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Venerdì 27 e sabato 28 aprile si terrà presso Villa Doria D’Angri il consueto corso di aggiornamento “Argomenti di Gastroenterologia”, giunto alla XX edizione, organizzato dal Prof. Gabriele Riegler dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, a cui sono stati riconosciuti 12 Crediti Formativi. Il Corso prevede quattro sessioni.

Nella prima si riprenderanno gli argomenti della 1 ^ edizione analizzando cosa è cambiato in venti anni (Reflusso gastroesofageo, Cirrosi epatica, Trapianto di fegato e Patologia del Tenue).
Nella seconda sono previsti interventi su attualità recenti in particolare nuove terapie sia mediche che chirurgiche per la malattia di Crohn (uso di cellule staminali sulle quali la Vanvitelli è uno dei centri all’avanguardia in Italia) e la colonscopia robotica nuova prospettiva in campo endoscopico. Si discuterà anche della più recente terapia marziale e del ruolo di patologie di importazione (Malaria e Parassitosi intestinali).
La terza sessione è dedicata ad argomenti di impatto sociale e di segno diverso: si parte dall’esperienza di “Surgery for Children” nei paesi in via di sviluppo, passando al peso dell’alcol, del fumo e degli stupefacenti sull’apparato digerente, all’influenze culturali/religiose sull’alimentazione ed infine, di particolare importanza per i costi della spesa sanitarie, il ruolo delle “mode” in gastroenterologia. 
Infine la quarta sessione del sabato mattina è come d’abitudine monotematica quest’anno dedicata al timing chirurgico, vale a dire il momento in cui il medico deve porre l’indicazione chirurgica, per sottolineare l’importanza della interdisciplinarietà in questo caso tra gastroenterologo e chirurgo. Gli argomenti trattati saranno: patologia emorroidaria, diverticoli del colon, la malattia di Crohn, i calcoli della colecisti, l’ernia jatale e l’obesità. 

E’ auspicabile il successo dell’iniziativa anche per l’abituale clima informale e soprattutto per la qualità dei relatori tutti esperti e punti di riferimento degli argomenti trattati.

Locandina

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“Innovazioni Tecnologiche in Chirurgia”. Questo il nome del Convegno internazionale, presieduto da Ludovico Docimo, Ordinario di Chirurgia Generale dell’Università Vanvitelli, che si terrà a Napoli il 22 e 23 giugno presso l’Hotel Royal Continental di Napoli.

"Se per alcuni aspetti le innovazioni sembrano rendere l’intervento più semplice e sicuro, per altri sostengono la nobile ambizione di spingere la mano del chirurgo verso orizzonti più lontani, portando a riconoscere le malattie in fase sempre più precoce, ma anche a curare stadi più avanzati, in condizioni talvolta particolarmente complesse, di fronte alle quali nel passato ci si sarebbe arresi - spiega Docimo - la stessa ricerca clinica stimola un progresso tecnologico sempre più raffinato, per cui le complicanze si dimostrano in costante notevole riduzione, pur non potendosi azzerare".

Quali sono i risvolti economici di questo progresso? " Il raggiungimento dell’eccellenza impone inevitabilmente i suoi costi, seppure nel rigoroso controllo degli sprechi - continua Docimo, che dirige la UOC di Chirurgia Generale, Minvasiva e dell’Obesità dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Vanvitelli - ottenendo la riduzione dei tempi operatori e della degenza, in passato inimmaginabili, con la più rapida ripresa sociale, familiare e lavorativa".

E’ prevista la partecipazione di oltre 500 specialisti italiani e stranieri che si confronteranno sulla moderna diagnosi e sull’attuale trattamento delle malattie da reflusso gastro-esofageo, dell’obesità e delle malattie metaboliche, della tiroide e della mammella, in campo colon-proctologico, flebologico e ricostruttivo.

"Come nella “Formula 1” -  conclude - il livello chirurgico è quindi in costante crescita, e impone la costituzione e quindi la selezione di un indispensabile team multidisciplinare di alto profilo, con un irrinunciabile bagaglio di conoscenze e di tecnologia sempre più aggiornato".

programma

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Uno studio su una malformazione cardiaca congenita, la valvola aortica bicuspide, rivela nuovi e importanti aspetti della patologia, aprendo a potenziali sviluppi anche nel campo chirurgico. Il gruppo di ricerca guidato dai dcoenti Alessandro Della Corte e Marisa De Feo, professori di cardiochirurgia presso il Dipartimento di Scienze Cardio-Toraciche e Respiratorie (diretto da Giovambattista Capasso) dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, da più di 15 anni si impegna nella ricerca clinica e di base sulla patogenesi, la stratificazione del rischio ed il trattamento delle forme di dilatazione aortica associate a valvola aortica bicuspide (BAV). La BAV è la malformazione cardiaca congenita più frequente, presente nel 1-2% della popolazione, con un’incidenza maggiore tra i soggetti di sesso maschile, e che predispone all’aneurisma dell’aorta toracica (“aortopatia bicuspide”). Una sempre maggiore comprensione dei meccanismi alla base dell’aortopatia bicuspide potrebbe essere utile per una ridefinizione delle linee guida per l’intervento chirurgico nei pazienti con BAV. La patologia infatti è fondamentalmente asintomatica, benché le sue possibili complicanze acute, prima fra tutte la dissezione aortica, siano gravate da altissima mortalità. Pertanto, l’identificazione di biomarcatori precoci di dilatazione aortica è particolarmente urgente ed è attualmente oggetto di numerose ricerche in tutto il mondo.

Dopo anni di studi, la sinergia tra discipline diverse, dalla biologia molecolare alla diagnostica per immagini, dalla bioingegneria alla cardiochirurgia, ha condotto il Dipartimento di Scienze Cardio-Toraciche e Respiratorie all’identificazione di un potenziale biomarcatore precoce di dilatazione aortica specifico per i pazienti con BAV.

I risultati dello studio sono stati recentemente pubblicati sulla prestigiosa rivista Circulation Research (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28420669), in un articolo scientifico che ha avuto come autori principali Alessandro Della Corte e Amalia Forte, biologa molecolare presso la nostra Università. A rendere particolarmente interessanti i risultati dello studio è il fatto che il biomarcatore circolante identificato, e cioè il rapporto tra i livelli della citochina TGF-1 e della forma solubile del suo co-recettore endoglina, è predittivo della progressione dell’aortopatia specificamente nei pazienti con BAV. Lo studio evidenzia in particolare come un approccio traslazionale alla ricerca su queste patologie dall’espressione fenotipica alquanto eterogenea possa condurre all’identificazione non soltanto di meccanismi chiave nella loro genesi, ma anche di metodi e principi di “precision medicine” per il loro management clinico.
Questo gruppo di ricerca ha in corso ulteriori studi che riguardano le alterazioni epigenetiche associate alla progressione della dilatazione dell’aorta toracica nei pazienti con BAV rispetto a soggetti sani.

“Numerose evidenze sperimentali hanno ormai stabilito il ruolo chiave delle modifiche epigenetiche dell’espressione genica, in particolare ad opera dei microRNA, nelle alterazioni cellulari associate all’aortopatia", spiega la Forte, che sta attualmente guidando una collaborazione in tal senso con l’Università di Lund, in Svezia, ed i cui risultati preliminari sono stati recentemente pubblicati su Heart and Vessels e su BBA-Molecular Cell Research.

Come per numerose altre discipline, in cui ha espresso ed esprime livelli di eccellenza, l’Università Vanvitelli è rappresentata in ambito internazionale anche dal gruppo di ricerca della cardiochirurgia del Dipartimento di Scienze Cardio-Toraciche e Respiratorie, che è diventato ormai un autorevole riferimento nell’ambito della ricerche sulle patologie cardiovascolari ed in particolare sulle aortopatie. Ciò è testimoniato da numerose pubblicazioni sull’argomento in prestigiose riviste scientifiche, ma anche dal contributo apportato da Della Corte nel Consorzio Internazionale per la Ricerca sulla BAV (BAVCon, c/o Harvard University, Boston, MASS) fin dalla sua fondazione nel 2013, dalla sua recente elezione a membro della Task Force dell’European Association for CardioThoracic Surgery sulle patologie del tessuto connettivo che causano malattie aortiche e valvolari, nonché dalla pubblicazione di un numero speciale della rivista Frontiers in Physiology, section of Vascular Physiology, che i docenti Forte e Della Corte hanno curato in qualità di guest editors. Il numero speciale, ora disponibile gratuitamente online anche come eBook (https://www.frontiersin.org/research-topics/5221/the-pathogenetic-mechanisms-at-the-basis-of-aortopathy-associated-with-bicuspid-aortic-valve-insight) include numerosi contributi da parte dei maggiori esperti internazionali del campo.

L’approccio multidisciplinare, i risultati ottenuti ed il network di collaborazioni instaurate evidenziano e confermano il ruolo rilevante dell’Ateneo Vanvitelli nel panorama internazionale dello studio dell’aortopatia bicuspide e delle altre patologie cardiovascolari.

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La prima sperimentazione dopo lo studio pilota del Centro di Diabetologia Pediatrica della Vanvitelli in collaborazione con l’Università Federico II

Una ricetta di pizza doc napoletana per i bambini diabetici. Dal gemellaggio delle Università Vanvitelli e Federico II, dalla collaborazione col franchising Rossopomodoro e dell’associazione “L’isola che non c’è”, composta da genitori di bambini affetti da diabete mellito di tipo 1, nasce il protocollo sperimentale Pizzatronic. Una sperimentazione che mira a superare la difficoltà di gestione della glicemia dei pazienti diabetici, specialmente in trattamento insulinico, dopo il consumo del pasto pizza.

Non tutte le pizze sono uguali. I pizzaioli si tramandano da anni l’arte della lievitazione lenta alla base di una pizza più gustosa ma soprattutto più digeribile. Quello che è tradizione non è però dimostrato scientificamente. L’esperimento, condotto da Dario Iafusco, docente della Vanvitelli, e dalla sua equipe del Centro Regionale di Diabetologia Pediatrica “G. Stoppoloni”dell’Università Vanvitelli, si svolgerà in due fasi, tra domani, mercoledì 14 marzo e il prossimo mercoledì 21 marzo.

Appuntamento al Centro commerciale Le Porte di Napoli di Afragola dove i bambini saranno accompagnati prima al cinema (un’attività che consentirà loro di arrivare alla cena riposati e con una glicemia bassa) e poi alle 19 alla pizzeria che avrà preparato la pizza a lenta lievitazione (di oltre 24 ore) con la ricetta messa a punto dai diabetologi della Vanvitelli.I bambini saranno monitorati a distanza fino alla mattina successiva attraverso un dispositivo di microinfusione di insulina e di un sensore glicemico che consentirà ai medici di seguire la fase digestiva della pizza.

“La ricetta che abbiamo messo a punto – spiega Iafusco – durante lo studio pilota, è quella di una pizza a lenta lievitazione che può essere tranquillamente mangiata dai bambini diabetici senza che vi siano controindicazioni di alcun tipo. Una pizza che in questo caso sarà preparata dalla pizzeria, ma che le mamme potranno ripetere anche a casa, cuocendola in un normale forno elettrico”.

L’impasto sarà analizzato sia a crudo che a cotto grazie alla partecipazione del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II, per poter avere un quadro ancora più chiaro e completo della ricetta e del suo impatto sui bambini protagonisti dell’esperimento.

“Mercoledì prossimo si ripeterà tutto nello stesso modo – spiega Angela Zanfardino dell’Università Vanvitelli, responsabile e ideatrice del protocollo – cambierà solo il tipo di pizza. La prossima volta i bambini, sempre nella stessa pizzeria, mangeranno una pizza lievitata solo 8 ore. Attraverso lo stesso sistema di controllo a distanza avremo un monitoraggio in continuo della glicemia, per la loro sicurezza e per aumentare il numero di dati a disposizione degli studiosi”.

Innovazione e tradizione, insomma, per mostrare al modo, con metodo scientifico, il valore della pizza napoletana lentamente lievitata.

 

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Il post vacanza, si sa, è sempre un po’ duro da affrontare. Conciliare casa, famiglia e lavoro può risultare faticoso e dare luogo a sensazioni spiacevoli di ansia, disagio o disorientamento. Come ripartire con la carica giusta per affrontare il rientro?


A cura di Alessandro Lo Presti, docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni al Dipartimento di Psicologia dell'Università Vanvitelli

Affrontare questo tema significa innanzitutto riflettere attorno a tre aspetti diversi, ma complementari: vita, lavoro e sé stessi. Suggerire delle strategie per armonizzare vita e lavoro non può che fondarsi su di una sommaria analisi di tali ambiti, i quali pongono tutta una serie di istanze e offrono risorse e richieste con le quali fare i conti.

Ascoltarsi
Conciliare ambiti di vita e lavoro significa innanzitutto ascoltare sé stessi e interrogarsi su tutta una serie domande alle quali solo in parte si può rispondere individualmente, e che, auspicabilmente, dovrebbero vedere il coinvolgimento dei propri cari, nell’interesse dei propri obiettivi, personali e professionali nonché di quelli della famiglia e dei suoi membri (pensiamo alle esigenze dei nuclei familiari dual-earner, ovvero in cui entrambi i partner lavorano):
-    A cosa voglio dare priorità: lavoro o famiglia/vita?
-    Posso e/o voglio tenere vita e lavoro in compartimenti stagni o lasciare che si intreccino?
-    Quali sono le esigenze di carattere familiare irrinunciabili e alle quali devo dare massima priorità?
-    Su quali risorse familiari posso contare per organizzare al meglio i miei tempi di vita e lavoro?
-    Come si concilia tutto ciò con i miei obiettivi di carriera e con quelli del/la mio/a eventuale partner?
-    Quali strumenti e servizi di conciliazione offre la mia azienda e qual è la sua sensibilità a riguardo?

Riorganizzare i carichi di lavoro in famiglia
Per la maggior parte delle persone il versante familiare è quello a cui si dà più importanza: che si parli di lavori domestici o di cure parentali, il tempo e le responsabilità a esse connesse possono ricadere in maniera impari sui componenti della famiglia. Tuttavia, queste istanze possono essere differenziate sia in termini di sistema familiare che rispetto al particolare momento del ciclo di vita che sta vivendo il nucleo familiare:
decidere, d’accordo con il proprio partner, come affrontare i compiti fissi da svolgere, ad esempio, oppure coinvolgere i bambini nello stabilire alcune regole riguardanti la casa, come il riordino della propria stanza prima di andare a letto, possono essere sicuramente degli escamotage utili per far sì che ogni membro si senta coinvolto nel gruppo famiglia, e consentirebbe, allo stesso tempo, di alleggerire le mansioni del singolo, che ancora troppo spesso è la donna.

Chiedere aiuto in famiglia
Anche la famiglia può fornire risorse a supporto della conciliazione: è importante poter individuare nei propri cari un supporto, una valvola di sfogo alle comuni difficoltà quotidiane di carattere lavorativo e non.

Arricchimento, non conflitto
Qualche volta l’organizzazione delle incombenze familiari, le situazioni affrontate, le difficoltà anche di tipo ambientale che poi sono state risolte, possono portare a sviluppare nuove competenze ed esperienze che possono essere valorizzate in ambito lavorativo: ad esempio, le competenze sviluppate durante la ristrutturazione di casa potrebbero tornare utili per trattare coi fornitori a lavoro. E’ importante, dunque, che l’esigenza di conciliare non vada vista solo in un’ottica compensatoria, ovvero di ridurre il conflitto, ricordando le soluzioni scelte nelle esperienze pregresse che hanno portato a un arricchimento personale.

Valutare altre risorse
C’è un asilo comunale che può occuparsi dei bambini? E’ possibile chiedere aiuto ai nonni? Ci si può organizzare con altri genitori per le attività extra – scolastiche? A chi posso rivolgermi per un aiuto con un genitore anziano? Mai dimenticare le influenze della famiglia più ampia, dunque, in termini sia di risorse, che di istanze, e valutare attentamente la disponibilità di servizi messi a disposizione dallo Stato.

Fare squadra con i propri colleghi
L’ambito lavorativo viene solitamente messo al primo posto per assicurare continuità di reddito. Le strategie per migliorare l’attività lavorativa sono simili a quelle da adottare nell’ambito familiare, con una differenza: l’organizzazione in termini di ruoli, risorse ed istanze, è più complessa, e tutto avviene contemporaneamente, e non sempre sinergicamente, a più livelli: colleghi di lavoro, supervisore/capo-ufficio, organizzazione nel suo complesso. Facciamo degli esempi: si potrebbe godere del supporto dei propri colleghi per questioni inerenti la conciliazione (es. “ti copro io mentre fai quella telefonata urgente a casa”) per poi invece trovare un ostacolo nel proprio supervisore o nelle policy aziendali (es. “non concediamo permessi straordinari per le malattie dei figli”). Ovviamente tali dinamiche risentono delle normative a disposizione (es. Legge 53/2000) ma soprattutto della loro applicazione a livello organizzativo.
Fermo restando che tale applicazione, per ovvie ragioni, è solitamente più puntuale nel settore pubblico piuttosto che nel privato, una variabile spesso ignorata ma che risulta invece fondamentale è la cultura organizzativa della propria azienda, e in particolare quegli aspetti che riguardano appunto la conciliazione lavoro-famiglia. Da almeno due decenni ci si è resi conto che le aziende possono essere più o meno sensibili rispetto alle necessità di conciliazione dei propri dipendenti, e questo appunto si riflette non solo nell’applicazione puntuale delle leggi, ma anche nell’implementazione di iniziative e servizi aggiuntivi e spesso fondamentali (es. job sharing, asilo nido aziendale, voucher di formazione).

Famiglia e lavoro, ambiti distinti sì o no?
Veniamo infine all’ultimo aspetto, quello più importante, ovvero sé stessi. Questo perché quanto detto sinora viene a declinarsi differentemente (ad esempio in termini di effetti più o meno positivi o negativi) in funzione delle percezioni, delle aspettative e degli obiettivi individuali. La distinzione fondamentale, che a cascata si riflette su tutte le variabili sopracitate, è l’orientamento individuale alla conciliazione di lavoro e aspetti di vita personale: ovvero, possiamo distinguere tra coloro che tendono a “segregare” o “compartimentalizzare” i due ambiti, quindi tracciando una netta linea di demarcazione tra i due (es. “a lavoro non si parla di casa, e viceversa!”), e coloro i quali invece tendono a creare una commistione tra i due o comunque a lasciare che i confini tra questi siano più permeabili all’intrusione delle istanze reciproche.
La strada giusta non esiste aprioristicamente, ma dipende da tanti fattori: dal momento di vita dell’individuo,  quindi dal grado di salienza ovvero di importanza e di priorità che ognuno di noi dà alla famiglia piuttosto che al lavoro, dallo status  (per un single e/o per un giovane è più facile compartimentalizzare) dal tipo di lavoro svolto (un Dirigente con molte responsabilità tenderà meno a tenere gli ambiti separati), dalle dinamiche proprie della contemporaneità (l’aumento dei tempi di lavoro, la necessità di rendersi multitasking, la precarizzazione lavorativa), dall’essere uomo o donna (la forte diffusione, in alcuni contesti, di stereotipi di genere fa sì, ad esempio, che più facilmente la donna sia spinta a sacrificare l’ambito lavorativo a favore di quello familiare, lasciando ancora una volta al partner maschile il ruolo di breadwinner.)

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