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Slavina, valanga, frana … tre vocaboli per descrivere due semplici fenomeni naturali molto simili, entrambi strettamente collegati all’azione della forza di gravità, che modellano il paesaggio delle aree montuose della Terra e spesso (come purtroppo successo negli ultimi giorni) possono trasformarsi in vere e proprie catastrofi naturali.

Entrambi sono movimenti di materiale che scivola dall’alto verso il basso lungo pendii inclinati e si va a depositare in accumuli, anche volumetricamente importanti, alla base dei rilievi montuosi e nelle aree depresse circostanti.

Nel caso delle valanghe o delle slavine (i due termini sono, di fatto, sinonimi) il materiale mobilizzato consiste in masse di neve o ghiaccio che si staccano dalla sommità di un versante e precipitano violentemente a valle aumentando progressivamente di dimensioni e volume, trascinando con sé altra neve e detriti, trovati lungo il percorso, e travolgendo tutto ciò che incontrano sul loro cammino.

Le cause del distacco possono essere numerose e diverse: da naturali (dovute a un sovraccarico nevoso, a un aumento della temperatura, a infiltrazioni d’acqua, a vibrazioni acustiche, a forti venti o al passaggio di animali in zone critiche) oppure umane (nel caso di passaggio di sciatori, alpinisti o veicoli in un punto meno stabile del manto nevoso).

Nel caso delle frane, invece, il movimento interessa masse di materiale solido (rocce, terreni o detriti) che, in condizioni di instabilità, vengono trascinate verso il basso per effetto della sola forza di gravità.

Per quanto detto, è evidente che il fenomeno delle valanghe interessa aree montuose soggette a innevamento ed è quindi circoscritto a rilievi montani generalmente di alta quota e a periodi dell’anno che vanno dalla stagione invernale al massimo a quella primaverile. Viceversa, i fenomeni franosi interessano qualsiasi rilievo montuoso in equilibrio instabile (a prescindere dalla quota topografica o dalla latitudine) in qualsiasi periodo dell’anno (anche se tendenzialmente si manifestano prevalentemente in autunno o in primavera). Sono, pertanto, questi ultimi i principali agenti modellanti che agiscono sul paesaggio montano (ma anche collinare) di qualsiasi regione della Terra.

Il territorio italiano è costituito per più di tre quarti da zone collinari (41,6% del territorio) e montuose (35,2%) e soltanto il 23,2% del nostro Paese può essere attribuito ad aree di pianura. Ne consegue che la pericolosità da frana è uno dei più importanti fattori di rischio naturale col quale noi Italiani dobbiamo convivere. Infatti, l’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (Progetto IFFI – realizzato dal Servizio Geologico d’Italia-Dipartimento Difesa del Suolo dell’ISPRA e dalle Regioni e Province Autonome) ha censito 614.799 frane per un’area di circa 23.000 km2, pari al 7,5% del territorio nazionale.

Le diverse tipologie di frana, che vanno dai fenomeni di crollo a quelli per scivolamento fino a quelli per colamento (in Italia tristemente noti per via degli eventi di Sarno), si manifestano al concorrere di cause predisponenti (o strutturali) e scatenanti (od occasionali). Le prime sono connesse a fattori intrinseci di instabilità (geologici, morfologici, idrogeologici), quali forma e dimensione dei corpi geologici, tipi litologici, stato di fratturazione, presenza e orientazione di superfici di discontinuità, alterazione delle rocce, grado di permeabilità, pendenza dei versanti, che risultano caratteristici di un versante e rimangono invariati nel corso del tempo. Le altre agiscono su un pendio intrinsecamente “indebolito” determinando l’alterazione degli equilibri naturali e sono così definite perché innescano il movimento franoso (intense precipitazioni, attività sismica, azione delle acque superficiali e profonde, e non ultima l’attività antropica).

I movimenti franosi, quindi, si verificano in una determinata area per effetto della concomitanza di diversi fattori sfavorevoli alla stabilità di un versante. Tenendo conto che la maggior parte delle frane si sviluppa in tempi troppo brevi per poter intervenire mentre il fenomeno è in corso, appare evidente che, in una corretta analisi previsionale del “rischio frana”, la determinazione e il controllo di tali fattori aiuta a mitigare il danno all’uomo generato dal ripetersi di tali eventi.

Analizzando quanto accaduto in centro Italia nelle ultime settimane, il ritorno dell’inverno associato a condizioni meteorologiche estreme ha messo sotto i riflettori, come avviene oramai da anni, la vulnerabilità del territorio e l’accadimento di catastrofi naturali.

Le temperature polari registrate e le abbondanti nevicate hanno messo in ginocchio le regioni dell’Italia centrale, quelle purtroppo già violentemente colpite dagli ultimi eventi sismici del 24 Agosto e del 26 Ottobre 2016.

Il peggio però doveva ancora arrivare. Peggio inteso come discussioni, senza fine, soprattutto grazie alla cassa di risonanza dei media, su chi siano i responsabili per le 29 vittime dell’albergo Rigopiano: la Protezione Civile? L’autorità, intesa soprattutto come prefettura, che non ha compreso quanto stesse avvenendo? I proprietari dell’albergo insieme a coloro che hanno concesso i permessi e probabilmente non hanno realmente controllato il sito? Gli esperti che non hanno fatto con coscienza una relazione tecnica prima della costruzione dell’albergo?

Analizzando il poco che si sa, ed è veramente poco, la protezione civile e la prefettura non hanno alcuna responsabilità. L’informativa (l’allarme dato via mail/fax e poi via telefono) sulla situazione dell’albergo, era solo e soltanto legata all’impossibilità dei clienti di lasciare l’albergo. Le strade erano coperte da diversi metri di neve ed impraticabili. E’ ovvio che la priorità dovesse andare a tutti quei casolari isolati da giorni e senza più viveri o gasolio per riscaldarsi. Non si poteva dare la priorità all’albergo solo perché isolato, avendo a disposizione viveri e gasolio. La slavina non era e non è mai stata presa in esame, né da chi stava in albergo, né da quelli che avrebbero dovuto rendere agibile la strada ed evacuare i clienti dell’albergo.

Solo e soltanto su questo si deve discutere per quanto riguarda i soccorsi.

Al contrario è piuttosto banale, anche per un non esperto, capire che l’albergo era costruito in una posizione sicuramente bellissima ma certamente infelice, posto ai piedi di un canalone, evidenziando “de facto” il vero target di una qualunque possibile frana e/o valanga. E’ anche singolare, ma anche tipicamente Italiano, che solo dopo la slavina si venga a sapere che l’albergo era costruito su detriti di possibili frane avvenute in tempi storici. Altrettanto “casualmente” si registra su www.cronachemaceratesi.it che forse, la presenza di alberi molto giovani lungo il canalone potrebbero essere evidenza di “recenti” slavine … ma anche di frane aggiungiamo noi.

E’ necessario comunque fare un altro distinguo. La slavina non ha niente a che vedere con le frane avvenute in precedenza. Infatti, la slavina parte da grandi volumi di neve fresca non stabilizzata caduta in maniera anomala, non mobilizza il substrato, ma solo quanto trova sul suo percorso, quindi in superficie, prima di arrivare a valle. E’ possibile dunque determinare che un’area può essere soggetta a frane, è molto più complesso farlo per una slavina, nel caso non si abbiano dati storici. Per l’albergo non se ne avevano, e dunque il primo evento è stato anche l’ultimo e l’albergo non esiste oramai più. I due disastri non sono collegabili se non in maniera puramente casuale.

Sembra invece doveroso, ringraziare la protezione civile (ci è invidiata nel mondo per le sue capacità) e le autorità che non hanno smesso di prodigarsi per la popolazione allo stremo. Non solo in questa occasione, SEMPRE. Al contrario sarebbe da paese civile porre rimedio ai tanti abusi edilizi che costellano il nostro territorio, da sud a nord, e mettere mano una volta per tutte alla messa in sicurezza di quelle aree soggette frequentemente a disastri naturali.

Questo darebbe finalmente al paese uno status diverso, non dovremmo piangere sempre vittime innocenti, faremmo meno dietrologia e si potrebbero creare, tanto per cambiare, nuovi posti di lavoro per giovani laureati.

Un cambiamento epocale che ci aspettiamo da tempo ma che continua colpevolmente a tardare.

 

Approfondimento di Maurizio SIRNA e Dario TEDESCO - Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali Biologiche e Farmaceutiche

 

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di Rosa Granato, laureata in Design per l'innovazione @Università della Campania

 

 

 

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Ci preme sottolineare il disappunto per alcuni contenuti dell'articolo pubblicato dal Sole 24 Ore in data 2 gennaio 207 e relativo alla graduatoria degli Atenei italiani. In riferimento in particolare alla "classifica parziale sulla ricerca" riportata nell'articolo, i parametri utilizzati fanno riferimento a dati Anvur risalenti alla Vqr 2004-2010, mentre sarebbe stato sicuramente più opportuno attendere la pubblicazione della Vqr 2011-2014 prevista peraltro per la fine di gennaio, anche alla luce di quanto ufficializzato dalla stessa Agenzia nazionale di valutazione con comunicato del 19 dicembre 2016 in merito al divario sempre più ridotto rispetto al passato tra gli atenei italiani in termini di qualità della ricerca e di miglioramento nella qualità del reclutamento della docenza e che ha avuto come riscontro un considerevole incremento della quota premiale del Ffo per molte università del Sud Italia. Anche in riferimento agli indicatori relativi alla didattica si evidenzia che:

  • l'indicatore "Occupazione" penalizza le università meridionali che operano in un territorio certamente in difficoltà da questo punto di vista a prescindere dalla qualità della formazione impartita;
  • l'indicatore "Borse di studio" dipende dalle politiche di sostegno allo studio realizzate anche da altre istituzioni (in particolare le Regioni) e quindi non è certamente un indicatore in grado di misurare la qualità del lavoro svolto dalle università;
  • l'indicatore "Attrattività" misura la percentuale di studenti provenienti da altre regioni e quindi è pesantemente condizionato dall'ubicazione geografica del relativo ateneo.

Pertanto la pubblicazione ditale graduatoria, che posiziona la maggior parte delle università del Mezzogiorno ancora negli ultimi posti, sulla base della scelta di tali dati che non tengono conto del reale miglioramento in termini di qualità della didattica e della ricerca, potrebbe determinare un allontanamento degli stessi studenti che potrebbero abbandonare gli atenei delle regioni di origine. Alla luce di quanto predetto e dei dati Anvur a breve pubblicati, auspichiamo la possibilità di rielaborare una nuova e più realistica graduatoria.

Giuseppe Paolisso Rettore Università della Campania Luigi Vanvitelli
Gaetano Manfredi Rettore Università di Napoli Federico II
Pietro Navarra Rettore dell'Università di Messina
Elda Morlicchio Rettrice Università di Napoli L'Orientale
Fabrizio Micari Rettore Università di Palermo
Lucio D'Alessandro Rettore Università Suor Orsola Benincasa
Antonio Uricchio Rettore Università di Bari
Filippo De Rossi Rettore Università del Sannio

 

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La classifica delle università, pubblicata dal Sole24Ore, boccia gli atenei della Campania, relegati nella parte bassa della classifica generale. Eppure i riconoscimenti ottenuti con la Vqr, la valutazione della ricerca effettuata dall’Anvur, l’Agenzia nazionale preposta a questo compito, e i conseguenti aumenti per gli atenei campani della quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario avevano finalmente diffuso un’immagine positiva agli atenei della regione e restituito orgoglio e fiducia a rettori e professori. A maggior ragione è apparso del tutto incomprensibile il focus pubblicato sul Sole 24Ore, che di questi risultati positivi non tiene conto. 

Leggi l'articolo sul Corriere del Mezzogiorno

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Thomas Jefferson fu architetto, avvocato, politico e filosofo del diritto. La sua figura di illuminista cosmopolita ha molte facce: quella di architetto, che influì anche sulle vicende costruttive della Casa Bianca e portò alla costruzione della leggendaria villa di Monticello in Virginia; quella di avvocato, che lo portò a riflettere quotidianamente sugli effetti dell’esercizio del diritto sul destino delle persone; e quella di filosofo del diritto, profondamente influenzata dai pensatori inglesi del XVII secolo e dall’illuminista italiano Cesare Beccaria. Tra gli aspetti che lo contraddistinguono come pensatore del diritto e dei suoi effetti sull’azione sociale c’è la sua riflessione sul secondo emendamento, e cioè sulla libertà di portare armi da parte di milizie “ben regolate”.

Il secondo emendamento garantisce il diritto di possedere armi; se tale diritto sia esteso ai privati cittadini o solo alle milizie statali è stato oggetto di un lungo dibattito. Varie corti hanno interpretato il suo significato in diversi casi sin dal 1900. Tuttavia nel luglio del 2008 la Corte suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto il diritto dei cittadini di possedere armi, dichiarando incostituzionale la legge del distretto di Columbia che ne vietava il possesso ai residenti. È così stabilito il diritto individuale dei cittadini americani ad essere armati annullando la legge che da trentadue anni proibiva di tenere in casa una pistola per difesa personale nella città di Washington. La sentenza ha fornito un'interpretazione definitiva al secondo emendamento della Costituzione che dal 1791 sancisce il diritto di portare le armi. In tal modo è stato riconosciuto un diritto inviolabile al pari di quello al voto e della libertà di espressione.

Jefferson non postulò questo sviluppo; ritenne che le armi si dovessero dare solo a “ben regolate milizie” per la difesa comune. David Thomas Konig, Professore alla Washington University of Saint Louis, ha studiato la traiettoria intellettuale di Jefferson nel campo dell’architettura e del diritto. Nella sua conferenza, prevista per giovedì 1 dicembre presso l'Aulario del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali e Giurisprudenza toccherà tutti questi aspetti della personalità di Jefferson, mostrando quanto nella progettazione della sua villa di Monticello Jefferson avesse una concezione chiara delle funzioni dell’architettura; in seguito tratterà del percorso di Jefferson come avvocato e come legislatore; poi affronterà soprattutto la questione della diffusione delle armi ad uso individuale come la inquadrò Jefferson non solo come legislatore, ma anche come educatore e fondatore del Campus universitario della Virginia. Nel corso del dibattito con Konig si discuterà sul tema delle radici illuministiche di Jefferson, del suo rapporto con il pensiero di Cesare Beccaria e dell’attualità del suo approccio al tema della presenza delle armi da fuoco nella società americana e altrove. Assume una profonda attualità, anche per il pubblico degli studenti che assisteranno all’incontro, porre in evidenza il tema della legalizzazione dell’uso di strumenti di violenza e di offesa nella società contemporanea.

Sarà possibile seguire la diretta streaming dell'evento.

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 immigrati

Hanno tra i 18 e i 40 anni, sono giunti in Italia da molto lontano, impiegando giorni, mesi, anni ed hanno deciso di condividere la loro storia.
Sono 11 migranti del Centro sociale Ex Canapificio di Caserta/SPRAR, i cui racconti sono stati inseriti all’interno di un percorso interattivo dal Dipartimento di Studi Politici “Jean Monnet” della Sun sul tema della migrazione, delle mappe e dell’appartenenza nell’ambito della regione del Mediterraneo.  Il progetto è nato con l'intento di far conoscere i migranti in maniera differente e in chiave umanitaria, attraverso frammenti delle loro storie, con lo scopo di entrare in contatto con una realtà fisicamente vicina ma mentalmente distante, ponendo le basi per un'accoglienza diversa.

I risultati del progetto, di grande successo, sono stati raccontati da Maria Teresa Franco, studentessa del Corso di Scienze Politiche presso il Dipartimento di Studi Politici, per la rivista dell’Università di Pyatigorsk.

Hanno partecipato all’iniziativa gli studenti del Laboratorio “Migrazioni Territorio e Intercultura” – curato dal docente Antonio d’Angiò nell’ambito dell’insegnamento corso di laurea in Comunicazione interculturale attivo al Dipartimento –  che hanno preparato reportages fotografici, interviste a migranti, rifugiati e richiedenti asilo, nonché a vittime di tratta. Il progetto intende essere la base per l’ampliamento dei Laboratori in materia di migrazioni destinati agli studenti delle Lauree Triennali e Magistrali del Dipartimento ed è la base per la creazione di un Osservatorio Permanente sulle migrazioni all’interno del Dipartimento di Scienze Politiche “Jean Monnet”, che produca studi sul fenomeno delle migrazioni da diversi punti di vista: politico, sociologico, socio-economico, culturale.

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L'approfondimento di Carla Langella - Dipartimento di Ingegneria Civile, Design Edilizia e Ambiente della Seconda Università degli Studi di Napoli

 

La mostra internazionale Hybrid-ism and Multi-Ethnicity propone i risultati della seconda edizione di un workshop svolto nell’ambito di un international exchange program tra il California College of Arts di San Francisco, USA e la Seconda Università degli Studi di Napoli coordinato da Patrizia Ranzo e Carla Langella per la SUN e da Mariella Poli per il CCA. I progetti proposti dalla SUN sono stati sviluppati nel corso di Design Thinking nel Corso di Laurea in Design per l'Innovazione, con la collaborazione dei designer e ricercatori Francesco Dell’Aglio e Chiara Scarpitti che hanno seguito l’evoluzione culturale e realizzativa dei progetti, e delle phd student Enza Migliore e Veronica Di Salvo che hanno proposto agli allievi riferimenti ed ispirazioni culturali sui temi dell’ibridazione. Il corso muove dall'obiettivo di consentire agli studenti delle due università di confrontarsi sui temi dell'integrazione culturale e della multietnicità nelle città di Napoli e San Francisco.

La prima fase del progetto degli allievi della SUN è stata orientata alla conoscenza approfondita dei dati sull'immigrazione a Napoli, delle sue dimensioni, caratteristiche e specificità, nonché delle condizioni di vita e di lavoro degli immigrati. Il nostro lavoro ha tratto riferimento, in particolare, dalla ricerca svolta dal Servizio Regionale di Mediazione Culturale della Regione Campania, i cui risultati sono stati pubblicati nel report Caratteristiche e condizioni di vita degli immigrati a Napoli (a cura di Ammirato F., de Filippo E., Strozza S.). I dati proposti dal report sono stati integrati con le indagini sul campo svolte dagli allievi presso le diverse comunità di immigrati, volte ad approfondire le loro conoscenze sulle tematiche specifiche affrontate nei diversi progetti. Questa fase di analisi diretta ed indiretta ha consentito di costruire una solida base di conoscenza su cui poter innestare soluzioni di design aderenti ad una realtà molto complessa e ai bisogni delle persone.

Nel capoluogo partenopeo sono presenti 68 mila immigrati, prevalentemente provenienti da paesi dell'Asia (45%), dell'Europa orientale (37%), dell'Africa (11%) e dell'America Latina (7%). Un immigrato su quattro a Napoli è srilankese, quasi uno su cinque è ucraino e uno su dieci è cinese. Da questi tre paesi provengono la metà degli stranieri che vivono a Napoli. Gli allievi della SUN hanno scelto di focalizzare i loro progetti proprio sulle comunità provenienti dai territori di maggiore affluenza. La presenza degli stranieri non è distribuita in modo omogeneo nei diversi quartieri. La maggior parte degli immigrati risiede nel centro storico. Gli stranieri ufficialmente residenti rappresentano il 4,8% della popolazione residente a Napoli, e molti di loro sono arrivati nell'ultimo decennio. Dal 2004 i residenti stranieri sono quadruplicati. Dunque molti tra gli immigrati attualmente presenti a Napoli sono di recente arrivo e ciò implica che, per quanto la città abbia una antica origine multiculturale dovuta al susseguirsi delle incursioni e dominazioni saracenea, normanna, sveva, angioina, aragonese, austriaca, spagnola, i napoletani non hanno consuetudine con i temi dell’integrazione sociale e culturale in un'ottica contemporanea. L'esperienza di international exchange ha avuto il valore di indurli a indagare su temi inconsueti ma urgenti e ad innescare un processo di acquisizione di nuovi strumenti critici e di nuove consapevolezze attraverso un percorso fatto di domande, scoperte, rotture, aperture e ricostruzioni.

Dalla fase di indagine, definita Listening, in cui gli allievi hanno ascoltato le persone, la loro cultura e i significati che affiorano nel loro modo di vivere e di vedere la città sono emersi i temi progettuali prioritari del corso come: la presenza di automatismi del pensiero, di luoghi comuni e chiusure culturali propensi alla diffidenza ed all'intolleranza che i napoletani mostrano spesso rispetto ai migranti. Successivamente è stata affrontata la fase di Envisioning in cui le esigenze e le dinamiche individuate nell'ascolto sono state restituite attraverso una rilettura degli oggetti comuni della vita quotidiana mediante nuovi significati e nuove visioni cangianti. Si è scelto di elaborare un concept corale che costituisse un filo conduttore per tutti i progetti in grado di riflettere un pensiero progettuale condiviso ma anche di restituire la complessità dei molteplici punti di vista, diversi ma in grado di dialogare tra loro. Il principio fondativo unificante di questo percorso è stata l'idea che l'oggetto venga interpretato come dispositivo culturale. Il concetto di dispositivo oltrepassa l’accezione convenzionale di congegno informatico o elettronico e riguadagna il suo significato originario derivato dal del latino disposĭtus, participio passato di disponĕre «disporre».

In questo senso la metodologia Design Thinking ha assunto una declinazione “mediterranea” in cui l'oggetto e l’utente diventano depositari di un pensiero dialogico. L’utente non è guardato come un target ma diviene un complice del progetto che con la sua cultura lo influenza. I progetti esposti in questa mostra cercano occasioni, nel design, di aprire nell'opacità della frenetica vita quotidiana napoletana varchi di contaminazione e integrazione culturale e sociale, attraverso la sensibilizzazione reciproca di napoletani e stranieri, volti a costruire opportunità di imparare dalle culture degli altri e di apprezzare il valore dell'ascolto e dell'incontro di sguardi, per una coesione socio-culturale coerente e armoniosa. Nello sviluppo dei loro progetti gli allievi hanno scelto di proporre oggetti dotati di identità culturali ibride che conferiscono sensi sfumati e compositi alle dimensioni in cui si calano. Sono interlocutori piuttosto che entità passive. Dispositivi culturali, portatori di culture e di pensiero che rispondono ai problemi della multi-culturalità e dell'incontro tra etnie rompendo gli schemi convenzionali, in modo da spingere gli utenti ad interrogarsi e a riflettere sui temi dell'ibridazione.

Sono oggetti che si propongono come occasioni per indurre domande, perchè diversi da quello che sembrano o che dovrebbero essere. Sorprendono e destabilizzano consentendo di soffermarsi a scorgere il pensiero progettuale che sottendono per rompere le molte consuetudini sterili del pensiero che costituiscono i primi ostacoli all'integrazione. Vengono messi in crisi gli automatismi scontati per aprire ventagli di nuove occasioni e nuove possibilità di interpretare dialogicamente le cose e le diversità.

Oggetti portatori di significati affioranti nell'attuale panorama prevalentemente omologato dal mercato dominante, in cui i prodotti della vita quotidiana e in particolare gli oggetti tecnologici sembrano privati di identità, tutti simili, piatti e incolori. Oggetti che si rendono portatori della preziosità di alcune culture, che possono insegnare ai napoletani a conoscere modi differenti di vedere le cose, soluzioni alternative, culture antiche e saperi stratificati che meritano ammirazione e rispetto.

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"Futuro Remoto" giunge quest'anno al suo 30° appuntamento. Dal 7 al 10 ottobre vi aspettiamo negli stand Sun in Piazza del Plebiscito a Napoli, con lezioni speciali, laboratori e tante idee innovative!

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Piero Angela, Luigi Nicolais, Roberto Battiston. Questi sono solo alcuni degli ospiti che parteciperanno alle Grandi Conferenze organizzate dalla Sun per Futuro Remoto, al via giovedì 6 ottobre alle ore 18.45 presso la Sala Newton a Città della Scienza. Le conferenze sono gratuite e si potrà prendere parte registrandosi online a questo indirizzo http://www.cittadellascienza.it/futuroremoto/2016/
Prenota subito il tuo posto!

GIOVEDÌ 6 OTTOBRE
ORE 18.45 - Conferenza inaugurale a Città della Scienza
Piero Angela, Roberto Battiston, Samantha Cristoforetti, Pep Bou

VENERDÌ 7 OTTOBRE
(Circolo Artistico Politecnico)
ORE 11.30 - “Scienza e bioetica. Siamo alle Colonne d’Ercole?”
Giuliano Amato - Politico, giurista e accademico italiano, presidente del Consiglio dei ministri dal 1992 al 1993 e dal 2000 al 2001. Giudice costituzionale dal 2013.
Introduce
Lorenzo Chieffi - Professore di diritto costituzionale presso la SUN.

SABATO 8 OTTOBRE
(Circolo Artistico Politecnico)
ORE 10.00 - “Ciò che mangiamo è (ormai) contronatura?”
Dario Bressanini - Università dell’Insubria - Dipartimento di Scienze Chimiche e Ambientali
Introduce e modera
Franco Di Mare - Giornalista e scrittore
ORE 12.00La nascita imperfetta delle cose: le nuove sfide della fisica contemporanea”
Guido Tonelli - Università di Pisa, CERN
Introduce
Antonio D'Onofrio - Professore di Fisica sperimentale presso la SUN
Modera
Luca Fraioli - Giornalista scientifico de La Repubblica
ORE 17.30 - “L'educazione scientifica come sforzo globale”
Vaughan C. Turekian - Director Center for Science Diplomacy - American Association for the Advancement of Science (Consigliere per la Scienza e la Tecnologia del Segretario di Stato del Governo USA)
Introduce e modera
Luigi Nicolais - Ingegnere, politico e docente italiano, è stato presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche  

DOMENICA 9 OTTOBRE
(Circolo Artistico Politecnico)
ORE 11.30 - “Scienza e letteratura”
Bruno Arpaia - Scrittore e giornalista
Introduce e modera
Rosanna Cioffi - Professoressa di Storia della critica d'arte presso la SUN e ProRettore della SUN

Locandina

 

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L'approfondimento di Giuseppe Paolisso, Rettore della Seconda Università degli studi di Napoli

 

Come ogni anno con l’approssimarsi degli esami di maturità riparte immancabile il dibattito sull’accesso programmato ai corsi di laurea di medicina e delle professioni sanitarie che nell’immaginario collettivo rappresentano la massima espressione della negazione del diritto allo studio in Italia. In effetti, il comune pensiero dilagante nel popolo dei maturandi è che per motivi di protezionismo professionale la medicina accademica italiana vuole un ridotto numero di laureati in medicina per poter garantire a tutti lauti e sicuri guadagni o il procrastinarsi di un fantomatico potere (quello dei “ baroni universitari”).

Da qui nasce ovviamente una serie interminabile di ricorsi amministrativi, che prendendo come spunto il diritto allo studio e/o anomalie nelle procedure concorsuali al momento del test di ammissione, sono tesi a permettere l’accesso ai corsi di laurea di medicina e professioni sanitarie ad un numero di studenti ben più vasto di quello programmato.  Ma veramente il popolo dei ricorsisti è anche quello di un diritto allo studio negato? Esaminiamo fatti e numeri.

L’accesso programmato a medicina esiste non per una volontà protezionistica della medicina accademica italiana, ma perché con il DM 270/2004 in Italia si consegue a medicina un laurea magistrale a ciclo unico che consente a tutti coloro che ne sono in possesso di potersi iscrivere, e quindi esercitare la professione, presso qualsiasi Ordine dei Medici dell’Europa comunitaria, poiché si condividono le regole formative. Pertanto per un neolaureato italiano in medicina non è assolutamente necessario sostenere un esame di stato abilitante in Europa comunitaria.

Le regole formative essenziali sono 3:

  1. un rapporto ben definito di posti letto e studenti da ammettere;
  2. numero congruo di docenti in rapporto agli studenti;
  3. disponibilità di strutture (aule, aule studio etc..) in quantità sufficienti per permettere un adeguato svolgimento delle lezioni in relazione agli studenti che frequentano.

Tenendo presente questi parametri ogni anno ciascun’università comunica al MIUR il numero massimo di studenti che possono essere iscritti ai corsi di medicina o di professioni sanitarie.  Se vi sono variazioni nei parametri su riportati, le Università sono tenute a un adeguamento numerico degli iscritti. E’ questo il motivo per cui si deve parlare di “numero programmato” e non di “numero chiuso” come molto impropriamente è definito.

Un problema è rappresentato sicuramente dal metodo con cui si compie oggi la selezione degli ammessi. I quiz a risposta multipla sono una metodica largamente diffusa specie nei paesi anglosassoni ma che da noi hanno ancora difficoltà a essere accettati. Vi sono state molte discussioni sulla validità di tali quiz, chi li ritiene troppo nozionistici, chi  mal distribuiti nei vari domini culturali  investigati, chi non utili per selezionare i migliori. La verità è che i quiz, che hanno subito una notevole evoluzione nel tempo tali renderli sempre meno nozionistici e più legati al corredo di conoscenze che ciascuno studente si porta appresso dagli studi effettuati, selezionano solo chi fornisce più risposte esatte, che però inevitabilmente corrisponde a chi ha il migliore corredo culturale.

A prova di ciò sta la dimostrazione che a Medicina si laureano circa 75-80% degli studenti entro i 6 anni,  contro una media del 35-55% di tutte le altre discipline.  Inoltre la maggior parte dei laureati in medicina (oltre il 65%) degli ultimi 10 anni presenta voti medi curriculari superiore al 26/30 che risentono ovviamente del miglior rapporto docente/studente e quindi di una didattica privilegiata a cui questi studenti sono esposti.

Una critica probabilmente giusta a questo sistema, che al momento riesce a coniugare in maniera abbastanza efficace quantità e qualità come testimoniato dall’elevato e sempre piu’ crescente numero di medici italiani che vanno a lavorare all’estero, è la mancanza di selezione in rapporto all’attitudine psicologica a svolgere la professione medica. 

Considerando però che gli abbandoni sono estremamente rari (meno del 3% vs percentuali a due cifre nelle altre discipline) questo problema sembra essere non rilevante.  La realtà è che il sistema è pesato per selezionare coloro che si sono dedicati con maggiore dedizione agli studi nella scuola superiore e non permette facili recuperi all’ultimo momento. Se questo sia una pecca è difficile dirlo, ma certamente va nel senso della meritocrazia.

Un’ulteriore particolarità di tutto il sistema è rappresentato dal fatto che la stragrande maggioranza degli ammessi appartiene al sesso femminile (circa i 3/4  degli ammessi e quindi dei laureati) e questo forse perché nelle donne c’è un maggiore determinazione ed una maggiore dedizione allo studio negli anni addietro. In un sistema dove tutti possono concorrere – senza più distinzioni tra licei ed istituti professionali come prima del 68 -  tutti hanno la possibilità di confrontarsi, tutti hanno la possibilità di concorrere per tutte le sedi e confrontarsi con tutti gli altri studenti del territorio nazionale, e tutti sono messi nelle medesime condizioni in un concorso estremamente trasparente e con regole di sicurezza così avanzate che spesso sono simili a quelli di un controllo aeroportuale statunitense, dov’è la violazione del diritto allo studio? A meno che per diritto allo studio non si intenda che tutti possono fare tutto, ed allora però bisogna abrogare ad alcune leggi comunitarie o al diritto di ciascuno di noi di avere una buona sanità e degli eccellenti professionisti che tutto il mondo ci invidia.

Certamente una battaglia da fare per il diritto allo studio non è quella della libera iscrizione, ma piuttosto quella del sostegno economico che il governo dovrebbe dare alle famiglie disagiate che vedono il loro figlio/a essere idoneo/a al concorso di ammissione e non avere magari la forza economica di mantenerlo/a fuori sede. Infatti l’attuale forma del concorso nazionale, con un pacchetto unico di circa 10.000 posti a disposizione, prevede che uno studente del Sud possa avere accesso ad un Università del Nord e viceversa. Questo strumento è utile perché mette tutti sullo stesso piano dal punto delle opportunità d’iscrizione, ma crea squilibrio tra chi si può permettere di mantenere un figlio fuori sede e chi no, peraltro per un periodo minimo di 6 anni che è il doppio del tempo di una classica laurea triennale.

L’accesso a medicina tanto richiesto in Italia (il rapporto tra e posti a disposizione e partecipanti è di circa 8 a 1) ha bisogno di un maggiore giustizia sociale e dovrebbe essere accompagnata da forme specifiche di sostegno allo studio che oggi sono poco presenti.  Come fa una famiglia non abbiente a mantenere per 6 anni un figlio fuori città o fuori Regione dovendogli pagare almeno alloggio, vitto e studio? E quante università sono attrezzate con residenze o altre forme di accoglienza per il sostegno allo studio? E’ questo il vero diritto allo studio negato, non il numero programmato in sé.  Se battaglia si deve fare ben venga ma essa non deve essere indirizzata al cambio del sistema (visto i citati risultati positivi che ne testimoniano la validità) ma verso una maggiore equità sociale che permetta veramente a tutti una libera scelta e la realizzazione delle proprie aspirazioni.  

 

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di Nicola Russo, magistrato componente del Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura

Due giorni fa, dopo aver notato degli strani lividi apparire in rapida successione sulle gambe e sulle braccia di mio figlio Matteo di otto anni accompagnati da piccoli pigmenti rossi sui suoi arti, abbiamo fatto su consiglio di un amico medico gli esami del sangue, scoprendo che il livello delle piastrine di Matteo era pericolosamente sceso a 2000 unità ( il livello normale è di 100.000 unità). Siamo stati indirizzati al reparto di Ematologia ed oncologia pediatrica del II Ateneo di Napoli (quello che dalle mie parti viene denominato "Vecchio Policlinico"). Per due giorni ho vissuto un incubo, temendo che quel sintomo così marcato fosse il segno di una leucemia. Fortunatamente si è rivelato solo l'effetto patologico di una mononucleosi.

Matteo oggi è tornato a casa e domani andrà in vacanza. Qui finisce la piccola storia di Matteo. Per fortuna è a lieto fine.

In questi due giorni, quasi interamente trascorsi nel reparto, ho incontrato tanti bambini molto meno fortunati di Matteo, che quotidianamente affrontano un percorso di cura lungo, incerto e spossante. Lo fanno comunque trattenendo con sé il sorriso, come è naturale per un bambino, ma anche facendo entrare nel proprio quotidiano attrezzi ed abitudini innaturali, come i supporti delle sacche di immunoglobuline, la "matematica" delle pasticche di cortisone da assumere durante la giornata, la chemioterapia. Ho visto comunità di genitori darsi coraggio e consiglio, preparare per sé e per gli altri il caffè offerto in giro per le stanze su un vassoio, cucinare qualcosa di profumato per i propri piccoli nella cucina comune, festeggiare un compleanno od un onomastico con tutti i bimbi del reparto nella saletta dei giochi. Su tutto ciò l'assistenza e le cure di un gruppo di medici e di infermieri eccellenti per competenza ed umanità, sempre disponibili ad una parola in più ed a prestare il loro lavoro anche oltre l'orario dovuto. Questo in una struttura pubblica del Sud.

In questo luogo, misto di speranza e sofferenza, si muove da anni un'associazione che si chiama Agop (associazione genitori oncologia pediatrica onlus). Ho parlato con chi ne fa parte ed ho chiesto cosa potevo fare.
In quel reparto si ha bisogno di cose di varia natura:

DONAZIONI DI SANGUE: dopo averlo "buttato" per due giorni ne ho fatto dono stamane per la prima volta nella mia vita dopo la dimissione di Matteo. Le immunoglobuline di altri donatori lo avevano salvato e non potevo non "restituire" l'amore sconosciuto che lui aveva ricevuto.

DONAZIONI DI TEMPO: c'è tanto tempo perso nella vita di ognuno di noi. Possiamo ritrovarlo donandolo agli altri, anche un po' per volta.

DONAZIONI DI DENARO: direttamente o con il 5X1000

DONAZIONI DI GIOCATTOLI, TELEVISORI, TABLET E PC PORTATILI: i giocattoli lì dentro hanno la potenza di un farmaco. I televisori, i tablet ed i computer servono a tenere questi bambini legati a tutto il mondo fuori durante le lunghissime degenze.

Senza grossi sforzi, migliorando con il sostegno degli operatori telefonici ( o con il sostegno economico di tutti noi) il cablaggio della rete wireless interna, si potrebbero realizzare video collegamenti con le classi scolastiche cui appartengono i piccoli degenti per consentire loro di partecipare alle lezioni, spesso perse durante i periodi di cura in ospedale. Io non ho mai chiesto niente ad un politico. In particolare non l'ho mai chiesto per me o
per i miei familiari. Ora lo chiedo ai politici regionali ed al presidente della Regione Campania per i bambini che sono lì. Assicuriamo, nella ripartizione delle risorse sanitarie, personale stabile, borse di studio e finanziamenti a questo
straordinario reparto di ematologia ed oncologia pediatrica.

Ho ascoltato tante storie di bisogno e di cure in soli due giorni che esigono l'attenzione e l'attivazione coscienziosa del presidente Vincenzo De Luca e della sua giunta.
La gran parte degli strumenti e delle strutture del reparto sono stati acquistati non con fondi pubblici, bensì con donazioni di privati fatte per sostenere l'Agop.
Ognuno di noi può fare anche una sola delle cose che ho elencato.
Alcuni ne possono fare tantissime. Nulla di ciò che ciascuno farà sarà inutile o insufficiente: sono le gocce, tutte insieme, a fare la pioggia.

 

RIFERIMENTI PER IL SOSTEGNO ALL'AGOP
Bonifico bancario c/c 27/6763 intestato ad Agop Campania presso San Paolo Banco Napoli Iban: IT70V0101003401000027006763
Conto corrente postale numero 20419800 intestato ad Agop Campania, vico Luigi De Crecchio 2, 80138 Napoli
5 X MILLE con indicazione del codice fiscale 94047810638

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+connessa +internazionale +innovativa +social +raggiungibile +sostenibile

 di Alessandra Cirafici - Docente di Design e Comunicazione

 

Ecco, in sintesi, l’immagine che la SUN vuole dare di se’. L’immagine con cui si propone di conquistare il suo giovane pubblico di potenziali studenti, puntando sull’idea del ‘potenziamento’ del suo sistema valoriale e sulla comunicazione delle numerose attività tutte finalizzate a rendere PLUS la sua proposta nel competitivo scenario della formazione universitaria. Con sempre maggior convinzione l’Ateneo affida ad una attenta strategia di comunicazione il compito di veicolare i propri valori ed i propri obiettivi e lo fa scegliendo un linguaggio giovane che strizza l’occhio al mondo dei new media e metta in evidenza la sua capacità di intercettare modi e tendenze del mondo contemporaneo. Una campagna di affissione che segue di poco la riuscitissima strategia di comunicazione del nuovo sistema di mobilità integrata SoonToSun, - divenuta virale grazie alla bella partecipazione di tutta la comunità degli studenti dell’Ateneo -  e che la rilancia sul web attraverso una pervasiva presenza sui social, da facebook a youtube, canale SUNMagazineTV, attraverso video e minispot realizzati dai suoi stessi allievi (e la cosa non è priva di significato!)  che con entusiasmo hanno partecipato al contest lanciato qualche mese fa per la realizzazione di video promozionali.
E’ così che la SUN lancia la sua sfida per il nuovo anno accademico: mostrare il volto giovane e comunicativo di un Ateneo che, mentre lavora a costruire itinerari di competenza, professionalità e credibilità accademica, realizza anche contesti di condivisione e rafforza il senso di appartenenza e di identità di una intera comunità in cammino.
SUN_università connessa!

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di Armando Cartenì - Docente di Pianificazione dei trasporti e Mobility Manager


La recente tragedia di Andria ha scosso l’opinione pubblica italiana. Le inchieste che seguiranno stabiliranno sicuramente responsabili e responsabilità. Quello che però bisogna fare attenzione a che non continui ad avvenire è la disinformazione (e non informazione) che si è osservata in questi giorni, finalizzata alla sola “corsa allo scoop a tutti i costi”. Per chi come me si occupa di trasporti e della sua pianificazione appaiono quantomeno discutibili molte delle notizie veicolate tramite la stampa e la televisione in questi giorni. Volendo provare a fare un’analisi tecnica il più possibile obiettiva bisogna prima di tutto dire che, statistiche ufficiali alla mano (es. ISTAT e ANSF), il trasporto ferroviario, insieme a quello aereo, è il modo più sicuro di spostarsi. Per citare alcuni dati ufficiali, tra il 2010 ed il 2014, solo 1,9% dei morti totali (compresi i suicidi sui binari e gli incidenti da lavoro) è avvenuto sulla ferrovia contro l’oltre 94% della strada. Ogni giorno muoiono 10 persone per incidenti stradali, che diventano 300 morti al mese ed oltre 3 mila all’anno.


Binario doppio o singolo?

I giornali e le televisione hanno gridato in questi giorni al “doppio binario”, ovvero alla necessità di raddoppiare tutte le linee italiane a binario singolo, come se questa fosse la soluzione a tutti i problemi di sicurezza. Anche qui bisogna dire che ad oggi in tutti i principali Paesi europei (es. Germania e Francia) e del mondo, le linee ferroviarie per il trasporto dei pendolari sono prevalentemente a binario singolo. Molte di queste linee sono anche sotto-utilizzate (in termini di treni che possono transitarvi al giorno) e per queste sarebbe quindi insostenibile da un punto di vista finanziario la loro riqualificazione a doppio binario. Anche da un punto di vista sociale questa soluzione non è detto che sia risolutiva: incidenti mortali sono stati infatti registrati negli ultimi anni anche su linee a doppio binario ed anche sull’Alta Velocità e molti di questi incidenti sono avvenuti esclusivamente per errore umano, come nel caso dell’incidente in Spagna del luglio del 2013 dove un errore umano del macchinista su un treno alta velocità causò la morte di 79 passeggeri. Per contro oggi esistono sistemi tecnologici di sicurezza applicabili anche alle linee a singolo binario che di fatto aumentano notevolmente la sicurezza riducendo enormemente il rischio di errore umano.


Le liberalizzazioni

Altra disinformazione è stata fatta imputando l’incidente di Andria alle “liberalizzazioni sconsiderate” fatte per le ferrovie italiane. Anche questo non è corretto, infatti nel nostro Paese tranne i servizi ad Alta Velocità ed un po’ di trasporto merci per i quali vi è concorrenza nel mercato, non vi sono esempi concreti di liberalizzazione ferroviaria. Le Ferrovie Nord Barese, benché società privata, sono di fatto un concessionario per conto della Regione Puglia che rappresenta quindi l’organo responsabile degli adeguamenti infrastrutturali della linea su cui è avvenuta la disgrazia.


I presunti ritardi

Anche per chi ha puntato il dito sui “clamorosi ritardi nel raddoppio della linea Andria-Corato”, argomentando che adeguare una linea “in mezzo agli ulivi” è cosa facile, forse non ha considerato che oltre agli interventi previsti nelle campagne pugliesi vi sono quelli da fare all’interno delle città di Andria e Corato che non sono propriamente città piccolissime (oltre 150 mila residenti). E’ vero che il nostro Paese non eccelle per tempi di realizzazione delle opere pubbliche ma proprio in questo caso il progetto di ampliamento della linea ha subito ritardi anche perché è stato seguito un approccio di “stakeholder engagement”, ovvero di partecipazione pubblica per arrivare ad un progetto condiviso con i territori. Tale iter partecipativo ha infatti visto la redazione di un nuovo progetto che ad oggi prevede un interramento della linea per 4 km e la costruzione di una nuova stazione anche per evitare espropri di abitazioni private.

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