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Troppi Diritti. L'Italia tradita dalla libertà. Questo il titolo del libro di Alessandro Barbano, direttore de Il Mattino, edito da Mondadori, che sarà presentato in Ateneo martedì 5 giugno, alle ore 11, nell'Aula degli Affreschi del Chiostro di Sant'Andrea delle Dame, in via de Crecchio a Napoli. 

È un’ipertrofia dei diritti ciò che spiega il declino italiano: questa la lucida diagnosi di Barbano,  Si tratta di un virus che ha infiltrato il discorso pubblico e da decenni blocca ogni tentativo della politica e della società di riscattarsi. Certo, in passato i diritti individuali sono stati il carburante che ha alimentato la nascita, la crescita e l’affermarsi delle democrazie a scapito di assolutismi e di totalitarismi. Ma quando quei diritti sono diventati i princìpi guida delle società, è emerso anche il loro lato oscuro, favorito oggi dallo sviluppo di innovazioni tecniche che aprono inedite prospettive. Proprio la visione di queste nuove possibilità amplia lo spazio delle aspirazioni del singolo e dei gruppi, facendo perdere di vista il limite etico insito nel concetto stesso di libertà.

Alessandro Barbano, giornalista e saggista, dal 2012 è direttore de Il Mattino di Napoli. Laureato in giurisprudenza all’università di Bologna, ha alle spalle quasi quarant’anni di professione. Ha insegnato all’università La Sapienza di Roma, all’università del Molise, alla Link Campus University e all’istituto di studi superiori Suor Orsola Benincasa di Napoli. È autore di saggi dedicati al giornalismo e libri su temi di carattere politico e sociale: Professionisti del dubbio (1997), L’Italia dei giornali fotocopia (2003), Degenerazioni. Droga, padri e figli nell’Italia di oggi (2007), Dove andremo a finire (2011). Nel 2012 ha pubblicato il Manuale di giornalismo, scritto in collaborazione con Vincenzo Sassu, adottato come libro di testo in molte università italiane.

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Europe is culture, l'Università Vanvitelli per la manifestazione internazionale dedicata ai giovani, al patrimonio culturale e l'arte contemporanea.

La manifestazione, che si terrà dal 28 aprile al 1 maggio a Caserta, in Piazza Carlo III e presso la Reggia, è organizzata dal Dipartimento di Scienze Politiche Jean Monnet insieme al Comune di Caserta, l'Ambrosetti-The European House, dal Dipartimento di Studi Europei Jean Monnet con sede a Locarno (struttura operativa della Fondazione croata Zaklada Europa) ed ha come obiettivo di avvicinare i giovani delle scuole al patrimonio culturale. A tal fine sarà realizzata una competizione tra studenti delle scuole medie superiori di tutta l’Italia per la presentazione di “prodotti artistici” nelle seguenti sezioni: musica, canto, teatro, danza, arti visive.
"Grazie anche alla presentazione di proposte progettuali su fondi europei, che consentiranno l’allargamento dei partecipanti provenienti da paesi europei e mediterranei, la manifestazione si sta sempre più configurando come un’attività di diplomazia culturale i cui protagonisti sono studenti compresi tra i 14 e i 20 anni - spiega Gian Maria Piccinelli, Direttore del Dipartimento -. Al fine di far fronte alle numerose richieste dei giovani studenti e rendere sostenibile il costo della loro partecipazione, si è progettata la creazione di una “Cittadella dei giovani” all’interno della quale poter ospitare gli studenti partecipanti. La cittadella conterrà una tendopoli attrezzata, organizzata insieme alla Protezione Civile- conclude il Direttore - che consentirà ai ragazzi di vivere appieno la manifestazione, in continuità con le attività che si svolgeranno nelle diverse arene sopra menzionate. 
Europe is culture si svolgerà a Caserta, nel contesto monumentale della Reggia vanvitelliana, con un format che vedrà l’organizzazione di tre distinti spazi o “arene” tra loro complementari:

Arena dell’Arte: sul palco in Piazza Carlo III, tutti i giovani tra i 14 e i 21 anni iscritti al concorso si esibiranno con le loro performance, espressioni di arte contemporanea, nelle sezioni teatro, musica, canto, danza e arti visive
Arena della Cultura (all’interno di un Cortile della Reggia di Caserta): i giovani parteciperanno a momenti di approfondimento, confrontandosi con esperti e testimonial, intervenendo in dibattiti e sperimentando percorsi tematici interattivi. Ogni giornata sarà dedicata ad un tema:
1. Il patrimonio culturale
2. La legalità e la cittadinanza
3. La salute e la dieta mediterranea.
Arena del Gusto (Piazza Carlo III): nell’Anno del Cibo Italiano, i prodotti regionali di eccellenza saranno alla base delle ricette tipiche proposte alla degustazione dei giovani partecipanti da parte degli Istituti scolastici della Provincia di Caserta.

Locandina
Programma dell'evento

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Si chiama  “Divina Sezione. L’architettura italiana per la Divina Commedia” , la mostra curata dai docenti del Dipartimento di Archiettura Luca Molinari e Chiara Ingrosso che si terrà dall'8 al 29 marzo presso la Reggia di Caserta. La rappresentazione dei tre mondi attraversati da Dante all’interno della Divina Commedia ha appassionato per secoli artisti, illustratori e scienziati visionari. 

Da Botticelli a Galileo passando per Gustave Dorè e Dalì, sono stati in tanti a cercare di riprodurre, attraverso potenti immagini, spazi, atmosfere e paesaggi dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso. L’architetto razionalista Giuseppe Terragni è stato il primo a dare forma architettonica all’immaginario Dantesco attraverso il progetto mai costruito del Danteum a Roma, immaginando il viaggio ultraterreno come fosse un’esperienza spaziale oltre che spirituale, resa tangibile attraverso gli strumenti dell’architettura. La mostra “Divina Sezione. L’architettura Italiana per la Divina Commedia”, ospitata come prima tappa, nel Marzo 2018, alla Reggia di Caserta, si propone di dare spazio a una visione contemporanea dell’escatologia dantesca, con i disegni di oltre settanta architetti di diverse generazioni, che hanno creato una personale visione contemporanea dei mondi raccontati nella Divina Commedia.
Autori come Francesco Venezia, Paolo Portoghesi, Cherubino Gambardella, Aimaro Isola, Francesco Librizzi, Andrea Branzi, Michele De Lucchi e Franco Purini sono solo alcuni degli architetti che hanno contribuito con disegni originali a questa sfida visiva e intellettuale. Il catalogo della mostra, prodotto da Skira, è arricchito da contributi critici del dantista Riccardo Bruscagli oltre che di una serie di saggi di Alfonso Gambardella, Chiara Ingrosso, Simona Ottieri e Luca Molinari. Il progetto di allestimento è stato curato da Simona Ottieri con Maria Gelvi e Concetta Tavoletta e prodotto grazie al contributo di Knauf, utilizzando materiali solitamente impiegati nell’edilizia qui in una veste del tutto inattesa.
La relazione visiva e concettuale tra l’immaginario tradizionale dantesco e una sua interpretazione attuale viene utilizzata come spunto per una riflessione più ampia che guarda al complesso e mutevole confronto tra racconto e immagine, filtrata attraverso visioni potenti e originali che riflettono sulla fragile natura del mondo contemporaneo riletto attraverso gli occhi di Dante.

I settanta autori in mostra appartengono a tre generazioni diverse di progettisti attivi sulla scena dell’architettura italiana contemporanea.

Alla conferenza stampa prevista l'8 marzo alle ore 16 presso il Teatrino di Corte della Reggia di Caserta intervengono:Mauro Felicori, Direttore Reggia di Caserta, Giuseppe Paolisso, Rettore Università della Campania "Luigi Vanvitelli", Alfonso Gambardella, Fondatore Facoltà di Architettura e Design "Luigi Vanvitelli", Gino Maffei, direttore del Dipartimento di Architettura e Design dell'Università Luigi Vanvitelli, Luca Molinari, Giancarlo Cangiano dell'Interporto Sud Napoli, Andrea Bucci, General Manager Knauf Italia.

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Mario Valentino. Una storia tra moda design e arte. Questo il titolo del libro di Ornella Cirillo, docente di Storia dell’architettura e di Storia della moda dell'Ateneo Vanvitelli, presentato lo scorso 6 febbraio, al Teatro Agorà della Triennale di Milano.
Il volume è l’esito di una convenzione tra la Mario Valentino SpA e il Dipartimento DICDEA dell’Università della Campania, che ha impegnato il responsabile scientifico, Ornella Cirillo, in una ricerca biennale presso l’archivio storico dell’azienda napoletana. La pubblicazione, infatti, attraverso la lettura del prezioso patrimonio documentario, ricostruisce l’intensa avventura di un protagonista indiscusso della moda italiana del secondo Novecento e si pone come indispensabile premessa per il rilancio in chiave attuale dello storico marchio napoletano, leader nel settore calzaturiero e nell’abbigliamento in pelle.

"Questo libro – spiega la Cirillo - ricostruisce l’intensa avventura di Mario Valentino, protagonista della moda italiana dagli anni cinquanta fino alla fine degli ottanta, attraverso la lettura del prezioso patrimonio documentario raccolto nell’archivio della sua impresa. A partire dalla definizione del suo profilo biografico e formativo, ne è raccontata l’articolata storia imprenditoriale, dalle prime esperienze creative autonome nel campo calzaturiero alla piena affermazione come marchio leader nel settore dell’abbigliamento di lusso, per i quali si è avvalso del contributo di noti stilisti – come Paco Rabanne, Karl Lagerfeld, Muriel Grateau, Marie France Acquaviva, Claude Montana, Giorgio Armani e Gianni Versace – e di autorevoli artisti – in particolare, gli illustratori Brunetta, Antonio Lopez ed Eula e i fotografi Franco Rubartelli, Roberto Carra, Toni Meneguzzo, Richard Avedon, Robert Mappletorpe ed Helmut Newton".

La ricerca ricostruisce, dunque, l’avventura imprenditoriale di un protagonista indiscusso della moda italiana dal 1952 al 1991, che ha aderito allo sviluppo del prêt-à-porter attraverso un sapiente processo di valorizzazione della cultura artigianale partenopea, innovata con inconsueti processi di sperimentazione tecnica e progettuale. Da maestro calzaturiero si è trasformato in “prestigiatore della pelle”: ne conosceva tutti i segreti e l’ha elevata a materiale adatto a confezionare anche un abito da sera; l’ha resa soft, ammorbidita e adattata a molteplici lavorazioni: intrecciata, intarsiata, ordita come il lino e perfino combinata in sagome cubiste, dimostrando che nelle sue pregiate collezioni la tradizione conciaria campana abbia potuto convivere con le regole dell’alta sartoria.
Sullo sfondo delle fasi salienti della storia della moda, insomma, si tratteggiano i toni di una straordinaria officina italiana, le ambizioni, le strategie, i successi del suo fondatore, fino a tracciare l’ascesa di un napoletano illuminato che ha fatto della ricerca dell’originalità il suo obiettivo e si è adoperato in ogni modo per riuscire a perseguirlo.

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L’autrice
Ornella Cirillo è ricercatore presso l’Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Docente di Storia dell’architettura e di Storia della moda, rivolge la propria attività di ricerca sia a temi della cultura architettonica e della storia della città tra il XVIII e il XIX secolo, sia alla storia della moda, nella quale, tra l’altro, è particolarmente impegnata a definire il ruolo svolto da Napoli e dalla Campania nel più ampio contesto del fenomeno del Made in Italy.

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In un'epoca che è stata definita di "rivincita del sacro", il santo è ancora - o è tornato a essere - elemento vitale nella religiosità contemporanea ed è diventato oggetto di curiosità per una platea più ampia dei soli fedeli o praticanti cattolici. Tale fenomeno si manifesta in modo prepotente nel web. Non solo le notizie di cerimonie religiose (dalla canonizzazione alla festa patronale) o gli approfondimenti su singole figure o fenomeni di particolare notorietà (si pensi a s. Pio da Pietrelcina o alle apparizioni mariane) fanno parte del quotidiano flusso della comunicazione digitale, ma i santi hanno ormai anche i loro siti dedicati e stanno conquistando spazi propri all'interno dei social network. Grazie a internet, le forme stesse della devozione si sono rinnovate, realizzandosi anche a distanza e dando luogo a vere e proprie comunità virtuali. È dunque evidente come il web rappresenti un ricchissimo bacino documentario, sebbene ancora pressoché inesplorato scientificamente, per comprendere la santità, i culti e l'agiografia del presente, siano essi riferiti a figure e devozioni nuove o tradizionali.

Il convegno di studio, previsto per il 19 e 20 aprile, «I santi internauti» si propone come un primo e provvisorio momento di riflessione incentrato non tanto sul mezzo in sé (internet e i nuovi media) o sui suoi risvolti socio-culturali in genere, ma sullo specifico tema dei santi e delle devozioni del mondo contemporaneo, visti attraverso la lente del web. Sul piano metodologico, l'iniziativa si caratterizza per l'intento di indagare, in prospettiva diacronica, gli elementi di continuità del mondo digitale nella "lunga durata" della storia del cristianesimo, in modo da evidenziare su questo sfondo eventuali tratti di novità o di rottura. Si potrà così verificare la validità euristica ed ermeneutica di classiche questioni degli studi agiografici (quale immagine del santo viene costruita e/o ricostruita? quali sono le agenzie che promuovono il culto e con quali obiettivi? quali canali e linguaggi vengono scelti per la diffusione del messaggio agiografico? ecc.), applicate non più alle epoche trascorse ma alla società di massa. L'evento è organizzato dal Dipartimento di Lettere e Beni Culturali insieme con l'Associazione Italiana per lo Studio della Santità, dei Culti e dell'Agiografia presso il Dipartimento di Lettere e Beni Culturali, in via Perla a Santa Maria Capua Vetere. 
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Che ormai il fenomeno delle baby gang sia entrato nel vocabolario quotidiano di radio, televisione e testate giornalistiche è chiaro già da qualche tempo, la situazione però non solo non accenna a migliorare ma, l’escalation di violenza, sembra essere sempre più difficile da gestire. Bande di ragazzini che rappresentano un pericolo reale all’incolumità di tutti. Vittime delle gang non solo altri minorenni, ma anche adulti, le cronache riportano proprio in questi giorni di aggressioni a clochard e a poliziotti, fatti che sottolineano l’effettiva mancanza di rispetto assoluta non solo nei confronti dei coetanei ma anche degli adulti in genere e dell’autorità. 
Per capire come nasce il fenomeno delle baby gang abbiamo parlato con la docente di Antropologia culturale del Dipartimento di Psicologia Fulvia D’Aloisio.
“Dal punto di vista storico-sociale possiamo sicuramente affermare che Napoli è una città dove la violenza, in forme diverse, è stata sempre presente nel corso della storia e la brutalità di queste gang di ragazzini rappresenta un fenomeno decisamente inquietante. Indubbiamente i contesti educativi e le modalità stesse della crescita andrebbero indagate per capire da dove nasce questa piaga sociale.” e continua “Certo è che nel caso come la città di Napoli dove gli spazi di aggregazione, le strutture predisposte a servizi d’integrazione e ludoteche sono pochi, problema non imputabile all’amministrazione in carica, ma disagio antico della città stessa, non aiuta alla formazione di una visione del mondo che non contenga la violenza come momento di aggregazione o tempo libero.”
 
Molti si chiedono se Gomorra possa avere influenzato il fenomeno. Possiamo parlare di emulazione? 
“Per capire se Gomorra possa o non possa produrre emulazione, bisognerebbe chiedere il parere degli psicologi, certo è che non rappresenta l’unica fonte di violenza gratuita a cui sono esposti i giovani. Basti pensare a quanto è semplice imbattersi in questi fenomeni sul web o ai numerosi videogiochi aggressivi in vendita senza controllo. Non mi preoccuperei, quindi, solo di un serial come Gomorra, ma mi preoccuperei della violenza in generale.”
 
Per concludere, come si può arginare il fenomeno?
 “Maggiore attenzione all’infanzia e all’adolescenza, sono periodi molto difficili. La nostra società occidentale, globalizzata ed economicamente avanzata presenta molti punti di stallo, le baby gang sono il sintomo di una crisi generale. L’azione deve essere sinergica anche la ricerca, ormai sempre più interdisciplinare, deve iniziare a studiare ed interrogarsi su queste tematiche per riuscire a capire meglio da dove si generano, dove conducono e cercare di capire come intervenire, sicuramente tramite trattamento psicologico unito a politiche pubbliche che prestino più attenzione a queste delicate fasi della vita.”
 
a cura di Margherita Tamburro, studentessa in Lettere Moderne al Dipartimentodi Lettere e Beni Culturali

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Porre al centro dell’attività didattica e di ricerca il nesso fra eredità culturale e territorio e mostrare le prospettive di formazione e di professionalizzazione offerte dalla complessa realtà degli archivi storici comunali campani. E’ questa, in sintesi, la ragione di una nuova iniziativa del Placement della Vanvitelli e del Dilbec non a caso intitolata “Identità locale e futuro” che si terrà il 9 aprile, alle ore 11,30, nell'Aulario Via R. Perla a Santa Maria Capua Vetere.

Partendo dalla pubblicazione online del Censimento degli archivi storici comunali della Campania a cura di Salvatore Marino e Maria Elisabetta Vendemia - due antichi allievi del nostro Corso di Laurea in Conservazione dei Beni culturali oggi valenti archivisti e attenti studiosi della storia del Mezzogiorno- l’incontro vuol porre l’accento sulla ricchezza e la varietà di informazioni che gli archivi comunali, fonti imprescindibili per la storia dei luoghi, posso offrire agli studiosi (anche ai più giovani che si formano nel nostro Dipartimento) e sulla necessità di professionisti che sappiano svolgere una coerente e programmata attività di studio, manutenzione, restauro e comunicazione di queste delicatissime tracce del passato ( anche recente) dei comuni italiani.

Un’azione di orientamento in itinere, dunque, perché di supporto allo studente in formazione - confrontarsi, grazie alla presenza dei nostri docenti di storia, con le prospettive di ricerca e di approfondimento offerte dagli archivi comunali della Campania supporta al meglio lo studente nella fruizione del percorso formativo scelto, sia dal punto di vista metodologico che contenutistico e ne rafforza le motivazioni- e di orientamento in uscita . Con le voci degli esperti di archivistica - Paola Zito ( professore di Archivistica e Biblioteconomia del DILBEC, curatrice dell’iniziativa con la delegata al Placement Nadia Barrella) Luigia Grillo e Paolo Franzese- si sposterà infatti l’accento sul ruolo e sulle competenze dell’archivista e sulla necessità, sempre più sentita, di azioni di ricerca, acquisizione, valutazione, conservazione e fruizione degli archivi ossia di professionisti che rendono tali azioni possibili e che, stando alle ultime indicazioni ISFOL-IRIS, presentano un trend di variazione in crescita. La presenza del Soprintendente archivistico della Campania e di Luigia Grillo, Direttrice dell’Archivio di Stato di Caserta, oltre a portare in aula l’esperienza diretta di chi opera sul campo, è parte di quel lavoro costante che l’Ateneo Vanvitelli in generale e il DILBEC in particolare svolgono sul territorio, in un’ottica di terza missione, per rafforzare l’interazione tra Università e società, confrontandosi e consultandosi con i diversi interlocutori locali e regionali per individuare strumenti e servizi in grado di favorire la crescita economica, sociale e culturale del territorio in cui operano.
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L’esercito di terracotta e il primo imperatore della Cina. La grande mostra internazionale, Basilica dello Spirito Santo, Napoli. Curatore italiano Fabio Di Gioia. Dal 24 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018, dalle 10 alle 20 tutti i giorni, biglietto 12,00 euro
https://www.esercitoditerracotta.it/


A cura di Carlo Rescigno, docente di Archeologia Classica al Dipartimento di Lettere e Beni culturali

Ho incontrato per la prima volta l’esercito di Qin Shi Huangdi lontano dalla sua terra di origine, a Roma, dove una moderna Via della Seta, quella delle mostre internazionali, aveva condotto un drappello scelto di soldati e dignitari presso le Scuderie del Quirinale, per apparire in una esposizione dedicata all’ascesa dell’impero cinese (Cina. Nascita di un impero, Roma, Scuderie del Quirinale, 22 settembre 2006 – 28 gennaio 2007; catalogo a cura di L. Lanciotti, M. Scarpari, Milano 2006). Ampia e documentata, narrava dei presupposti, dell’affermarsi, dopo la confusione dei Regni Combattenti, della rivoluzione Qin (221 a.C.-206 a.C.), dell’unità dei regni, della sommossa che dopo pochi anni avrebbe condotto all’affermarsi, in continuità, degli Han cui si dava ampio spazio.

Ho così appreso che, in una concezione culturale della morte, l’esercito di terracotta del Primo Augusto Imperatore non era unico e, per esempio, un altro, composto da più di duemila unità, contribuiva a definire lo spazio funerario di due importanti ufficiali militari Han (II a.C.) con sculture, però, a un terzo del vero. Anche di questo esercito la mostra esponeva una scelta, e questa riduzione di originalità nulla sottraeva alla maestosità delle statue del primo imperatore, né la mostra si affidava a una retorica del grande per convincere il pubblico, lasciando parlare, anche nella comunicazione pubblicitaria, gli oggetti e l’invisibilità della storia.

L’impressione che ne ricavai stenta a cancellarsi. Luca Ronconi chiamato, con Margherita Palli, ad allestire, a partire da una esperienza cinematografica e teatrale, la mostra, aveva sapientemente costruito il racconto. Le statue maggiori si presentavano quasi nude allo spettatore, i vetri delle teche erano stati perlopiù soppressi e a difendere il cumulo degli anni aggregato sulla fragile e pesante terracotta dei guerrieri era un tessuto forato, che diventava invisibile in lontananza ma che, prossimi agli stalli delle teche, spingeva i curiosi ad affacciarsi oltre le linea di difesa dello schermo che si piegava e assumeva, nel contatto con il visitatore, le sue sembianze. Una pellicola densa ma permeabile alla vista costituiva l’osservatorio sulla storia e sui guerrieri che apparivano in tutte le loro scabrosità di integrazione e restauro, nei dettagli preziosi e nei resti di pellicole pittoriche fino a rilasciare il senso di un lavoro artigianale cui erano stati dedicati centinaia di artigiani che presso il giardino funerario imperiale vissero, lavorarono e morirono, lasciando di sé, ai posteri, i propri scheletri in tombe povere addensate ai margini del luogo imperiale.

La tomba monumentale del Monte del Cavallo Nero rappresenta la sepoltura del primo imperatore della Cina (regno 243 a.C.-210 a.C.), che unificò i regni e avviò una tradizione che, nonostante gli scossoni, le pause e i cambi di dinastie, si è trasmessa in continuità fino alla rivoluzione socialista. Il sepolcro ancora non indagato era circondato da un mondo altro, che ripeteva con la sua folla di dignitari, scribi, funamboli, la varietà di una vita lussuosa, associava agli spazi della rappresentazione quelli del culto e del rito, dando spazio ai banchetti e ai dignitari viventi. Le forze della natura circondavano e serravano il luogo e, nell’unico punto in cui l’altezza delle montagne e la corrente del fiume lasciava sguarnito il luogo, fu schierato, in fosse, il potente esercito.

Questo, in forme diverse, è ora tornato in Italia e approdato a Napoli, nella chiesa dello Spirito Santo, su via Toledo, dove, dall’ampia nave centrale, dilaga, con dettagli e racconti, negli ambienti minori del complesso architettonico. La novità è che nulla di quanto esposto è originale. Tutto è copia fedele, dai bronzi, ai vasi, alle monete fino agli uomini armati che sono stati realizzati in Cina, tratti da stampi calcati direttamente sugli originali ricreando, come in un grande episodio di archeologia sperimentale, il ciclo di produzione seguito nella cittadella funeraria circa 2.300 anni fa. La riproduzione, nelle statue, giunge a ripetere le tracce di colori dando una parvenza di verità che, però, non riesce ovviamente a risolvere quella dimensione di oggetti-testimoni, gli originali che, sepolti e fracassati dal peso dei crolli e della terra, consunti da azioni chimiche, travolti dal vortice della storia, sono stati dal tempo trasformati in monumenti.

Esiste, quindi, nella mostra napoletana rispetto a quella romana, un artificio che raffredda l’emozione, che gli organizzatori denunciano in silenzio, forse anche troppo. E non si tratta di uno snobismo culturale: questa, come tante altre esperienze immersive, può emozionare, insegnare, ma non costruisce un reale incontro più di quanto si potrebbe farlo tramite altre più comode realtà artificiali per tramite delle quali è oggi possibile assumere informazioni, imparare e trasmettere il conosciuto senza muoversi. La mostra, ora a Napoli, rientra in quelle forme di spettacolarizzazione del passato o del contemporaneo, che nelle forme migliori, come la nostra, punta sul contenuto narrativo, in quelle inferiori sulla semplice emozione, ma in entrambi i casi rinuncia allo scopo fondamentale di un evento culturale, creare un laboratorio di conoscenze che tramite contatti tra istituzioni, dialoghi tra curatori e studiosi, faccia sì che, di quel dato argomento, si possa a fine della mostra conoscere di più, vuoi per scienza pura vuoi per creazione di un senso diffuso di conoscenza.
E’ per questa necessità di scienza, presupposto di ogni mostra, che lascia perplessi, in quella napoletana, per esempio, il poco spazio concesso agli autori, a chi l’ha per primo allestita, e ancor di più non trovare nei pochi nomi denunciati on line quelli di studiosi e archeologi. Eppure la mostra, tranne qualche strana eccentricità nei pannelli e qualche errore, credo dovuto a frettolose traduzioni, ha un suo impianto narrativo che deriva da una conoscenza ormai consolidata su quanto ad oggi noto del grande sepolcro dell’imperatore Qin.

Letta come un percorso didattico, da exhibit e da museo della scienza, la mostra napoletana suscita interesse e in alcuni punti sbalordisce. Il percorso si arrotola e poi svolge lungo i margini della chiesa fino a raggiungere il cuore della nave centrale, percorso disseminato di frammenti di statue che spingono, con i pannelli e le installazioni, a entrare all’interno delle sculture ancora prima di conoscerle, a comprenderne i meccanismi di produzione. Testi e, poche, a volte non belle, riproduzioni di oggetti, narrano del contesto storico e topografico. Forse una pianta gigante del giardino funerario del re avrebbe aiutato a visualizzare il fatto funerario e a comprenderne il linguaggio monumentale. In questo lento percorso di approfondimento, segue uno squarcio, l’ingresso mediato da stretti passaggi alla ricostruzione di una parte minima, ma significativa e impressiva, di una parte dell’esercito. Indipendentemente dal sistema di luci che illustra, con l’aiuto di una voce narrante, le caratteristiche dei guerrieri, le informazioni apprese durante il percorso permettono di arrivare all’emozione della navata con un carico di attese ma anche di strumenti per comprendere quanto la vista assume. Per quanto copie la magia della storia c’è.

E’ luogo letterario, quasi indissolubile dall’esercito di terracotta, che il miracolo delle statue della Collina del Cavallo Nero risieda nella individualità, nell’essere ogni scultura un pezzo a sé, come se gli artigiani avessero riprodotto le fattezze multiformi della vita reale. In realtà sono il prodotto di un artificio e di un’arte che mescola alla creazione la standardizzazione. E’ un principio che possiamo trovare identico anche nelle produzioni di epoca classica, sul quale poco riflettiamo o che, meglio, rimuoviamo nella certezza di uno stereotipo culturale, tutto romantico, dell’artista che crea a partire da un estro individuale irripetibile. Le sculture furono realizzate recuperando argilla in un luogo non lontano dalla tomba, la cui cava abbandonata divenne poi un lago artificiale. I forni per potere cuocere una quantità di opere così massiccia, non trovati, erano ugualmente in loco e dalle montagne doveva provenire la legna necessaria a cicli di cottura lunghi e ripetuti.

A lavorare erano gruppi di maestri, certificati da bolli e firme graffiate sulla superficie essiccata dell’argilla, aiutati da operai, perlopiù schiavi. Di questo la mostra ben parla e documenta. Il maestro si aiutava per la realizzazione delle figure con matrici, queste erano utilizzate anche per i volti. Era solo il lavoro di assemblaggio delle parti e di finitura con dettagli e colori che permetteva alle statue di assumere individualità, di creare livree dell’apparire che corrispondevano ai ruoli, militari e di censo, in cui nell’immenso archivio di Shaanxi erano suddivisi guerrieri, artisti e dignitari. Matrici e parti dei corpi, dalle prime derivate, funzionarono come le lettere dell’alfabeto, limitate per numero ma capaci di produrre parole infinite. Attraversando secoli e spazio, solo gli addetti ai lavori sanno che questo stesso metodo di produzione di altissimo artigianato caratterizza anche la produzione artistica occidentale dai bronzi di Riace alle belle maioliche rinascimentali dei Della Robbia.

Quando in Cina si costruiva la tomba e il grande esercito di terracotta, Roma era impegnata nelle guerre contro Annibale e si avviava a dominare il Mediterraneo. I suoi templi non erano ancora di marmo e apparivano decorati con immagini di creta. L’argilla, lavorata da ben più modeste squadre di artigiani, era piegata a narrare nei frontoni scene di lotta tra Giganti e dei, a celebrare le guerre contro i Galati. Le figure sono in movimento e comunicano, con forme diverse e non ieratiche, il loro contenuto. Sono due mondi diversi che entrano a confronto, il primo nato dalla evoluzione delle piccole città stato, l’altro fondato su di un potere assolutistico e su territori sconfinati. Solo con l’impero romano si raggiungeranno forme e dimensioni degne di essere contrapposte alla grandezza della Cina antica. Salvatore Settis nello stesso catalogo che accompagnava la mostra romana (op. cit.; ma sul tema di veda anche I Due Imperi. L’Aquila e il Dragone, Milano, Palazzo Reale, 15 aprile – 5 settembre 2010, catalogo a cura di S. De Caro, M. Scarpari, Milano 2010), discute circa il valore del classico tra Cina e mondo greco-romano. Ai cicli di rinascita, si accompagna, nel mondo occidentale, il lutto di una frattura netta, la caduta di una civiltà, mai più ricomposta anche se periodicamente vagheggiata e riedificata dal contemporaneo; nell’oriente cinese regna il senso di un mondo che muta ma in continuità, senza fratture: un tempo che non richiede originali, perché le vestigia di una generazione precedente non hanno il tempo di trasformarsi in cimeli e passato vagheggiato, sono ricostruite e proseguono la loro vita. Come un albero che, ricordo di un evento, muore ma, periodicamente sostituito, ripropone il suo senso pur non essendo sempre quell’unico e originale iniziale.
Così guardando la Cina ritroviamo il senso profondo del tempo occidentale. E ritroviamo immancabile, quando ci si confronta con l’Oriente, la necessità di riflettere su originale e copia.

A cura di Carlo Rescigno, docente di Archeologia Classica al Dipartimento di Lettere e Beni culturali

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Architettura antica e decorazioni architettoniche fittili. Dal 15 al 18 marzo si terrà un convegno internazionale organizzato dal Dipartimento di Lettere e Beni Culturali della nostra Unversità (prof. Carlo Rescigno) e dall'Università di Amsterdam (porf. P. S. Lulof) dal titolo Deliciae Fictiles. Networks and workshops. Si tratta di un appuntamento che si ripete a distanza di circa otto anni e riunisce studiosi da tutto il mondo interessati a temi relativi all'architettura antica e alle decorazioni architettoniche fittili. I templi di Paestum che segnano nel paesaggio campano la presenza greca erano completati con cornici fittili policrome e arricchiti di statue e altorilievi figurati in terracotta in cui si esprime la più preziosa maestria dei plasticatori arcaici del mondo mediterraneo. A questo contesto e alla sua diffusione in Italia e in Etruria si rivolge il convegno.
Quest'anno si terrà a Napoli, tra il convento di Sant'Andrea delle Dame, salone degli Affreschi (15 marzo) e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (16-17 marzo) e si concluderà al Museo di Paestum (18 marzo) con una visita studio all'area archeologica e al museo in cui si terrà una piccola mostra organizzata per gli studiosi dal Dipartimento in collaborazione con la direzione dello stesso Museo di Paestum.

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L'Ateneo Vanvitelli e il Corpo Consolare della Campania del Touring Club Italiano insieme per formazione, promozione della cultura e salvaguardia del patrimonio storico-culturale. Questi gli obiettivi del protocollo d'intesa tra Touring e Università per comunicare e promuovere, nella maniera più ampia possibile, le iniziative e gli strumenti per la diffusione, la tutela e il godimento del patrimonio italiano di storia, d’arte e di natura quali mostre, esposizioni, organizzazione di conferenze, seminari, workshop, percorsi turistico-culturali, etc.

Il Corpo Consolare del Tci nell'ambito del proprio impegno teso alla valorizzazione e al miglioramento della fruizione del patrimonio culturale e attraverso questa intesa, mira a offrire a tutti gli utenti dell'Unicampania la possibilità di partecipare alle iniziative ed eventi organizzati sul territorio campano, in particolare:

 - Eventi come le visite del Corpo Consolare e dei Club di Territorio del Tci della Campania volte allo sviluppo di iniziative di valorizzazione territoriale e del patrimonio culturale attraverso itinerari e percorsi di visita in aree o luoghi di eccellenza;

- Iniziative mirate alla promozione della conoscenza del patrimonio culturale e alla sua valorizzazione tramite la collaborazione dei Volontari per il Patrimonio Culturale nell'ambito dell'iniziativa "Aperti per Voi".

Per partecipare e conoscere tutte le iniziative guarda il programma.

 

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