Vesuvio e Bradisisimo, rischio non imminente. Ma siamo impreparati

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Ad intervalli più o meno regolari l’accadimento di eventi sismici, più o meno forti, ci riporta alla mente i rischi naturali della nostra regione e più in particolare quelli relativi al Vesuvio ed ai Campi Flegrei.

Dalla fine dello scorso anno è iniziato il tam-tam mediatico di allarmi su un possibile risveglio del bradisismo nella regione Flegrea, mentre è di pochi giorni fa una scossa di magnitudo 2.5, avvertita nell’area vesuviana e centrata proprio all’interno del cratere del Vesuvio.

Cosa sta realmente accadendo?

Per quanto riguarda il Vesuvio e le paure che ne conseguono, è il caso di gettare acqua sul fuoco. La scossa registrata qualche giorno fa dalla rete sismica dell’Osservatorio Vesuviano, per quanto avvertita, era estremamente superficiale, profonda solo poche centinaia di metri e dunque non legata al sistema profondo dello stesso vulcano, che sembra, è il caso di dirlo, in un sonno profondo e non pronto a svegliarsi all’improvviso. E’ altrettanto vero che come altri vulcani sul nostro pianeta, non è necessario che il Vesuvio si svegli da solo, è possibile invece, che eventi esterni, forti scosse nell’Appennino per esempio, possano scuoterlo sino alle sue “radici” ed innescare un processo a catena che potrebbe rimetterlo in funzione. Insomma la chiave d’accensione del nostro Vesuvio vista la sua attuale attività, sembra al momento legata più ad un evento esterno che allo stesso vulcano, visto il suo forte momento di torpore.

Altro discorso sono i Campi Flegrei, che con alti e bassi, tipici di “montagne russe”, riportano alla mente sempre più spesso i recenti periodi del bradisismo. Ne abbiamo vissuti due, dal 1970 al 1972 e di nuovo dal 1982 al 1984. Il bradisismo come spiega l’etimologia “greca” della parola, è un movimento lento del suolo. Lento ma inesorabile e soprattutto generatore di terremoti. Non é il sollevamento del suolo ad essere provocato dai terremoti, ma esattamente il contrario. Il suolo comincia a sollevarsi e la sua reazione è generalmente, almeno all’inizio, plastica. Si adegua con molta lentezza al movimento stesso. L’elasticità della crosta ha però un limite, superato quello, il suo comportamento non sarà più duttile ma rigido e le scosse cominceranno a fioccare. La storia dei Campi Flegrei ci indica anche che i processi eruttivi sono preceduti da fasi di bradisismo e che questo fenomeno accentua la sua intensità, la velocità di sollevamento e le scosse sismiche, tanto più il momento dell’eruzione si avvicina. Non solo, una volta che il fenomeno del bradisismo comincia, è probabile che tra “alti e bassi” che possono durare decine o centinaia di anni, il processo terminerà solo quando l’eruzione sarà avvenuta.

Al momento siamo vicini o lontani da un possibile evento eruttivo ?

L’attività attuale registrata nell’area flegrea testimonia che il grande vulcano respira, ma che certamente non farà eruzione nel breve tempo. Dove per breve intendo mesi o anni.

Per maggiore chiarezza va spiegato che i Campi Flegrei sono una caldera. La caldera è una conca che ha subito un collasso strutturale in seguito ad una fortissima eruzione. Un volume gigantesco di magma (dell’ordine di Km3) viene eruttato in tempi brevi ed il tetto del vulcano finisce per poggiare su un volume, prima occupato dal magma e che orami risulta vuoto. Il risultato finale sarà un crollo (o collasso) sotto il suo stesso peso non essendo più sostenuto. Nel caso dei Campi Flegrei sono avvenute due eruzioni gigantesche, una 42.000 anni fa, conosciuta col nome di Ignimbrite Campana (o Tufo grigio campano), la seconda 12.000 anni fa che prende il nome di Tufo Giallo Napoletano. Questo secondo evento è il basamento dell’intera città di Napoli ed ha spessori di decine fino ad un centinaio e più di metri. Entrambi questi eventi hanno modellato l’area dei Campi Flegrei.

I Campi Flegrei sono anche caratterizzati da un attività vulcanica molto particolare. I tantissimi crateri presenti nell’area sono stati formati durante un singolo evento eruttivo. Per questo motivo vengono chiamati monogenici. Quando un cratere ha finito la sua prima eruzione ha anche terminato per sempre la sua attività. Paradossalmente potremmo dire che se ipoteticamente un eruzione dovesse avvenire nell’area Flegrea, essere all’interno della famosa Solfatara (di Pozzuoli) dovrebbe tenerci al sicuro.

Comunque meglio non fare questa esperienza.

L’Osservatorio Vesuviano tiene sotto controllo “gli umori” dei vulcani napoletani con molta professionalità.

La Protezione Civile si occupa dei piani di emergenza e della loro messa a punto.

Siamo pronti sotto quest’aspetto? E’ difficile dare una risposta sintetica, anche se la risposta è probabilmente negativa. I piani per il Vesuvio esistono ma è difficile che siano stati aggiornati, mentre quelli sui Campi Flegrei probabilmente solo abbozzati. Siamo decisamente in ritardo, ancor più in ritardo se alcuni ricercatori vedono “movimenti e variazioni” ai Campi Flegrei.

Oltre alla messa a punto definitiva dei piani di Protezione Civile manca anche la loro volgarizzazione. Un piano ha un impatto forte se viene fortemente pubblicizzato, se le popolazioni che vivono nelle aree a rischio lo conoscono e lo hanno fatto proprio, soprattutto se lo hanno sperimentato attraverso esercizi e simulazioni. Tutto questo manca e siamo decisamente in ritardo, un folle e colpevole ritardo.

Inoltre è necessaria una chiara informazione alla popolazione con programmi di educazione scientifica e sull’ambiente che ci circonda. Informazioni necessarie per meglio vivere in una regione con questi rischi, e per aumentare il livello di resilienza, e la paura di un ipotetica eruzione. Le scuole dovrebbero essere il veicolo di programmi per la riduzione del rischio, vulcanico o sismico. Le municipalità dovrebbero attrezzarsi per far conoscere ai propri amministrati cosa accade sotto i propri piedi, ed i ricercatori infine raccontare i propri studi con linguaggio semplice ed accessibile, senza omettere quali siano i margini di successo e soprattutto quelli dove è possibile sbagliare. E’ necessario creare un sistema di mutua fiducia tra ricercatori e la popolazione esposta al rischio. Sappiamo bene che i terremoti non si prevedono : quando, dove e con quale energia; al contrario i movimenti dei vulcani e le loro possibili eruzioni hanno molte più probabilità di essere comprese in tempo. Questo non significa che abbiamo il 100% di certezze. Ed è proprio questo che va raccontato alle popolazioni che vivono sotto la spada di Damocle di un possibile evento vulcanico. Non solo la propria bravura, i propri successi, ma soprattutto le incertezze, i dubbi che esistono in ognuno di noi, e nelle incertezze che questi generano su argomenti tanto delicati come il prevedere una possibile futura eruzione di uno dei vulcani Napoletani. Essere più vicini alle popolazioni, quelli che in inglese vengono chiamati “end-users utilizzatori finali”, vuol dire anche riuscire ad avere un linguaggio comprensibile su tematiche problematiche e a non nascondere le nostre stesse vulnerabilità.

di Dario Tedesco, Docente di Geochimica e Vulcanologia del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali, Biologiche e Farmaceutiche (DiSTABiF) dell'Università degli studi della Campania Luigig Vanvitellii

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