Il dopo Brexit. Effetti economici

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I venti freddi della Brexit 

 

di Francesco Izzo Docente di Strategie per i Mercati Internazionali presso il Dipartimento di Economia della Seconda Università degli studi di Napoli

Theresa May, pochi giorni fa, il 13 luglio, si è insediata a Downing Street come nuovo primo ministro del Regno Unito. Benché fosse stata una tiepida sostenitrice delle posizioni di David Cameron nella campagna referendaria a favore del Remain, ha ricordato ai cittadini britannici e ai governi europei che non si torna indietro: «Brexit means Brexit». Uno slogan ad effetto che però non svela quale sarà la strategia della nuova leadership (http://www.ft.com/cms/s/0/6da146f2-485f-11e6-b387-64ab0a67014c.html#axzz4EgVINOja).
Ocse e Fondo Monetario concordano nel prevedere anni difficili per Londra. La crescita del Pil, da qui al 2020, dovrebbe perdere dai 3 ai 5,5 punti come conseguenza della decisione presa dai sudditi della regina Elisabetta. Una sterlina più debole potrebbe restituire slancio alle posizioni britanniche nel commercio internazionale, ma non riuscirà a compensare il salto all’indietro.
In realtà, ciò che spaventa tutti, e non solo i mercati azionari – che pure sono precipitati all’indomani dell’esito del referendum con il peggior tonfo che si ricordi – è l’incertezza. Lo scenario dei prossimi anni – il governo di Londra dovrà chiedere formalmente l’applicazione dell’articolo 50 del Trattato e da quel momento comincerà a scorrere la sabbia nella clessidra per almeno due anni – è una terra incognita, mai sperimentata nella storia dell’integrazione europea.
La maggior parte degli osservatori teme che per i cittadini britannici non vi sarà alcuna Terra promessa dopo una lunga e faticosa traversata nel deserto (http://marconiada.blog.ilsole24ore.com/2016/07/15/e-iniziata-la-traversata-nel-deserto-del-brexit/).
Tuttavia, quale che sia lo status che il Regno Unito riuscirà a ottenere dall’Europa a 27, certamente i contraccolpi per le economie europee non saranno irrilevanti. Intanto, non solo gli organismi comunitari che hanno sede a Londra o nel resto del paese traslocheranno, ma anche molte grandi imprese e i big player della finanza cercheranno nuovi approdi per non perdere il “passaporto” europeo. Il governo britannico potrebbe provare a bloccare la fuga da Londra offrendo condizioni particolarmente favorevoli – già ora il Regno Unito gode di non pochi privilegi rispetto ad altri paesi europei – ma se dovesse incamminarsi verso la strada che conduce verso il paradiso (fiscale), il rischio immediato è un indurimento delle posizioni dell’Unione europea non appena i negoziati cominceranno sul serio.
Ma al di là degli scenari futuri, ancora difficili da disegnare, quali saranno le conseguenze più dirette per l’economia del Mezzogiorno e, in particolare, della Campania? Consideriamo, nella nostra breve analisi, tre aree di impatto: (a) le esportazioni verso il Regno Unito; (b) il turismo inglese; (c) la posizione dei cittadini italiani che studiano o lavorano Oltremanica.

Le esportazioni. I contraccolpi della Brexit saranno inevitabili. Se, come stimano gli analisti, il Regno Unito diventerà un paese più povero, i consumi e gli investimenti rallenteranno e la sterlina si indebolirà, i flussi di importazione come è ovvio andranno a diminuire. In secondo luogo, soprattutto se le trattative con Bruxelles dovessero irrigidirsi, vi è il rischio concreto di un’adozione di misure protezionistiche, con l’imposizione di barriere tariffarie (un aumento dei dazi) e non tariffarie (controlli doganali, certificazioni, standard) per determinate categorie di beni. Queste misure avranno l’effetto di rendere più difficile, e in ogni caso più costoso, esportare prodotti made in EU a Londra e dintorni. L’Italia nel 2015 ha esportato beni verso il Regno Unito per 22,4 miliardi di euro, in crescita del 7,4% sul 2014. Negli anni della crisi, il paese è stato uno dei primi a risollevarsi, dando fiato alla domanda di beni italiani. Secondo la Sace, la Brexit sgonfierà l’export del Bel Paese nel 2017 dal 3 al 7%, con un impatto più profondo soprattutto sui settori della meccanica strumentale e dei mezzi di trasporto (http://www.corriere.it/economia/16_giugno_22/export-dietro-si-brexit-c-conto-salato-8afcd090-3856-11e6-9b03-1ff54c0a662d_print.html).
Le imprese meridionali, come è noto, non vantano brillanti performance nei mercati internazionali. Tuttavia, il Regno Unito è una delle destinazioni privilegiate per i prodotti made in Sud: nel 2015, le esportazioni dal Mezzogiorno continentale sono state pari a 2,4 miliardi di euro, in crescita costante negli ultimi anni, merito soprattutto della passione inglese per le auto, il cibo e il vino italiano.
Ma che cosa esportano allora le imprese meridionali verso la terra d’Albione? Soprattutto automobili, componenti di aereo, costruzioni ferroviarie: oltre il 38% dell’export meridionale (escluse le isole) è riconducibile all’industria dei mezzi di trasporto, che ha presenze significative in Abruzzo (Val di Sangro), Campania (Pomigliano d’Arco e Nola), Basilicata (Melfi), Molise (Termoli) e Puglia (Bari, Brindisi). Un quarto dell’export del Mezzogiorno che sbarca sulle coste di Dover è invece associato all’industria alimentare e delle bevande: la pasta, la mozzarella, i vini, i liquori, l’aceto, le conserve di pomodoro, il tonno in scatola, la frutta secca non mancano nelle case britanniche e nell’alta ristorazione italiana di Londra e dintorni. Anche l’industria meccanica (7,1%) e il settore dei prodotti in gomma e in plastica (5,8%) hanno quote significative nel Regno Unito, mentre è scivolata verso il basso l’industria tessile e dell’abbigliamento (3,2%), che però conserva una presenza significativa nella nicchia high-end della sartoria maschile.
Un’analisi d’impatto più approfondita, però, dovrebbe considerare non soltanto il valore dei flussi di esportazione, ma anche il grado di esposizione all’export verso il Regno Unito delle regioni meridionali, misurato considerando la quota delle esportazioni Oltremanica sul totale delle esportazioni regionali. E qui si scoprono elementi di non poco interesse. Sul podio del “rischio” fra le regioni più esposte agli effetti della Brexit vi sono tre regioni del Mezzogiorno: Basilicata, Abruzzo e Campania. In particolare, la Basilicata destina al Regno Unito quasi il 15% del suo export – alimentato soprattutto dalle Jeep Renegade e dalle Fiat 500x realizzate nello stabilimento di Melfi di Fiat Chrysler –, l’Abruzzo il 10,5%, la Campania il 9,4%.

Il turismo. Per gli inglesi, fra i viaggiatori in Italia più appassionati fin dall’epoca del Grand Tour, le città d’arte e il mare del Sud sono una delle mete preferite. Nel 2014, l’ultimo anno per cui si dispone di dati di dettaglio, gli arrivi in Italia dal Regno Unito sono stati 3,1 milioni per un volume di presenze pari a 11,9 milioni, segnando una permanenza media di 3,8 giorni in terra italiana. Con il 6,0% degli arrivi e il 6,4% delle presenze, l’UK occupa la quarta posizione tra i mercati di provenienza, dietro solo a Germania, Stati Uniti e Francia. Ma, soprattutto negli ultimi anni, segnati da una contrazione nella domanda, è stato uno dei paesi cresciuto di più, con un +5,2% per arrivi e +4,2% per presenze. E ancora, come indicano le stime dell’Enit, la spesa giornaliera pro capite per i viaggiatori britannici in Italia per motivi di vacanza pari a 123 €, pur non raggiungendo le cifre di giapponesi (194 € al giorno), di cinesi (184 €), americani (169 €) e russi (164 €), si posiziona ben al di sopra dei più parsimoniosi turisti francesi (100 €) e tedeschi (86 €).
Se è vero che il turismo internazionale premia poco le regioni meridionali in valore assoluto (la quota delle regioni meridionali copre incredibilmente solo il 12% degli arrivi internazionali ), ancora una volta è più utile ragionare in termini di vulnerabilità alla Brexit, misurando il tasso di esposizione al turismo britannico nelle regioni italiane. Anche stavolta non mancano le sorprese.
Al di là della piccola Val d’Aosta, premiata per le sue piste di sci, sono le regioni del Mezzogiorno a soffrire maggiormente per un calo delle presenze britanniche: la Campania ha un’esposizione pari al 18,2% (in altre parole, su 100 turisti che giungono dall’estero 18 hanno passaporto britannico), la Sicilia dell’8,7%, appena più su della Basilicata (8,6%) e della Sardegna (7,1%). Più serene, almeno in apparenza, le estati di Puglia e Molise, attorno al 6%; quasi insignificante, invece, la presenza di inglesi in Calabria.
Che cosa potrebbe accadere nei prossimi anni? Difficile una previsione. È probabile che, almeno nei prossimi anni e senza eventi apocalittici, l’impatto sull’industria turistica del Mezzogiorno sarà lieve. Il turismo inglese – incantato da Capri, Positano e la costiera amalfitana, con radici secolari a Sorrento, affascinato da Lecce e delle masserie pugliesi, invaghito dai Sassi di Matera, amante di Palermo e della Sicilia, con l’Etna e le Eolie nel cuore, che adora veleggiare o prendere il sole lungo le coste della Sardegna – è posizionato nella fascia alta del mercato: né le oscillazioni della sterlina né l’haircut del Pil dovrebbero modificare le abitudini di consumo e gli stili di vacanza per i viaggiatori ad alto reddito. Ma che cosa potrebbe accadere invece se la Brexit provocasse uno shock finanziario nella City, con conseguente rovinosa caduta degli stipendi di broker, operatori di borsa, private banker, avvocati d’affari, i quali mai vorrebbero rinunciare a un tuffo sotto i Faraglioni, a un concerto a Ravello, a una cena a Sant’Agata o a Nerano in un ristorante stellato? Uno scenario improbabile, eppure proprio la finanza degli ultimi anni ci ha insegnato a credere nell’esistenza dei cigni neri.

I flussi migratori. È l’area di impatto di più difficile analisi. Soprattutto per l’indeterminatezza dei dati. Secondo le cifre dell’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, nel Regno Unito risiedono 210 mila italiani; per l’anagrafe consolare, invece, gli iscritti sono 277 mila. Ma a vivere o a studiare sono molti di più, perché non vi sono tenuti a registrarsi per esempio tutti coloro che si recano all’estero per un periodo di tempo inferiore a 12 mesi. Il reperimento di informazioni aggiornate e attendibili è pressoché impossibile. Un’analisi di Nomisma ha recuperato i dati relativi agli iscritti all’Aire in alcuni dei principali comuni italiani al 31 dicembre 2015. Fra le prime città figura Napoli, con quasi 5.000 cittadini iscritti residenti nel Regno Unito, terzo paese per scelta di destinazione, con una quota del 10% sul totale di napoletani registrati (47.743),. Napoli è dietro Roma e Milano in valore assoluto, mentre è Bologna la città italiana che ha l’UK come scelta preferita.
Per il Mezzogiorno, che negli ultimi 10 anni ha perso mezzo milione di giovani under 35, quasi tutti diplomati o laureati, Londra rimane una delle mete di elezione. Se il flusso verso il Centro-Nord non si è mai arrestato negli anni della crisi – tra il 2001 e il 2014 sono emigrati dal Sud verso il Centro-Nord 1,7 milioni di meridionali – decidere di volgere lo sguardo verso l’estero è diventato sempre più frequente. Come emerge dal Rapporto Toniolo, «con l’entrata nel XXI secolo e l’inasprirsi delle difficoltà anche nelle regioni settentrionali, si è osservato un flusso crescente di uscita dal Nord verso l’estero. Molti meridionali, dopo essersi spostati nelle grandi città settentrionali sono poi ulteriormente rimbalzati verso l’estero. Negli anni più recenti, complice anche la crisi che ha visto aumentare il numero di Neet in tutto il paese, nei giovani del Sud si è consolidata sempre più l’idea che se ci si deve spostare tanto vale partire direttamente per l’estero».
Fra il 2006 e il 2015, sono stati oltre 800 mila gli italiani espatriati. Il numero complessivo di residenti all’estero si avvicina ad ampie falcate verso la soglia dei 5 milioni. Nel solo 2015 sono stati 107.529 gli italiani che si sono trasferiti all’estero, in aumento di oltre seimila unità in un anno. Ad espatriare, sempre secondo i dati dell’Aire, sono soprattutto uomini (56%) e chi ha un’età compresa fra i 20 e i 40 anni. Il Paese prediletto resta la Germania (16.569 emigrati), ormai raggiunta proprio dal Regno Unito (16.500). Ma se si restringe il focus al segmento più giovane – e qui capiamo bene quale effetto potrà esercitare la Brexit da qui ai prossimi anni – si osserva come sia il Regno Unito la vera “terra promessa”: sorpassa la Germania sia nella fascia 20-30 anni (5.421 emigrati contro 5.025), sia nella fascia 30-40 anni (4.892 contro 4.111). Guardando alle provenienze regionali, non distinte però per paese di destinazione, la Campania si colloca al settimo posto (6.827 emigrati nel 2015), nona la Puglia, decima la Calabria. Nel segmento fra i 20 e i 30 anni, è la Sicilia la seconda regione di emigrazione italiana in assoluto, alle spalle della Lombardia.
In questo scenario da tsunami demografico, come è stato definito dalla Svimez, Londra è diventata la tredicesima città italiana per dimensioni, con 250 mila connazionali che l’hanno scelta per viverci (http://www.corriere.it/cronache/15_luglio_07/nel-2014-italia-la-prima-volta-piu-emigrati-che-immigrati-londra-diventa-tredicesima-citta-italiana-f37cccc6-2478-11e5-8714-c38f22f7c1da.shtml).
Senza dubbio la Brexit renderà impervia la strada degli scambi universitari nei progetti comunitari, sia per gli studenti sia per i docenti, e avrà effetti anche sull’economia britannica movimentata dai flussi di talenti in entrata. In base alle rilevazioni di Universities UK nel 2012-2013 il 5,5% degli studenti nel Regno Unito era di provenienza comunitaria, generando maggior ricavi per l’economia del paese per una cifra pari a 3,7 miliardi di sterline e offrendo 34 mila posti di lavoro alle comunità locali. Non si dovrebbe dimenticare che un professore su sei fra quelli che insegnano a Oxford, a Cambridge, nelle università inglesi o scozzesi, ha un passaporto comunitario. Che succederà quando dovrà chiedere un visto? (http://www.telegraph.co.uk/education/2016/05/24/what-would-brexit-mean-for-universities-and-eu-students/)
Così come va ricordato, rovesciando la prospettiva di analisi, che negli ultimi anni oltre 200 mila studenti britannici hanno beneficiato del programma Erasmus. Ed è proprio alla generazione Erasmus che la Brexit infliggerà un duro colpo: da sempre le università di Oltremanica sono state fra le destinazioni più gettonate degli studenti europei. Per esempio, sono stati 2.695 gli studenti italiani che nel 2015 hanno scelto il Regno Unito per l’Erasmus. Dal 2007 al 2015, la mobilità degli studenti italiani è cresciuta dell’80%. Dall’Agenzia nazionale Erasmus+ giungono rassicurazioni, ricordando che è un programma non circoscritto ai soli paesi Ue (vi partecipano a pieno diritto anche i Paesi dello spazio economico europeo (Norvegia, Islanda, Liechtenstein), ma è inevitabile che la questione della libertà di movimento di studenti e docenti, così come il futuro della cooperazione transnazionale per la ricerca finiranno sul tavolo delle negoziazioni.
Per i ricercatori, le collaborazioni con i colleghi e i centri di ricerca britannici potrebbero diventare inevitabilmente più complicate e molti network consolidati che avevano come nodi in posizione-chiave università o imprese del Regno Unito vedranno indebolirsi la propria forza competitiva in occasione dei bandi comunitari.
Per la quinta maggiore economia del mondo, per il campione europeo degli investimenti diretti dall’estero, per la più importante piazza finanziaria europea, per il più attrattivo sistema universitario del Vecchio Continente, la Brexit non potrà passare inosservata, senza provocare danni, lasciando immutato il paesaggio culturale europeo. Come ha scritto Timothy Garton Ash, professore di Studi europei ad Oxford (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/07/04/che-ne-sara-della-gran-bretagna-e-dellue27.html), «la Brexit è un incubo da cui stiamo cercando di svegliarci». E neppure per l’Italia, e in particolare per le sue regioni in ritardo di sviluppo, per le imprese e i ricercatori, per i suoi studenti, sarà una notte tranquilla.

 

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