crisi economica del primo decennio del 2000 che ha dimostrato come i consumi si focalizzino ormai, su scelte di alta qualità, secondo il principio Less but Better.

In questo contesto così caratterizzato l’Università Vanvitelli ha intercettato un vuoto formativo, quello spazio di alta specializzazione - nel design della moda, della comunicazione e del prodotto - che deve poter creare un anello di connessione tra Imprese locali e corsi di alta formazione. Un percorso formativo teso a formare figure altamente specializzate – tailored profile – in grado di coniugare il sapere artigiano locale con le più avanzate ricerche e sperimentazioni tecnologiche, produttive, distributive, ma, soprattutto, un percorso formativo che possa “trattenere” i nostri cervelli più brillanti per contribuire allo sviluppo dei nostri territori.

In questo senso la politica dell’Università Vanvitelli è stata, attraverso la creazione di Officina Vanvitelli, quella di farsi promotrice della costruzione di partenariati tra Imprese locali, università banche e istituzioni , tese a lavorare insieme per creare quella futura classe dirigente in grado di traghettare la nostra economia in quel mercato di alta qualità che si profila essere – e già lo è – la vera opportunità del futuro sia in ambito nazionale che ancor di più, internazionale. La possibilità di promuovere un “Italy Made” partendo dal sud.

Questa è la sfida di Officina Vanvitelli e il modo migliore per presentare il progetto ci è sembrato essere il conferimento della laurea honoris causa a una figura prestigiosa, riconosciuta e stimata come Rosita Missoni Jelmini proprio per i caratteri di affinità presenti nel progetto Missoni: una azienda che ha fatto del coraggio della sperimentazione la propria forza, della volontà di restare nel proprio paesino di origine la propria missione, della volontà di andare nei mercati del mondo la propria visione. Ecco, questo è anche il progetto di Officina Vanvitelli.

Pubblicato su Corriere del Mezzogiorno del 29 gennaio 2019

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Lo sviluppo delle biomasse, e la loro potenzialità in diversi ambienti produttivi ed energetici, è ormai radicato nella nostra economia, e parte solitamente dall'agricoltura. Ma esistono biomasse, sia marine che d'acqua dolce, utilizzate in vari ambiti: dalla farmaceutica alla cosmetica, fino alla produzione di mangimi per pesci. Oggi, un progetto H2020 denominato "Valuemag" si propone di realizzare soluzioni innovative per la produzione di biomasse microalgali: ci si basa su nanotecnologie magnetiche, facendo cioè crescere le microalghe all'interno di un foto-bioreattore magnetico costrutio ad hoc. "Un sistema che permetterà di minimizzare il volume d'acqua necessario e di ridurre il tempo di raccolta delle alghe" spiega il professore Dino Musmarra dell'Università Vanvitelli, che assieme all'ENEA rappresenta l'Italia nella nutrita partnership europea del progetto. Chiuso con successo il primo anno di lavoro, VALUEMAG ha ancora due anni per realizzare i propri obiettivi: fra i quali la produzione di molecole per i settori interessati (farmaceutico, alimentare, cosmetico) e la possibilità di far diventare il foto-bioreattore uno strumento appetibile per l'industria europea.

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Dal 2013, la qualità della didattica e della ricerca svolta negli Atenei italiani si avvale del sistema AVA (Autovalutazione – Valutazione periodica – Accreditamento) che ha l’obiettivo di migliorare le prestazioni degli Atenei attraverso l’applicazione di un modello di Assicurazione della Qualità (AQ), fondato su procedure interne di progettazione, gestione, autovalutazione e miglioramento delle attività formative e scientifiche, sulla base di una verifica esterna (Accreditamento) effettuata in modo chiaro e trasparente da parte del MIUR e attraverso l’attività valutativa dell’ANVUR.
In quest’ottica, anche l’Ateneo Vanvitelli è impegnato su tre obiettivi principali:

- erogare un servizio di qualità, adeguata ai propri utenti e alla società nel suo complesso;
- gestire in modo responsabile le risorse pubbliche e i comportamenti (collettivi e individuali) relativi alle attività di formazione e ricerca;
- migliorare la Qualità delle attività formative e di ricerca.

Il ciclo di incontri del V:QUALITY DAY, organizzato dalla Commissione Paritetica docenti-studenti della Scuola Politecnica delle Scienze di Base, si inserisce nel quadro dell’ampia attivita' divulgativa delle politiche della Qualità dell'Ateneo Vanvitelli, finalizzate a rendere gli studenti e i docenti informati e consapevoli sul sistema di Qualita' adottato dall'Ateneo e sul processo di Autovalutazione, Valutazione periodica e Accreditamento a cui siamo chiamati a rispondere in modo proattivo e responsabile.

Locandina
Tutti gli appuntamenti

 

14 novembre 2018
ore 10.30
Aula Magna S3
Dipartimento di
Architettura e Disegno Industriale
Aversa


20 novembre 2018
ore 12.00
Aulario Via Michelangelo
Dipartimento di Ingegneria
Aversa


22 novembre 2018
ore 9.00 -11.00
Aula E (Aulario)
AulaF (1° piano Dip.)
Dipartimento di
Matematica e Fisica
Caserta

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Il giorno 23 Ottobre 2018 l’Aula Magna della Scuola Politecnica de delle Scienze di Base dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”  è stata teatro di un importante evento di Placement, finalizzato ad ispirare laureandi e laureati ad iniziare una carriera di successo presso la multinazionale Rolls-Royce, leader mondiale  nell’ambito di sistemi propulsivi aeronautici, marini e  nucleari.
Rolls-Royce, attualmente alla ricerca di giovani talenti per la partecipazione ai suoi Internship e Graduate programme (per le aree Engineering, Manufacturing Engineering, Commercial, Customer Management & Services, Health, Safety & Environment, Purchasing, Supply Chain Management, Operations Management, Project Management or Human Resources), ha presentato, nel corso della mattinata, opportunità di lavoro disponibili sia per stagisti che per laureati. Alla fine della presentazione, in cui tre membri del Rolls-Royce University Campus Team hanno  illustrato nel dettaglio anche i profili professionali ricercati, sono stati effettuati 44 colloqui one-to-one. L’iniziativa è stata recepita molto positivamente dal corpo docente che dagli studenti che hanno partecipato numerosi superando notevolmente le aspettative di  Rolls-Royce. I tre membri del Rolls-Royce University Campus Team (guidati dalla dottoressa Capano Benedetta) si sono congratulati con tutti i docenti presenti,  per l’ampia partecipazione studentesca (oltre 110 studenti), per le numerose domande che hanno seguito la presentazione dell’azienda, per il numero ci curriculum presentati ed infine per i colloqui one-to-one effettuati.  
Sicuri dell’efficacia dell’iniziativa e sempre convinti che le attività di placement siano da incoraggiare e da moltiplicare, auguriamo un sincero e convinto in bocca al lupo a tutti gli studenti che hanno effettuato i colloqui e attendono speranzosi di concretizzare i loro sogni lavorativi.

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Il Punto di Giuseppe Paolisso - Rettore dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

Una recente notizia diffusa al Congresso nazionale della Società Italiana di Geriatria e Gerontologia ha reso più giovani e più felici circa 7 milioni di italiani, spostando l’età per essere definiti anziani dai 65 ai 75 anni . Ma da dove nasce e perché questo spostamento del limite di età? Innanzitutto è bene precisare che l’Italia contende ormai da diversi anni al Giappone il primato mondiale della longevità con un incremento dell’aspettativa di vita negli ultimi 15 anni di 5 anni nelle donne e di circa 7 negli uomini. Questo grazie al miglioramento degli stili di vita, all’uso di farmaci sempre più appropriati ed una attenzione sempre più puntuale alla prevenzione e all’ambiente. Ovviamente abbiamo sempre più ultra90enni, ma soprattutto centenari (che nell’immaginario collettivo sono l’emblema della longevità) che hanno ormai superato largamente la quota di 15.000 e di circa 20 supercentenari (cioè con età superiore a 110 anni) (dati Istat al 1 gennaio 2018).

I dati in possesso dei geriatri ormai testimoniano in modo inequivocabile che i parametri biologici degli ultra 65enni di oggi non sono assolutamente differenti da quelli che 20 anni fa erano propri della fascia dei 50 anni e questo vale anche per quello che sono le performance di organi ed apparati. Quello che oggi è sotto gli occhi di tutti – che potrebbe sembrare assolutamente inutile da segnalare- è l’elevato numero di ultra65enni che svolgono attività sportive anche impegnative senza necessariamente sentirsi dei supereroi, che si confrontano non solo con pari età, ma anche con i più giovani in un concetto di competizione personale o di gruppo che, 30 anni fa, era da Ritorno al Futuro ed oggi di assoluta quotidianità.

Abbiamo scoperto in Italia l’Elisir di lunga vita o qualche alieno ci ha rivelato il segreto della vita “eterna”? Nulla di tutto questo o forse si. L’Elisir di lunga vita l’abbiamo in casa ed è la dieta mediterranea, ma non è solo questo. E l’insieme tra stili di vita, cibo, prevenzione, cure mediche e genetica che fa la differenza. L’Italia, infatti, è il miglior laboratorio al modo dove tutto ciò funziona al momento nel migliore dei modi. Abbiamo quindi il miglior metodo per invecchiare, ma una progressiva riduzione della natalità. Ne deriva che l’Italia si sta trasformando in un paese con l’età media sempre più elevata. Dobbiamo aspettarci a breve la carica dei 65enni. Dal punto di vista biologico i 65enni di oggi fanno analisi di laboratorio di controllo utilizzando un concetto di prevenzione che 20-30 anni fa era proprio dei 40 anni, e ottengono risultati di performance fisica che vengono interpretati alla luce di un allungamento della vita che ormai considera la morte ad 80 quasi “prematura”.

Se una volta i 65enni programmavano la loro vita in funzione della pensione e dell’essere nonni, oggi non è infrequente che un 65enne possa pensare a mettere su famiglia, andare in palestra per potenziare i muscoli, curare la propria immagine, pensare a investimenti finanziari per il “futuro”, comprare e guidare auto anche con cilindrata elevata, viaggiare, e se è possibile, iniziare un nuovo lavoro accentando sfide che a questa età, 30 anni orsono, erano inimmaginabili. Ovviamente tutto questo pone problematiche di politica socio-economica non facilmente affrontabili, specie se non ci si adegua e rapidamente ai tempi. Per esempio è realistico pensare oggi ad una età pensionabile intorno ai 65 per lavori non usuranti? È giusto che, superati i 65 anni, si acceda a dei privilegi offerti dal Servizio Sanitario Nazionale che forse oggi dovremmo posizionare un po’ più avanti dal punto vista anagrafico e cosi via. Quale sarebbe la spesa sociale per il welfare se prendessimo in considerazione non l’età di 65 ma di 75 anni per attivare i cosiddetti paracadute sociali?

Credo che sia importante iniziare velocemente un’attenta riflessione, perché il tempo passa, e la carica degli ultra65enni diventa sempre più pressante. Non essere attenti a tutto questo significa rimanere indietro, fare leggi inadeguate, avere discrepanze tra società reale e la società ideale. Qualcuno potrebbe pensare che tutto questo – in un paese in cui difficilmente i giovani ottengono posizioni di preminenza velocemente – possa condurre a ritardare ulteriormente l’inserimento dei giovani nelle sfere decisionali della società. Nulla di più falso. L’inserimento dei giovani nel modo del lavoro deve essere veloce ed efficace ma al tempo stesso dobbiamo adeguare il sistema Italia al progressivo allungamento della vita; ne va del futuro dei nostri figli e di coloro che li seguiranno .

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Nei giorni scorsi, l’autunno si è subito presentato con una repentina variabilità delle temperature, maltempo ed accorciamento delle giornate con riduzione delle ore di luce solare, variazioni che, a nostra insaputa, hanno esposto l’organismo ad una serie di cambiamenti fisiologici e a rischio di sviluppare patologie. I cambiamenti climatici che si verificano dal passaggio dalla stagione estiva a quella autunnale, ed in generale nei cambiamenti di stagione, influenzano non solo le funzioni fisiologiche, ma anche quelle psicologiche. L’inizio dell’autunno coincide anche con il ritorno al lavoro e quindi con un impegno psicofisico e ritmi circadiani a cui ci eravamo disabituati durante l’estate. Il cambiamento stagionale può causare un senso di malessere, stanchezza, apatia, difficoltà a svegliarsi e problemi digestivi (dispepsia, bruciore di stomaco, colon irritabile, stipsi). Inoltre, si può verificare un incremento della caduta dei capelli. L’organismo è esposto ad uno stress termico, che riduce l’efficienza del sistema immune e ad un disturbo psicofisico causato prevalentemente dalla riduzione delle ore di luce solare. I cambiamenti di temperatura, di umidità e di luce causano un rischio di malattie da raffreddamento, spesso ad eziologia virale, di cui i sintomi più comuni sono raffreddore, mal di gola, tosse, febbre e dolori articolari, inoltre, influenzano anche i livelli dei neuromediatori, sostanze in grado di modificare l’umore, causando svogliatezza, astenia, facile affaticamento, insonnia e mal di testa.

La sensibile riduzione di ore di luce solare influenza in maniera negativa la nostra psiche causando temporaneamente apatia, malumore, depressione “stagionale” ed insonnia. Tali manifestazioni sono dovute alla riduzione, nel nostro cervello, di serotonina (ormone del buonumore) e dei livelli del suo derivato, la melatonina, sostanza fondamentale per il ritmo sonno-veglia.

L’arrivo dell’autunno, dunque, può causare una serie di disturbi che incidono sulla nostra salute psicofisica e sulle nostre capacità a riprendere i ritmi lavorativi di prima delle ferie estive. Lo stato di salute con il quale ci presentiamo al cambio di stagione incide in maniera importante sull’intensità dei disagi e quindi, uno stato di buona salute ci aiuta a mitigare gli effetti negativi causati dal cambiamento stagionale. I soggetti affetti da patologie croniche devono cercare di ottimizzare al massimo lo stato della loro malattia per migliorare i disagi che si possono presentare con l’arrivo dell’autunno. I soggetti “a rischio” (diabetici, cardiopatici, nefropatici ed anziani) devono essere sottoposti a vaccinazione antiinfluenzale. Bisogna evitare gli eccessi alimentari, in particolare il consumo di grassi, di prendere troppi caffè e di saltare i pasti, particolarmente la colazione, tutte condizioni che espongono il nostro organismo ad un affaticamento e stress. Al lavoro, bisognerebbe non trascorrere tutta la giornata seduti, quando è possibile fare una passeggiata, magari nei corridoi illuminati dalla luce naturale. Per incrementare l’attività fisica si dovrebbero fare le scale a piedi invece di usare l’ascensore. Di grande aiuto è praticare attività fisica all’aria aperta, anche semplicemente camminare per 30-60 minuti, in quanto favorisce la produzione di endorfine che hanno un effetto positivo sull’umore, riducono i dolori, migliorano l’ossigenazione dei tessuti e lo stato di depressione.

E’ necessario evitare le condizioni che facilitano le patologie da raffreddamento. In particolare, si dovrebbe evitare il fumo di sigarette che indebolisce le difese immunitarie; l’abbigliamento deve essere adeguato, cercando di coprirsi bene e soprattutto essere preparati per i cambiamenti repentini della temperatura (portare sempre un maglioncino ed un foulard e per chi va in moto un impermeabile da utilizzare all’occorrenza); evitare di farsi la doccia con acqua fredda e/o lo shock termico ambientale dopo la doccia; dormire con un adeguato copriletto; evitare di frequentare luoghi troppo affollati dove è possibile entrare in contatto con persone raffreddate o influenzate e quindi esporsi al contagio. Può essere di aiuto prendere le vitamine del complesso B, regolatrici delle funzioni del sistema nervoso e la vitamina C, che rafforza le difese verso le patologie da raffreddamento, aiuta la funzione surrenalica e attiva la produzione di endorfine. Di qualche utilità può essere l’utilizzo di fermenti lattici e di yogurt magri che modulano la flora intestinale. Nei soggetti che hanno già una patologia da raffreddamento è consigliato il riposo a casa in ambiente caldo ed isolato, anche per evitare di trasmette la patologia ad altri soggetti. Possono essere di aiuto l’utilizzo di agrumi, aglio, cipolla, lattuga e zenzero, mentre dovrebbe essere ridotto l’uso di carne rossa, cibi grassi, dolciumi e fritture.

Per prevenire o combattere la malinconia, il malessere e lo stato di depressione stagionale è di grande aiuto avere una alimentazione idonea con cibi in grado di stimolare la produzione di serotonina, ovvero ricchi del suo precursore, il triptofano. In particolare, con l’arrivo dell’autunno, dovrebbe essere incrementato l’utilizzo di cereali integrali e legumi (avena, orzo, farro, fagioli, ceci, piselli) che forniscono carboidrati a lento assorbimento favorendo la sintesi di serotonina ed, inoltre, sono ricchi di triptofano e vitamina B; di verdura fresca (spinaci, cavoli, bieta, carote, zucca, broccoli, funghi); di frutta fresca e secca (noci, nocciole, mandorle); di carboidrati complessi (pasta, pane, riso integrale); di proteine provenienti dalle carni bianche (pollo, tacchino, coniglio), dalle uova e dal latte e latticini che sono ricchi di triptofano; di pesce “grasso” (salmone, tonno, sgombro, sarde, alici) ricco di omega 3 e 6 e dotato di effetto antidepressivo; di usare come dolcificante il miele; di concedersi occasionalmente un pezzetto di cioccolata fondente, eccellente anti-depressivo ed anti-stress.

In sintesi, la prevenzione ed il trattamento delle alterazioni psicofisiche indotte dall’arrivo della stagione autunnale devono essere affrontate con grande buon senso ed equilibrio tra attività fisica, alimentazione, buona gestione delle condizioni stressanti, comportamento idoneo alla stagione ed uso di integratori, il tutto inteso a rafforzare le difese naturali dell’organismo.

Prof. Luigi Elio Adinolfi
Professore Ordinario di Medicina Interna
Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli
Direttore della Scuola di Specializzazione in Medicina Interna e dell’U.O.C. di Medicina Interna.

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Il Punto di Giuseppe Paolisso - Rettore dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

Lo scorso 20 settembre il ministero dell'Università e della ricerca (Miur) ha attribuito 7.4 miliardi quali Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) alle università statali e ai consorzi universitari con una serie di giudizi contrastanti da parte del mondo universitario. Per poter meglio interpretare tali giudizi è necessario però fare alcune precisazioni. In piena crisi finanziaria e in contro tendenza con quanto hanno fatto la maggior parte dei governi dei paesi Ocse, Germania in testa, i governi italiani dal 2008 al 2013 hanno tagliato il finanziamento agli atenei statali di 1.4 miliardi di curo. Questo deprecabile atteggiamento non ha certo favorito l'uscita del paese dalla crisi, anzi ne ha rallentata la soluzione. Dal 2013, quando il Ffo è stato di 6.7 miliardi, si è avuta un'inversione di tendenza raggiungendo i valori attuali con un +9% in 5 anni. Quindi la notizia positiva è che l'Ffo è ora in crescita.

Ma perché i malumori? Bisogna analizzare com'è costituito il Fondo di finanziamento ordinario per capirne le ragioni.

A) Per permettere all'università di crescere e investire, il Ffo deve cresce essenzialmente in voci non vincolate, ma se avviene il contrario (per esempio i fondi per i dipartimenti di eccellenza operazione assolutamente meritoria dovrebbero essere in più e non compresi nel Ffo) è evidente che la crescita è solo apparente, perché il differenziale non entra nella reale disponibilità degli atenei per la loro libera possibilità di sviluppo e di investimenti.

B) Una quota parte del Ffo (105 milioni) è rappresentata dal recupero della No Tax Area. Nella legge di stabilità del 2017 fu introdotto con il parere favorevole della Conferenza dei rettori un ampliamento della fascia di esenzione totale per reddito per l'iscrizione all'università per favorire un incremento del numero degli iscritti. Operazione socialmente eccellente, ma al tempo stesso fu chiesto agli atenei di quantificare il mancato introito in termini di tasse, per avere un ristoro degli stessi con fondi del ministero dell'Università. Il costo totale di quest'operazione si aggirava intorno ai 200 milioni/anno, ma il governo nel fondo di finanziamento ordinario 2017 restituì agli atenei 50 milioni. Il disavanzo generato nei vari bilanci ha obbligato molti atenei a una rivalutazione delle tasse d'iscrizione per i più abbienti con un inevitabile "malumore" da parte degli studenti. Quindi i 105 milioni di quest'anno fanno crescere il Ffo ma generano ancora un disavanzo di circa 100 milioni per la No Tax Area.

C) L'edilizia e i servizi (così come messo in luce dai recenti dati Censis dello scorso luglio) specie al Sud, rappresentano uno dei talloni di Achille degli atenei. E obbligo degli atenei migliorare i servizi agli studenti (magari anche con il contributo delle Agenzie regionali per il diritto allo studio). Tuttavia se la possibilità d'investimenti degli atenei è ridotta per l'insufficiente attribuzione di una quota di Ffo non vincolata, queste possibilità non solo sono estremamente ridotte, ma addirittura contribuiscono ad accrescere il divario Sud-Nord dove gli atenei hanno una capacita/possibilità impositiva collegata al maggiore reddito pro-capite dei propri cittadini. È quindi necessario prevedere un nuovo piano straordinario di interventi per l'edilizia degli atenei che sia aggiuntivo e svincolato dal Ffo.

D) Legare una quota parte del fondo premiale del Ffo alle politiche di reclutamento è un principio di sana meritocrazia che deve considerarsi inviolabile, ma devono esserne meglio definiti i parametri in cui si muove. Se la legge 240 del 2010 prevede che gli atenei possano scegliere per le promozioni di grado tra l'articolo 24 che utilizza solo una selezione interna quindi più limitata e con l'utilizzo di poche risorse, e l'articolo 18 che invece prevede una selezione aperta sul territorio nazionale con più scelta ma con un maggiore dispendio di risorse, poiché l'articolo 24 viene spesso utilizzato dagli atenei che hanno una carenza di risorse (punti organico), siamo sicuri che valutiamo tutti con lo stesso criterio oggettivo che permette di mettere tutti allo stesso livello? O piuttosto a chi ha meno risorse di base rischiamo di attribuire ancora meno risorse aggiuntive? Queste sono in sintesi i maggiori problemi del Ffo e i motivi dei contrastanti giudizi. E però necessario concludere che sebbene tra grandi difficoltà, la crescita del Ffo è un dato di fatto positivo e come tale deve essere accolto, anche se la necessità di alcuni cambiamenti procedurali credo sarà nei prossimi anni ineluttabile.

Tratto da Repubblica del 25 settembre 2018

 

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«Per uscire dalla crisi, l'Anm deve passare attraverso un grande lavoro di riqualificazione complessiva, che purtroppo, come spesso accade, deve partire da tagli. La cosa importante è che siano i più efficienti possibili. I napoletani e i dipendenti dovranno avere pazienza. Per qualche anno prevedo tempi duri per i trasporti. Ma mi auguro sia l'ultimo atto, prima del rilancio di un'azienda storica, che possa diventare di qualità». Non ha dubbi Armando Cartenì, docente di Pianificazione dei Trasporti dell'Università della Campania "Luigi Vanvitelli".
Il risanamento passerà anche per i tagli e la revisione delle linee bus. Era inevitabile? «Un riassetto dovuto. Le linee bus di Napoli hanno grandissimi margini di efficientamento. Ci sono pullman che viaggiano con poche unità, non decine, di passeggeri al giorno. Purtroppo, c'è sempre il dilemma di quanto il diritto alla mobilità vada garantito, anche se per pochissimi. Ma per un'azienda che deve fare affidamento su performance privatistiche, credo che una linea bus debba avere un minimo di redditività per essere garantita».

Non c'è il rischio di un impatto troppo forte sulla città? «La riforma va fatta per gradi e in maniera competente. Si provi il dispositivo per qualche mese. Eventualmente si correggerà. Certo, ci sarà sempre qualcuno che protesterà, ma il bilancio si fa alla fine».

Per alcune tratte si punterà tutto sul metrò, basterà? «La linea su ferro deve essere il fiore all'occhiello della città. E lo sarà sempre di più, con la chiusura dell'anello per Capodichino. In questo quadro vedo anche la Linea 6, un'opera strategica che fa un tutt'uno con la Linea 1, e dovrebbe esserlo anche nella gestione con Anm».

L'evasione sui bus resta sopra il 50%: fenomeno inarrestabile a Napoli? «I dati vanno ponderati. In realtà, gli ultimi studi hanno accorciato la forbice Nord-Sud. Sui bus si evade di più, perché mancano le tecnologie come i tornelli e i ticket elettronici. L'unica leva è intensificare il controllo».

Resta il problema di un parco mezzi vecchissimo, con bus di oltre 20 anni. «È un tema importante. Ma tutta l'Italia ha poco da stare allegra. Il parco circolante nazionale è tra i più vetusti d'Europa. Abbiamo uno spread della mobilità molto accentuato, di 5-7 anni mediamente più vecchio dei paesi industrializzati. E il divario tra Nord e Sud è ancora più accentuato. Paradossalmente, avendo molto da rinnovare, possiamo vederla come un'opportunità. Oggi un bus inquina 6-7 volte più di un'auto. Il governo ha previsto importanti finanziamenti per svecchiare i bus pubblici. E l'occasione per puntare su mezzi ecologici, a gas, metano e elettricità».

Il 3 luglio, l'Anm presenterà il piano di risanamento al Tribunale fallimentare, che si aspetta? «Un'azienda più snella e funzionale. Da un punto di vista sociale, un'azienda pubblica che prospetta tagli di personale sembra poco vincente. Tuttavia, da tecnico, posso dire che oggi il rapporto dipendenti totali rispetto agli autisti è fuori da ogni logica di un'azienda di trasporto collettivo».

Se l'Anm si salverà dal crac cosa accadrà? «Messi a posto i conti, credo che nel breve periodo ci sarà una fase di difficoltà sia per i dipendenti che per gli utenti. Ma servirà da passaggio per il rilancio».

Che ne pensa delle proteste e delle funicolari chiuse per il boom di ammalati? «Non è una bella immagine. Ma è comprensibile: quando un lavoratore si sente minacciato, la prima reazione è la paura. Se i sacrifici saranno inquadrati in un piano strategico in cui sono evidenziate le varie fasi nel tempo, l'operazione può essere letta con maggiore fiducia».

L'ipotesi di un'apertura ai privati? «Non la escludo, ma prima bisogna rimettere l'Anm in salute, attraverso una prima fase di razionalizzazione e rinnovamento e aziendale. La situazione è troppo critica per rendere il mercato appetibile a un soggetto pubblico-privato». 

Tratto dall'articolo de Il Mattino del 27 giugno 2018 di Pierluigi Frattasi

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Il punto di Nadia Barrella, docente di Museologia e Critica artistica e del restauro

Presentata al Dipartimento di Lettere e Beni Culturali un’app dedicata ai consumi culturali. Si chiama ME: Mie esperienze ed è l'app ideata da Stefano Balassone, a lungo vicedirettore Rai e consigliere d’amministrazione della stessa, produttore e autore televisivo e testata dagli studenti del corso di studi Museologia, che ne discuteranno, insieme ad alcuni colleghi da me coinvolti, con il suo ideatore.

Premesse teoriche dell’app l’idea che la conoscenza sia la precondizione del consumo e la necessità di realizzare una porta d’accesso unica e accogliente alle occasioni di cultura e di intrattenimento. L’app ha però anche un’altra funzione. Coglie il punto di vista del fruitore verso le offerte della creatività e consente di riorganizzare il mare magnum delle informazioni sui consumi culturali consentendo di esplorarlo a profondità finora non accessibili. E’ per questa ragione che, d’accordo con Balassone, abbiamo pensato di verificare la possibilità di una sua diffusione territoriale della piattaforma. Procederemo, infatti, coinvolgendo amministrazioni comunali e centri di cultura della provincia di Caserta, per realizzare, a fine 2018 o inizi '19, un incontro di zona che racconti quanto emerga e consentire riflessioni sui consumi culturali. Questi verranno testati attraverso uno strumento in grado di restituire un'immagine molto diversa da quelle solitamente fornite dall'Istat o da altri centri di progettazione culturale»

Ciò che è particolarmente interessante è che il Dipartimento di Lettere e Beni Culturale possa diventare sia uno spazio di sperimentazione di questo strumento, ma anche, data la possibilità offertaci di implementare l'app, uno spazio di scelta e di condivisione di eventi culturali. L'applicazione sarà, infine, uno strumento che connetterà ancora meglio l'Ateneo al territorio, in linea con la cosiddetta terza missione universitaria.
L’app è scaricabile gratuitamente da Play Store e disponibile per Iphone e Android.

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