Omicidi e violenza sulle donne, perché tanti silenzi

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Perché tante donne e ragazze sono ancora vittime di violenza. Ce lo chiediamo tutti, al di là di chi se ne occupa per lavoro.

Se poi la violenza colpisce giovani ragazze, dell’età anche di molte studentesse delle superiori o dell’università, questo impressiona ancora di più. E quello che spaventa e indigna è anche che gli artefici di quelle violenza sono anche loro spesso molto giovani, di buona famiglia, persone qualsiasi.

C’è qualcosa che può preservarci dal rischio della violenza? Rispondere NO, è inquietante. Anche perché la violenza è una scelta, non è un ‘virus’ che viene da un altro paese e ci sta invadendo e per contrastarlo e difenderlo dobbiamo combattere contro qualcosa o qualcuno che è lontano, è distante. La violenza contro le donne non è un problema di ‘sicurezza pubblica’. Non è una questione che va affrontata con gli stessi strumenti o politiche con cui si cerca di prevenire e contrastare il terrorismo. Tutte le forme di terrorismo, o di criminalità organizzata.

La violenza contro le donne che ha origine nei secoli ha radici culturali, sociali, storiche, relazionali profonde. Forse anche per questo che è così difficile da debellare.

Molti non la riconoscono, perché molte forme di violenza non si ritengono nemmeno tali. E non importa quello che dice la nostra legge e il codice penale. Pensiamo al delitto di onore (ex art. 587 c.p.) che prevedeva una pena che andava solo dai 3 ai 7 anni in caso di omicidio commesso dal marito che scopriva la moglie averlo tradito e per preservare il suo onore (misogino) la uccideva.

Oggi nel nostro paese così come in molti paesi occidentali ci sono leggi severe, che riconoscono la violenza contro le donne come un reato grave, in tutte le sue espressioni. Dal 1 agosto 2014 è entrata in vigore la così detta Convenzione di Istanbul ratificata anche dall’Italia che prescrive ai Paesi che ad essa hanno aderito tutta una serie di strategie di prevenzione, di protezione e di intervento volte alla eradicazione della violenza di genere.

 

Ma le cronache ci ricordano altro. E allora se andiamo anche a valutare le ricerche fatte in questo ambito capiamo anche come la legge da sola non basta. Emerge infatti da studi fatti anche presso il nostro Ateneo (Dipartimento di Psicologia, www.sara-cesvis.org) che quando si parla di violenza contro le donne, non si guarda a questi reati con la stessa ‘obiettività con cui si guarda e quindi si gestiscono altri reati contro la persona. Si cercano e si utilizzano spesso fattori così detti ‘extra legali’ che non hanno niente a che vedere con quello che realmente accaduto ma che vengono utilizzati per colpevolizzare la vittima, per ridurne la credibilità e per giustificare in parte quello che accade. Stereotipi, preconcetti spesso di matrice misogina ma che anche dalla ricerca scientifica si vede che interferiscono con le decisioni che devono prendere professionisti nel prestare aiuto alle donne vittime ma anche con le azioni che tutti, amici, vicini di casa, passanti potrebbero e dovrebbero mettere in atto quando vengono a conoscenza di un caso di violenza. E invece spesso si rimane in silenzio. E il silenzio e l’isolamento per una donna che subisce violenza è terreno fertile per chi la perpetra.

Se poi una giovane ragazza scambia il controllo, la gelosia, la sopraffazione come indice di qualcuno che ti ha a cuore, comprendiamo come sia ancora più complesso uscire dalla violenza perché sono le stesse donne che subiscono violenza, anche le giovanissime, a trovarsi in un circolo vizioso dal quale il loro aguzzino, da abile regista, muove le scene. Ma una donna, una giovane ragazza in queste condizioni si indebolisce, ha paura, è confusa, teme, ma ha anche paura del giudizio. Alcune ragazze, ma anche donne adulte, hanno un tale bisogno di attenzione e amore e protezione, e spesso hanno anche bassa autostima, che credono alle promesse, all’affetto simulato a volte travolgente e struggente che alcuni di questioni maltrattanti abilmente mettono in scena. E la trappola è scattata, e la donna, la giovane ragazza non si rende conto del perfido meccanismo in cui è stata intrappolata.

Ma un’alternativa c’è.

Parlarne. Con la collega, con l’amica, con un familiare o con uno dei centri antiviolenza sul territorio (i numeri si trovano al 1522). La Cooperativa EVA con i suoi numerosi sportelli su territorio Casertano e Campano può con discrezione ma professionalità ascoltare a aiutare la donna a capire cosa le accade e se si tratta di violenza, qualsiasi forma di violenza, trovare il modo di uscirne fuori indenne.

Anche al Dipartimento di Psicologia da anni ci occupiamo di queste tematiche al Centro Cesvis e attraverso sia studi, sia corsi di formazione (http://www.psicologia.unina2.it/it/alta-formazione/corso-di-alta-formazione-per-esperte-i-nella-gestione-dei-casi-di-violenza-di-genere-maltrattamenti-e-stalking-e-nella-valutazione-del-rischio-di-recidiva) sia grazie alla valutazione del rischio (www.sara-scesvis.org) e con lo sportello di ascolto, possiamo con discrezione e nel rispetto della privacy aiutare a capire meglio cosa accade e cosa si può fare.

A breve stiamo anche per lanciare, primo in assoluto a livello nazionale, un insegnamento ad hoc sulle relazione pericolose da vari punti di vista e approcci (psicologici, giuridici e medici) disponibile per tutti gli studenti della triennale che avranno così le basi, a prescindere delle loro professioni future una conoscenza di cosa è la violenza contro le donne e come poter riconoscerla e prevenirla o ridurla.

di Anna Costanza Baldry, Dipartimento di Psicologia

 


Per maggiori informazioni:

http://www.sara-cesvis.org/

http://www.sara-cesvis.org/index.php?option=com_content&task=section&id=23&Itemid=148

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