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«Per uscire dalla crisi, l'Anm deve passare attraverso un grande lavoro di riqualificazione complessiva, che purtroppo, come spesso accade, deve partire da tagli. La cosa importante è che siano i più efficienti possibili. I napoletani e i dipendenti dovranno avere pazienza. Per qualche anno prevedo tempi duri per i trasporti. Ma mi auguro sia l'ultimo atto, prima del rilancio di un'azienda storica, che possa diventare di qualità». Non ha dubbi Armando Cartenì, docente di Pianificazione dei Trasporti dell'Università della Campania "Luigi Vanvitelli".
Il risanamento passerà anche per i tagli e la revisione delle linee bus. Era inevitabile? «Un riassetto dovuto. Le linee bus di Napoli hanno grandissimi margini di efficientamento. Ci sono pullman che viaggiano con poche unità, non decine, di passeggeri al giorno. Purtroppo, c'è sempre il dilemma di quanto il diritto alla mobilità vada garantito, anche se per pochissimi. Ma per un'azienda che deve fare affidamento su performance privatistiche, credo che una linea bus debba avere un minimo di redditività per essere garantita».

Non c'è il rischio di un impatto troppo forte sulla città? «La riforma va fatta per gradi e in maniera competente. Si provi il dispositivo per qualche mese. Eventualmente si correggerà. Certo, ci sarà sempre qualcuno che protesterà, ma il bilancio si fa alla fine».

Per alcune tratte si punterà tutto sul metrò, basterà? «La linea su ferro deve essere il fiore all'occhiello della città. E lo sarà sempre di più, con la chiusura dell'anello per Capodichino. In questo quadro vedo anche la Linea 6, un'opera strategica che fa un tutt'uno con la Linea 1, e dovrebbe esserlo anche nella gestione con Anm».

L'evasione sui bus resta sopra il 50%: fenomeno inarrestabile a Napoli? «I dati vanno ponderati. In realtà, gli ultimi studi hanno accorciato la forbice Nord-Sud. Sui bus si evade di più, perché mancano le tecnologie come i tornelli e i ticket elettronici. L'unica leva è intensificare il controllo».

Resta il problema di un parco mezzi vecchissimo, con bus di oltre 20 anni. «È un tema importante. Ma tutta l'Italia ha poco da stare allegra. Il parco circolante nazionale è tra i più vetusti d'Europa. Abbiamo uno spread della mobilità molto accentuato, di 5-7 anni mediamente più vecchio dei paesi industrializzati. E il divario tra Nord e Sud è ancora più accentuato. Paradossalmente, avendo molto da rinnovare, possiamo vederla come un'opportunità. Oggi un bus inquina 6-7 volte più di un'auto. Il governo ha previsto importanti finanziamenti per svecchiare i bus pubblici. E l'occasione per puntare su mezzi ecologici, a gas, metano e elettricità».

Il 3 luglio, l'Anm presenterà il piano di risanamento al Tribunale fallimentare, che si aspetta? «Un'azienda più snella e funzionale. Da un punto di vista sociale, un'azienda pubblica che prospetta tagli di personale sembra poco vincente. Tuttavia, da tecnico, posso dire che oggi il rapporto dipendenti totali rispetto agli autisti è fuori da ogni logica di un'azienda di trasporto collettivo».

Se l'Anm si salverà dal crac cosa accadrà? «Messi a posto i conti, credo che nel breve periodo ci sarà una fase di difficoltà sia per i dipendenti che per gli utenti. Ma servirà da passaggio per il rilancio».

Che ne pensa delle proteste e delle funicolari chiuse per il boom di ammalati? «Non è una bella immagine. Ma è comprensibile: quando un lavoratore si sente minacciato, la prima reazione è la paura. Se i sacrifici saranno inquadrati in un piano strategico in cui sono evidenziate le varie fasi nel tempo, l'operazione può essere letta con maggiore fiducia».

L'ipotesi di un'apertura ai privati? «Non la escludo, ma prima bisogna rimettere l'Anm in salute, attraverso una prima fase di razionalizzazione e rinnovamento e aziendale. La situazione è troppo critica per rendere il mercato appetibile a un soggetto pubblico-privato». 

Tratto dall'articolo de Il Mattino del 27 giugno 2018 di Pierluigi Frattasi

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Il punto di Nadia Barrella, docente di Museologia e Critica artistica e del restauro

Presentata al Dipartimento di Lettere e Beni Culturali un’app dedicata ai consumi culturali. Si chiama ME: Mie esperienze ed è l'app ideata da Stefano Balassone, a lungo vicedirettore Rai e consigliere d’amministrazione della stessa, produttore e autore televisivo e testata dagli studenti del corso di studi Museologia, che ne discuteranno, insieme ad alcuni colleghi da me coinvolti, con il suo ideatore.

Premesse teoriche dell’app l’idea che la conoscenza sia la precondizione del consumo e la necessità di realizzare una porta d’accesso unica e accogliente alle occasioni di cultura e di intrattenimento. L’app ha però anche un’altra funzione. Coglie il punto di vista del fruitore verso le offerte della creatività e consente di riorganizzare il mare magnum delle informazioni sui consumi culturali consentendo di esplorarlo a profondità finora non accessibili. E’ per questa ragione che, d’accordo con Balassone, abbiamo pensato di verificare la possibilità di una sua diffusione territoriale della piattaforma. Procederemo, infatti, coinvolgendo amministrazioni comunali e centri di cultura della provincia di Caserta, per realizzare, a fine 2018 o inizi '19, un incontro di zona che racconti quanto emerga e consentire riflessioni sui consumi culturali. Questi verranno testati attraverso uno strumento in grado di restituire un'immagine molto diversa da quelle solitamente fornite dall'Istat o da altri centri di progettazione culturale»

Ciò che è particolarmente interessante è che il Dipartimento di Lettere e Beni Culturale possa diventare sia uno spazio di sperimentazione di questo strumento, ma anche, data la possibilità offertaci di implementare l'app, uno spazio di scelta e di condivisione di eventi culturali. L'applicazione sarà, infine, uno strumento che connetterà ancora meglio l'Ateneo al territorio, in linea con la cosiddetta terza missione universitaria.
L’app è scaricabile gratuitamente da Play Store e disponibile per Iphone e Android.

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Il Punto di Giuseppe Paolisso - Rettore dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

Nell'articolo di Federico Fubini apparso sul Corriere della Sera il 4 marzo dal titolo «Rettori indigeni» si sottolinea il parziale immobilismo in cui versa l'Università italiana, a fronte di un maggiore flusso di professori che esiste nelle università nord europee e sopratutto americane. Le conclusioni sono certamente vere ma l'analisi del perché necessita una serie di approfondimenti.

Innanzitutto bisogna ricordare che la Legge Gelmini ha cancellato l'istituto amministrativo del trasferimento, e che gli spostamenti dei professori tra Atenei può avvenire solo per concorso nazionale a cui possono accedere tutti coloro che hanno titolo per farlo, ivi compresi coloro che occupano la stessa posizione presso un'altra università. Quindi se un professore ordinario di Diritto Privato vuole passare dall'Università di Napoli a quella di Tor Vergata deve avere la possibilità di candidarsi in un concorso di professore ordinario che l'Università di Tor Vergata dovrà innanzitutto bandire.

Questo significa due cose: a) c'è la necessità che un Ateneo bandisca un concorso (a cui tra l'atro possono accedere anche coloro che vorrebbero diventare ordinari in quella disciplina e non solo coloro che ambiscono al trasferimento); b) per attivare questa procedura è necessario appostare delle risorse da parte dell'Ateneo che attiva la procedura concorsuale.

Ciò premesso se il concorso va a buon fine e il prof ordinario di Diritto Privato di Napoli va a Tor Vergata quello che si verifica in termini amministrativi e contabili è che nel bilancio dell'Università di Napoli si libera un budget che rientra nella disponibilità dell'Ateneo mentre in quella di Tor Vergata una porzione di budget viene occupata per l'assunzione del nuovo collega di Napoli. Quindi in puri termini di bilancio l'Università di Napoli guadagna budget e quella di Tor Vergata impiega budget. In più se il prof ordinario di Napoli che va a Tor Vergata dispone di fondi di ricerca tipo i Prin (Progetti di ricerca di interesse nazionale) da Napoli non li può trasferire a Roma e quindi li perde. Se invece a vincere il concorso di prof ordinario di Diritto Privato fosse un prof Associato di Tor Vergata, il solo cambio di qualifica interno permetterebbe all'Università di Tor Vergata di risparmiare circa il 75% del budget. E in questo ovviamente ha perfettamente ragione il collega Ubertini di Bologna nel dire che questo meccanismo favorisce indirettamente i candidati interni. Ma la soluzione potrebbe essere abbastanza semplice con una modifica delle legge attuale che magari preveda che dopo almeno 3 anni di permanenza nel ruolo universitario ogni docente diventi «possessore» del proprio budget che lo segue in caso di trasferimento, che dovrebbe avvenire non mediante concorso ma attraverso una chiamata diretta. A quel punto l'Università che perde il docente perde anche il budget (e ovviamente dovrebbe chiedersi il perché) e quella che accetta il docente avrebbe docente e budget e in questo caso guadagnerebbe da entrambi i punti di vista.

Un'ipotesi del genere favorirebbe un maggior flusso di professori incentivando ulteriormente il merito perché i migliori andrebbero dove ci sono più ottimali condizioni di lavoro e non si sentirebbero «prigionieri» delle regole amministrative, incentivando quello scambio di persone e di idee che è sempre stato alla base dei grandi sistemi universitari.

Al confronto e la competizione sarebbero più spinti anche nelle Università statali e, tutti, iniziando dagli studenti, ne trarrebbero benefici incredibili, le Università più forti si rafforzerebbero e quelle minori andrebbero incontro a un naturale ridimensionamento indipendentemente da distribuzioni cervellotiche di finanziamenti per le eccellenze, difficile da capire anche per gli addetti ai lavori. Inoltre questo meccanismo potrebbe favorire fisiologici accorpamenti per creare Centri di Eccellenza per la ricerca e la didattica. Se così fosse, un professore di Napoli potrebbe diventare Rettore a Milano o Palermo e non avremmo più «rettori indigeni», rettori che comunque per svolgere questo ruolo devono avere idea di quelle che sono le necessità e le ambizioni dell'ateneo in cui lavorano e delle esigenze del territorio e che quindi hanno bisogno di tempo dopo un eventuale trasferimento prima di voler ambire a ricoprire quel ruolo.

E' una riforma semplice senza alcun aggravio di costi e dai potenziali grandi risultati per il sistema universitario ma resta da capire perché nessuno ci pensi e la proponga. Ci sarà forse un motivo ma io non riesco proprio a capirlo.

Tratto dal Corriere del Mezzogiorno del 09 marzo 2018

 

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Nel 2018, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli rilancia gli investimenti per la ricerca puntando sul capitale umano e sulle tecnologie innovative.

Seguendo il sentiero tracciato dal successo del programma VALERE nel 2017 (VAnviteLli pEr la RicErca: VALERE), l’Università della Campania Luigi Vanvitelli ha pertanto lanciato il PROGRAMMA VALERE-plus investendo oltre 14 milioni di euro nell’anno 2018. Goals del programma VALERE-plus (Valere di più) sono le idee, l’innovazione tecnologica e i giovani, consentendo, in prospettiva, l’ulteriore miglioramento dell’Ateneo e garantendo all’Ateneo una dimensione internazionale.

Ecco, dunque, con VALERE-plus il finanziamento di 40 nuove posizioni triennali per dottorandi (di cui ben 28 riservate a studenti internazionali: candidati con il titolo di studio d’accesso conseguito in terra straniera) e oltre 32 nuove posizioni per giovani talenti a cui attribuire assegni di Ricerca nel 2018. VALERE-plus premia quindi l’internazionalizzazione, agevolando una visione globale della Ricerca nella sua accezione più ampia. Per i candidati di particolare distinzione ed eccellenza nel 2017 è previsto il rinnovo dell’assegno, previa una valutazione dell’eccellenza e dei risultati conseguiti. In tutti i casi, sono garantiti vantaggi economici per gli studenti non residenti in Campania, orientando VALERE-plus all’integrazione degli studenti nazionali ed internazionali per facilitare ancor più la visibilità della Vanvitelli nello scenario internazionale.

VALERE-plus finanzia inoltre bandi competitivi intra-Ateneo e premi di ricerca imprenditoriale per una fusione ottimale fra realtà accademica e industriale. Contestualmente, VALERE-plus ha in sé rigidi processi valutativi che assicurano un controllo meritocratico e una selezione delle migliori idee e dei giovani con più talento, quelli su cui puntare.

Ma premiare i giovani e le idee significa necessariamente credere nelle tecnologie innovative per rendere la Vanvitelli unica sul territorio. Ecco, dunque, una grande novità: un investimento di ben 10 milioni di euro sulle più moderne tecnologie. Non solo l’acquisizione, ma il progresso ‘beyond the state of the art’, con la creazione di nuove tecnologie che permettano l’integrazione dei giovani anche se in formazione, ‘la nostra squadra’, e la realizzazione di nuovi gruppi di ricerca con un taglio multidisciplinare per il nostro Ateneo. In prospettiva, questa strategia affianca l’evoluzione tecnologica a una formazione avanzata, che risponda alla necessità d’integrazione fra formazione e nuovi approcci tecnologici.

Un'ulteriore originalità del programma VALERE-plus sono le tavole rotonde dell’eccellenza (the excellence round tables), l’organizzazione d’incontri con momenti di discussione ed interazione fra punte d’eccellenza internazionale (come ad esempio vincitori di premi Nobel in campi diversi d’interesse della ricerca in Ateneo), i giovani ricercatori, gli studenti ed i gruppi di ricerca multidisciplinare. Uno scambio d’idee per un rapporto diretto e discussione alla pari che crei sinergia fra l’esperienza, l’eccellenza e le giovani menti. In prospettiva quest’atteggiamento virtuoso, orientato verso la diversificazione delle idee, appoggia il confronto delle differenti aree di ricerca spingendo l’Ateneo a migliorare la qualità della ricerca e l’acquisizione d’idee, di fondi per attuarle, in un assetto internazionale.

Per noi della Vanvitelli, investire nel VALERE-plus rappresenta la continuità di un progetto già intrapreso nel 2017 per solidificare la nostra posizione sul territorio regionale e nazionale.

VALERE-plus assicura il conseguimento duraturo di nuove competenze, l’acquisizione di posti di lavoro in sede ed affianca il progresso tecnologico ad una formazione moderna.

Non promesse, ma una solida realtà che sostenga la duratura eccellenza.

 

di Lucia Altucci, docente di Patologia Generale al Biochimica, Biofisica e Patologia generale all'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

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Si chiama “Dipendenza da videogiochi” ed ora è ufficialmente una patologia. Perdita del controllo sul tempo dedicato al gioco, obesità e scarsa concentrazione e drastica riduzione delle relazioni interpersonali sono alcuni dei sintomi. La dipendenza da videogiochi sarà infatti inserita nel capitolo delle “Dipendenze comportamentali” nell’undicesima edizione dell’International Classification of Diseases (ICD), che verrà approvata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità durante l’assemblea generale che si svolgerà a Ginevra dal 21 al 26 maggio di quest’anno.

 

Definizione

La Dipendenza da videogiochi è caratterizzata da “un pattern persistente o ricorrente nel comportamento da gioco che si manifesta quando viene data priorità ai videogiochi fino al punto che essi abbiano la precedenza su altri interessi e attività quotidiane, e proseguimento dell’attività video-ludica nonostante il verificarsi di conseguenze negative”. Affinchè sia considerato un disturbo, la dipendenza da videogiochi deve determinare un “significativo danno personale, familiare, sociale, educativo e/o professionale”.

È la prima volta che un disturbo legato all’uso eccessivo dei videogiochi viene riconosciuto ufficialmente dalla comunità medica tra le condizioni patologiche che necessitano di attenzione clinica.

 

Due forme di dipendenza da videogiochi

Quella online (quando il soggetto deve essere necessariamente collegato a Internet) e una offline (in cui il gioco è svolto prevalentemente in solitudine). Si tratta di due forme sostanzialmente diverse da un punto di vista psicopatologico.

Chi soffre della forma da dipendenza online è solitamente una persona molto competitiva, che preferisce trascorrere il tempo libero con gli amici conosciuti in rete, convincendosi che queste relazioni siano più vere e intense rispetto a quelle della vita reale.

Le persone affette dalla forma offline invece sono solitamente chiuse, introverse, timide, con tendenza all’isolamento. Si tratterebbe in pratica di quel disturbo per il quale i giapponesi qualche anno fa avevano coniato il termine di Hikikomori, cioè la tendenza al ritiro sociale.

La dipendenza da videogiochi si presenta in genere negli adolescenti, ma alcuni studi documentano che anche gli adulti over 35 anni possano sviluppare questa forma di dipendenza. Non è ancora nota la reale portata del fenomeno proprio a causa della mancanza di una diagnosi specifica prima della pubblicazione dell’ICD-11.

 

I sintomi

Da un punto di vista clinico, per diagnosticare la dipendenza da videogames è necessario che siano presenti le seguenti caratteristiche: 1) perdita del controllo sul tempo dedicato al gioco; 2) priorità data al videogame rispetto alle altre attività della vita quotidiana (compreso il mangiare, il bere e il dormire); 3) persistenza del comportamento e incapacità di interrompere il gioco nonostante gli effetti negativi e i richiami dei genitori.

Le conseguenze per la salute sono molteplici e sono a carico della sfera psichica, fisica e relazionale. Per quanto riguarda i sintomi psichici, i ragazzi cominciano a mostrare irritabilità, ostilità, aggressività, nervosismo, insonnia, disturbi d’ansia, astrazione dalla realtà.  I sintomi fisici includono obesità, aumento della pressione sanguigna, difficoltà visive, aumento del colesterolo, delle lipoproteine a bassa densità e dei trigliceridi, con rischi per la salute cardiometabolica. Da un punto di vista sociale, si assiste a una drastica riduzione delle relazioni interpersonali, con solitudine, abbandono degli hobbies, calo delle prestazioni scolastiche, difficoltà di concentrazione. Considerato che si tratta di persone giovani, i rischi sulla salute nella vita adulta sono facilmente comprensibili.

 

Lo studio

Il Dipartimento di Psichiatria dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli diretto dal Prof. Mario Maj ha partecipato recentemente a uno studio promosso dal Dipartimento per le Politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri e condotto in tre università italiane (Napoli, Brescia, Pisa), a cui hanno partecipato oltre 3000 studenti universitari italiani. Lo studio, attualmente in fase di pubblicazione su una prestigiosa rivista internazionale,  ha documentato che il rischio di sviluppare il disturbo da dipendenza da videogiochi è maggiore nei soggetti di sesso maschile, mentre le ragazze fanno più frequentemente uso dei social network quali Facebook, Twitter e Instagram.

 

Cosa fare      

Attualmente non esistono trattamenti validati per questo disturbo. La comunità scientifica è concorde nel sottolineare l’importanza della prevenzione della dipendenza da videogiochi. I genitori dovrebbero utilizzare meno gli smartphone e i tablet quando sono a casa con i propri figli, soprattutto nei momenti di incontro delle famiglie come il pranzo o la cena. C’è bisogno di migliorare il dialogo all’interno della famiglia e di promuovere attività familiari condivise, cercando di evitare di rinchiudersi in mondi virtuali in cui non c’è accesso per l’altro. Le scuole dovrebbero sensibilizzare gli studenti all’uso corretto delle nuove tecnologie. Nei casi più seri, sono indicati trattamenti psicoterapici, come la terapia cognitivo-comportamentale e la terapia motivazionale, che si sono dimostrati efficaci nel ridurre la dipendenza e migliorare la partecipazione sociale. Tuttavia, mancano ancora dati sull’efficacia a lungo termine di queste terapie.

 

di Andrea Fiorillo - Dipartimento di Salute Mentale dell’Università Vanvitelli

 

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Il Punto di Giuseppe Paolisso - Rettore dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

Nelle prossime settimane in tutti gli Atenei italiani ci saranno una serie manifestazioni legate all'orientamento, che dovrebbe permettere agli studenti delle Scuole Secondarie e Tecniche di poter scegliere in modo consapevole la loro Università ed il loro corso di Laurea. Una scelta consapevole, che dovrebbe comprendere la conoscenza dei percorsi didattici ed il desiderio di sentirsi realizzati dal punto di vista lavorativo con un'elevata capacità di raggiungere in tempi sufficientemente rapidi la laurea.

Ma è realmente così? Purtroppo al fronte delle numerose manifestazioni di orientamento organizzate dagli Atenei italiani, più del 20% degli studenti lascia l'Università dopo un solo anno di corso con una tendenza all'aumento negli anni successivi raggiungendo in qualche caso anche il 45% dopo 3 anni dall'iscrizione. A dieci anni di distanza dall'immatricolazione solo il 30% degli studenti si laurea mentre il tasso di abbondano sale al 57% delle iniziali matricole. Solo Medicina ha dei tassi di abbandono tra il 6 e 7% al termine del percorso di studio, probabilmente legato alla selezione iniziale e alla forti motivazioni che spingono uno studente a superare l'esame di ammissione e il relativo ciclo di esami per laurearsi. L'elevato tasso di abbandono universitario pone l'Italia nei posti più bassi delle classifiche europee per numero di laureati in rapporto alla popolazione: solo il 24% dei giovani tra i 25 e i 35 anni porta a compimento gli studi contro il 35% del resto di Europa.

L'abbandono degli studi universitari rappresenta un problema molto serio per il sistema paese in termini di sviluppo dell'economia e del benessere sociale. Ma quali sono le cause dell'abbandono degli studi universitari? Innanzitutto fattori sociali quali la condizione economica culturale della famiglia di appartenza, responsabilità specifiche degli Atenei legate alla qualità della didattica o alla disponibilità di servizi agli studenti, ed infine ma non per ultimo come importanza, una carenza nell'orientamento. In realtà la maggioranza delle manifestazioni di orientamento non sono altro che delle occasioni in cui l'Ateneo cerca di invogliare gli studenti ad iscriversi ad esso. Quindi le manifestazioni di orientamento da meccanismo di comprensione dei processi didattici utili per inserirsi nel mondo del lavoro, si trasformano in processi di marketing per aumentare il numero delle immatricolazioni. In realtà l'orientamento è cosa ben più complessa che la manifestazioni attuali. Infatti l'orientamento dovrebbe divedersi in 3 fasi: orientamento all'interno della Scuola Secondari e Tecniche, in ingresso all'università ed in itinere. La prima fase è quella dell'orientamento integrato Scuola-Università che dovrebbe essere capillare e coinvolgere obbligatoriamente tutte le Scuole Secondarie (e non solo quelle scelte dalle università), partire almeno dal quarto anno delle Scuola Secondaria ed essere basato sulla trasmissione delle informazioni utili a una scelta post-diploma. Quanti studenti degli Istituti Tecnici sanno che in Italia ci sarà bisogno nei prossimi 5 anni di circa 280.000 periti o laureati professionalizzati di cui 49.000 addetti al settore alimentare e 47.000 al settore tessile giusto per citare due rami aziendali che da sempre rappresentano l'eccellenza del made in Italy? Io credo non molti, visto che gran parte degli abbandoni sono anche il frutto degli studi fatti (circa il 29% sono i diplomati ai Licei mentre il tasso sale anche al 60% quando si considerano gli Istituti Tecnici). Certo aver studiato presso gli Istituti Tecnici non può essere una condanna a non iscriversi all'Università ma forse il tipo di preparazione è più adatta ad una rapida immissione nel mondo del lavoro che a proseguire gli studi. La fase dell'orientamento in ingresso consiste nella verifica delle conoscenze in ingresso all'università mentre nella fase dell'orientamento in itinere agli studenti neo-immatricolati con una preparazione più debole sono offerti percorsi didattici propedeutici o di accompagnamento organizzati per gruppi affini proprio per ridurre gli abbandoni. La terza fase è quella maggiormente realizzata nei corsi di laurea tecnologici. Purtroppo però una precisa strutturazione del percorso di orientamento necessita di investimenti in risorse umane e finanziare adeguate che al momento sono del tutto carenti. Si tratta però di un investimento utile che potrebbe permettere di raggiungere l'obiettivo di portare l'Italia più vicino alle medie europee in termini di laureati, salvaguardando la qualità dei corsi di studio ed offrendo una preparazione di qualità ad un più elevato numero di studenti. Un investimento inziale che sarebbe sicuramente recuperato a regime con rilevanti risparmi sulla spesa complessiva, anche se un investimento i cui effetti benefici si vedrebbero nel medio lungo termine e quindi per questo forse non molto gradito alla politica che ama tempi molto più rapidi per la valutazione dei benefici degli investimenti.

Tratto dal Corriere del Mezzogiorno del 20 febbraio 2018

 

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Uno degli obiettivi primari della Vanvitelli è la Ricerca di qualità.

E la ricerca di qualità è dei giovani, originali ed entusiasti.

Seguendo quest’ideale, la Vanvitelli ha pertanto creato il PROGRAMMA VALERE (VAnviteLli pEr la RicErca: VALERE) investendo sulla Ricerca e sul proprio capitale umano oltre 10 milioni e mezzo di euro, solo nel 2017. Target del VALERE sono le idee e i giovani. Stimolare le giovani menti a credere nelle proprie capacità e nel valore della Ricerca. Investire nel VALERE, si ripaga da solo, consentendo in prospettiva un salto di qualità dell’Ateneo.

Ecco perché, VALERE ha finanziato oltre 91 nuove positions per giovani talenti fra RTD-A, assegni di Ricerca, e PhD, solo nel 2017. VALERE finanzia inoltre bandi competitivi intra-Ateneo per i giovani (in modo da avviarli alla partecipazione a bandi internazionali), e premi di ricerca imprenditoriale, curricula di formazione medica volti alla Ricerca (con borsa di studio per tutto il periodo di studio e senza tasse accademiche), dipartimenti di eccellenza, mezzi per l’identificazione di bandi competitivi nazionali ed internazionali, Open Access, etc.

Il programma VALERE tende a valorizzare il numero e la qualità dei giovani ricercatori nel nostro Ateneo creando una ‘squadra’ giovane, ….la primavera della Vanvitelli.

Il programma VALERE premia le idee e i giovani, cerca di evitare la fuga garantendo il rientro e il rinnovo dei cervelli. Assegni di ricerca, PhD positions e RTD-A sono distribuiti in modo equo fra diversi Dipartimenti e collegi delle scuole di dottorato (a rappresentare le diverse aree su cui il nostro Ateneo eccelle), facilitando lo sviluppo di ricerca anche nelle ‘comunità’ numericamente minori o con meno finanziamenti. Contestualmente, però, VALERE ha in sé premi, applicazioni competitive e processi valutativi che garantiscono un controllo meritocratico ed una selezione delle migliori idee e dei giovani con più talento, quelli su cui puntare. Ecco perché VALERE premia anche il rientro o l’internazionalizzazione con posizioni per candidati internazionali o con ampia esperienza estera, onde assicurare l’integrazione dei processi di confronto accademico, facilitando una visione globale della Ricerca nella sua accezione più ampia e garantendo il network, l’evoluzione multidisciplinare e la disseminazione delle idee.

In prospettiva quest’atteggiamento virtuoso, seppur orientato verso la diversificazione delle idee, facilita un miglioramento omogeneo nelle differenti aree di ricerca spingendo l’Ateneo intero a migliorare la qualità della ricerca e l’acquisizione di idee e fondi per attuarle.

Per noi della Vanvitelli, investire nel VALERE rappresenta anche la volontà di recupero e evoluzione sul territorio regionale e nazionale, un mezzo per facilitare l’acquisizione di nuove competenze e posti di lavoro in sede, che, in linea di principio, permettano un flusso Nord-Sud.

VALERE è un’opportunità per tutti, una realtà in cui vinciamo tutti: è l’opportunità per i giovani di dimostrare talento, anche al sud; è l’occasione per il nostro Ateneo di investire nel presente per garantire il futuro.

 

di Lucia Altucci, docente di Patologia Generale al Biochimica, Biofisica e Patologia generale all'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

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Dopo il referendum della Scozia è la volta della Catalogna. Il referendum sull’indipendenza tenutosi il 1° ottobre di quest’anno può considerarsi diretta conseguenza della consultazione del 9 novembre 2014 e del risultato delle elezioni tenutesi a settembre 2015 per il rinnovo del Parlamento catalano, quando l’area indipendentista (formata da Junts Pel Sì del presidente secessionista Artur Mas e i radicali separatisti di Cup), pur non riuscendo a conquistare la maggioranza assoluta dei voti, ebbe un’indubbia affermazione raggiungendo il 47,9%. Questi due eventi hanno dato la spinta più recente all’azione indipendentista, culminata con la legge sul referendum del settembre scorso la cui sospensione da parte del Tribunal Constitucional e il tentativo di repressione attuato dal governo spagnolo di Mariano Rajoy non sono bastati ad impedirne lo svolgimento.

Eppure la vicenda rivela evidenti contorni di incostituzionalità al punto da porre problemi di ordine pubblico. Infatti, la Costituzione spagnola del 1978 non contempla la possibilità che le Comunità autonome possano indire referendum e tanto meno referendum secessionisti. Essa sancisce la sovranità del popolo spagnolo nella sua interezza nonché l’unità ed indissolubilità della nazione. Dunque, una secessione implicherebbe necessariamente un emendamento costituzionale (con un procedimento molto complesso) e non può risolversi in una mera dichiarazione unilaterale. C’è da chiedersi allora che peso potrà avere il voto referendario in tutta la vicenda catalana.

Esaminando i numeri, l’evento sembra fortemente ridimensionato: rispetto ai 5,3 milioni di aventi diritto al voto, hanno votato 2.262.424 elettori (pari al 42,2%) di cui il 90% ha votato a favore dell’indipendenza. Se si considera, poi, l’approssimazione con la quale sono state registrate le operazioni di voto, il risultato si presta ad ulteriori aggiustamenti. Ciò, tuttavia, non sminuisce l’importanza della spinta secessionista catalana le cui motivazioni vanno ricercate in ragioni di carattere storico, sociale, politico ed economico. La Catalogna è, infatti, una delle più antiche Comunità autonome, con radici storiche e culturali ben impiantate, orgogliosa della sua identità nazionale e della sua diversità linguistica, al punto da riconoscere la lingua catalana come lingua ufficiale assieme allo spagnolo. Quanto alle rivendicazioni di natura economica, gli indipendentisti sostengono che a fronte di un significativo contributo della regione al bilancio dello Stato spagnolo, il ritorno in termini di benefici sarebbe fortemente squilibrato.

C’è da dire in proposito che con la crisi economica si è ulteriormente rafforzata anche la richiesta di una gestione autonoma delle ingenti risorse fiscali. Ma l’opinione di molti è che queste rivendicazioni non abbiano in realtà un riscontro reale. Certo, se per assurdo la Catalogna riuscisse a proclamarsi Stato autonomo ed indipendente, il primo nodo da risolvere sarebbe quello dei rapporti con l’UE dalla quale si troverebbe improvvisamente fuori con tutti gli effetti che hanno accompagnato la Brexit.

Non è da escludere che anche questo aspetto abbia indotto martedì scorso Carles Puigdemont, Presidente della Generalitat (l’apparato amministrativo-istituzionale per il governo della Comunità autonoma della Catalogna) a proclamare dinanzi al Parlamento catalano, la cui seduta per la dichiarazione di indipendenza era stata precedentemente sospesa dal Tribunale Costituzionale, l’indipendenza della Catalogna per poi sospenderla al fine di avviare i negoziati con l’esecutivo centrale. Una riapertura del dialogo, dunque, per ridurre la tensione con Madrid.

di Carmine Petteruti, docente al Dipartimento di Scienze Politiche Jean Monnet

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Perché tante donne e ragazze sono ancora vittime di violenza. Ce lo chiediamo tutti, al di là di chi se ne occupa per lavoro.

Se poi la violenza colpisce giovani ragazze, dell’età anche di molte studentesse delle superiori o dell’università, questo impressiona ancora di più. E quello che spaventa e indigna è anche che gli artefici di quelle violenza sono anche loro spesso molto giovani, di buona famiglia, persone qualsiasi.

C’è qualcosa che può preservarci dal rischio della violenza? Rispondere NO, è inquietante. Anche perché la violenza è una scelta, non è un ‘virus’ che viene da un altro paese e ci sta invadendo e per contrastarlo e difenderlo dobbiamo combattere contro qualcosa o qualcuno che è lontano, è distante. La violenza contro le donne non è un problema di ‘sicurezza pubblica’. Non è una questione che va affrontata con gli stessi strumenti o politiche con cui si cerca di prevenire e contrastare il terrorismo. Tutte le forme di terrorismo, o di criminalità organizzata.

La violenza contro le donne che ha origine nei secoli ha radici culturali, sociali, storiche, relazionali profonde. Forse anche per questo che è così difficile da debellare.

Molti non la riconoscono, perché molte forme di violenza non si ritengono nemmeno tali. E non importa quello che dice la nostra legge e il codice penale. Pensiamo al delitto di onore (ex art. 587 c.p.) che prevedeva una pena che andava solo dai 3 ai 7 anni in caso di omicidio commesso dal marito che scopriva la moglie averlo tradito e per preservare il suo onore (misogino) la uccideva.

Oggi nel nostro paese così come in molti paesi occidentali ci sono leggi severe, che riconoscono la violenza contro le donne come un reato grave, in tutte le sue espressioni. Dal 1 agosto 2014 è entrata in vigore la così detta Convenzione di Istanbul ratificata anche dall’Italia che prescrive ai Paesi che ad essa hanno aderito tutta una serie di strategie di prevenzione, di protezione e di intervento volte alla eradicazione della violenza di genere.

 

Ma le cronache ci ricordano altro. E allora se andiamo anche a valutare le ricerche fatte in questo ambito capiamo anche come la legge da sola non basta. Emerge infatti da studi fatti anche presso il nostro Ateneo (Dipartimento di Psicologia, www.sara-cesvis.org) che quando si parla di violenza contro le donne, non si guarda a questi reati con la stessa ‘obiettività con cui si guarda e quindi si gestiscono altri reati contro la persona. Si cercano e si utilizzano spesso fattori così detti ‘extra legali’ che non hanno niente a che vedere con quello che realmente accaduto ma che vengono utilizzati per colpevolizzare la vittima, per ridurne la credibilità e per giustificare in parte quello che accade. Stereotipi, preconcetti spesso di matrice misogina ma che anche dalla ricerca scientifica si vede che interferiscono con le decisioni che devono prendere professionisti nel prestare aiuto alle donne vittime ma anche con le azioni che tutti, amici, vicini di casa, passanti potrebbero e dovrebbero mettere in atto quando vengono a conoscenza di un caso di violenza. E invece spesso si rimane in silenzio. E il silenzio e l’isolamento per una donna che subisce violenza è terreno fertile per chi la perpetra.

Se poi una giovane ragazza scambia il controllo, la gelosia, la sopraffazione come indice di qualcuno che ti ha a cuore, comprendiamo come sia ancora più complesso uscire dalla violenza perché sono le stesse donne che subiscono violenza, anche le giovanissime, a trovarsi in un circolo vizioso dal quale il loro aguzzino, da abile regista, muove le scene. Ma una donna, una giovane ragazza in queste condizioni si indebolisce, ha paura, è confusa, teme, ma ha anche paura del giudizio. Alcune ragazze, ma anche donne adulte, hanno un tale bisogno di attenzione e amore e protezione, e spesso hanno anche bassa autostima, che credono alle promesse, all’affetto simulato a volte travolgente e struggente che alcuni di questioni maltrattanti abilmente mettono in scena. E la trappola è scattata, e la donna, la giovane ragazza non si rende conto del perfido meccanismo in cui è stata intrappolata.

Ma un’alternativa c’è.

Parlarne. Con la collega, con l’amica, con un familiare o con uno dei centri antiviolenza sul territorio (i numeri si trovano al 1522). La Cooperativa EVA con i suoi numerosi sportelli su territorio Casertano e Campano può con discrezione ma professionalità ascoltare a aiutare la donna a capire cosa le accade e se si tratta di violenza, qualsiasi forma di violenza, trovare il modo di uscirne fuori indenne.

Anche al Dipartimento di Psicologia da anni ci occupiamo di queste tematiche al Centro Cesvis e attraverso sia studi, sia corsi di formazione (http://www.psicologia.unina2.it/it/alta-formazione/corso-di-alta-formazione-per-esperte-i-nella-gestione-dei-casi-di-violenza-di-genere-maltrattamenti-e-stalking-e-nella-valutazione-del-rischio-di-recidiva) sia grazie alla valutazione del rischio (www.sara-scesvis.org) e con lo sportello di ascolto, possiamo con discrezione e nel rispetto della privacy aiutare a capire meglio cosa accade e cosa si può fare.

A breve stiamo anche per lanciare, primo in assoluto a livello nazionale, un insegnamento ad hoc sulle relazione pericolose da vari punti di vista e approcci (psicologici, giuridici e medici) disponibile per tutti gli studenti della triennale che avranno così le basi, a prescindere delle loro professioni future una conoscenza di cosa è la violenza contro le donne e come poter riconoscerla e prevenirla o ridurla.

di Anna Costanza Baldry, Dipartimento di Psicologia

 


Per maggiori informazioni:

http://www.sara-cesvis.org/

http://www.sara-cesvis.org/index.php?option=com_content&task=section&id=23&Itemid=148

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Comunicare l’Università: le ragioni di una scelta.
Comunicare una istituzione pubblica come quella di una università non è mai operazione semplice nel suo posizionarsi – il processo progettuale e gli obiettivi della comunicazione – in quella linea sfumata nella quale le teorie del branding si intrecciano con la comunicazione di pubblica utilità o, ancora più specificatamente, con la comunicazione degli istituti di cultura.

Lungi dal voler stilare una ricognizione storica su quella stagione della Grafica di Pubblica Utilità1 che tanto ha animato il dibattito degli anni ’80 e ‘90, ci preme sottolineare, in questa sede, come la necessità di costruire una propria identità, per gli istituti universitari, sia diventato, oggi più che mai, un imperativo. Ma non perché un Ateneo sia assimilabile a un prodotto da commercializzare - tutt’altro – ma quanto invece perché il suo sistema identitario diventa strumento di connessione e dialogo attraverso la declinazione di artefatti, cartacei e digitali, che non a caso, proprio nel catalogo della mostra parigina del 1988 al Centre Pompidou- Images d’utilité publique – furono definiti “oggetti pubblici”2 .

Questa definizione è più che mai attuale e chiarisce l’aspetto centrale del ruolo prima di tutto sociale che un sistema identitario per una istituzione pubblica deve avere che non è solo strumento per diffondere il proprio brand quanto, invece, per comunicare la propria policy e affermare il proprio ruolo politico, di governo, culturale, e anche strategico in relazione al territorio nel quale si inserisce, al network nazionale e internazionale nel quale vuole vivere e per quell’utenza, interna ed esterna, che è il vero attore della vita di un Ateneo. Un vero strumento di dialogo, quindi, che non può essere demandato solo al disegno di un “logo”, magari esteticamente anche gradevole, ma privo di quei contenuti valoriali che un falso sistema botton up non sarebbe in grado di fare evolvere, bensì una vera e propria architettura di brand, capace di veicolare valori condivisi e documentati, costruiti attraverso una visione strategica e di sistema.

Queste, tra le altre, le ragioni che hanno accompagnato la giuria interazionale dalle prime fasi di apertura dei plichi e analisi dei progetti, fino alle valutazioni conclusive, per un concorso internazionale – aperto a tutti i progettisti e vincolato dall’anonimato - che si presentava come una sfida non facile, sia per i suoi aspetti tecnici che di contenuto. Il bando infatti, e il brief allegato, richiedevano la progettazione di un sistema identitario in grado di poter essere declinato su un doppio registro – uno istituzionale di rappresentanza degli organi di governo dell’Ateneo e delle sue strutture – e uno più divulgativo e friendly – in grado di aprire ad un pubblico più ampio non necessariamente interno all’istituzione. Operazione non facile laddove i due registri, seppur differenziati, avrebbero dovuto comunque convergere su un sistema di identificazione unico, forte e a chiara riconoscibilità.

Altro aspetto di non facile gestione, la necessità di staccarsi da un segno, il precedente emblema, che seppur nel suo tentativo di rievocare origini storiche, attraverso la forma a medaglia, di fatto lasciava intravedere nella declinazione debole degli elementi iconici coinvolti, la sua reale giovane età. L’inversione narrativa che quindi si è voluta dare, con il cambio di naming prima e con il concorso di rebranding poi, ha voluto significare diverse cose: da un lato la necessità di fare chiarezza sulle proprie origini rivendicando la propria natura contemporanea come vantaggio competitivo laddove la connotazione storica la si è ricercata nella relazione con le radici del territorio, italico, nel quale l’Ateneo vive; dall’altro lato, la natura reticolare dell’Ateneo, lontano dai “palazzi” di matrice ottocentesca, si presenta con una sua natura pulviscolare e diffusa in grado di costruire una vera e propria relazione con il territorio. Una tessitura acentrata attraverso la quale veicolare la natura dinamica dell’Ateneo come valore strategico.

Il concorso come forma di partecipazione.
Questi i presupposti alla base del concorso internazionale bandito dall’Ateneo con la supervisione di Aiap - Associazione italiana design della comunicazione visiva, e che ha contato 140 plichi dei quali 13 arrivati fuori termine (e, quindi, non valutabili) da diversi paesi di provenienza tra cui Spagna, Grecia, Croazia, Portogallo, Germania e molti altri ancora a riprova dell’interesse suscitato nella comunità internazionale dei designer e a riprova della serietà del processo adottato. Un processo in linea con le direttive internazionali di Ico_D International Council of Design3, in merito a concorsi di questo tipo e che prevede, tra le altre, l’obbligo dell’anonimato per i partecipanti, tempi di realizzazione adeguati al lavoro richiesto, trasparenza delle norme di valutazione, definizione precisa del tema e dei materiali richiesti, predisposizione di una adeguata documentazione, congruità dei premi, giuria qualificata che comprenda esperti di comunicazione e/o progettazione grafica4. Elementi questi, tutti presenti nel bando così come la presenza, in giuria, di due esponenti di spicco nel panorama internazionale del progetto.
Parliamo di Ruedi Baur, designer di fama internazionale, già membro Agi Alliance Graphique International5, fondatore della rete interdisciplinare Intégral Concept per la quale dirige i laboratori di Parigi, Zurigo e Berlino; docente dal 1987, coordinatore del dipartimento di design della École des Beaux-arts di Lione, professore presso la Hochschule für Grafik und Buchkunst di Lipsia, di cui è stato rettore dal 1997 al 2000. Nel 2004, ha fondato l'istituto di ricerca Design2context presso la Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK) e dal 2011 insegna presso l'Università di Arte e Design di Ginevra, alla École des Arts décoratifs di Parigi e regolarmente in Cina alla Luxun Academy di Shenyang, al CAFA di Pechino e alla École internationale de Percé di Percé, legata a Université Laval à Québec che gli ha conferito un dottorato honoris causa nel 2007. Tra i tantissimi progetti da lui ideati ci limitiamo a segnalare: l'identità visiva per il Centro Pompidou, quella per Chambord Parco, e la Cité internationale universitaire de Paris. Attualmente sta lavorando al sistema di identità visiva del La Sorbonne di Parigi.
Ma parliamo anche di Astrid Stavro, designer italo-spagnola, anch’essa membro AGI del quale attualmente è segretario generale. Designer pluripremiata, fonda la Atlas a Palma de Mallorca e New York lavorando, tra gli altri per: Phaidon, Camper, IBM, BMW, Random Houdìse Mondadori, Laurence King, Museo National Centro de Arte Reina Sofia, Mirò Foundation, Lars Müller Publishers e il Design Museum di Barcellona. Astrid Stavro ha accumulato oltre 300 premi in importanti concorsi internazionali di design, tra i quali la Graphite Pencil alla D&AD quale migliore agenzia internazionale del 2015, scrive per numerose riviste internazionali di design e attualmente è direttore creativo e redattore della rivista Elephant. Designer leader dell’AIGA di New York, Graphic designer Master, membro della Società Internazionale di progettisti grafici (ISTD) e membro del Consiglio ADG (Associazione Spagnola dei Progettisti Grafici).

Due presenze di indiscussa autorevolezza, quindi che, nei tre giorni fitti di valutazione, ha impresso un metodo di lavoro severo e attento attraverso il quale ogni progetto pervenuto è stato discusso, analizzato e valutato non solo per la sua forza comunicativa ma anche per la sua capacità di aderire alle istanze dell’Ateneo e alle indicazioni evidenziate nel brief.
Il progetto premiato si è rivelato essere, a chiusura della graduatoria, e ad apertura delle buste, a firma di Dario Curatolo, architetto e designer che vive e lavora a Roma, già membro del comitato scientifico della Triennale di Milano e membro del direttivo ADI.

Un sistema aperto
Entrambi i giurati, insieme agli altri membri della giuria –Patrizia Ranzo, decano di design, Cinzia Ferrara Presidente Aiap e Giuseppe Paolisso quale rappresentante istituzionale dell’Ateneo, hanno valutato il progetto premiato per la capacità di essere un sistema aperto, gestibile sul doppio registro – istituzionale e colloquiale – richiesto dal bando e anche, per il suo carattere da un lato assertivo - la base solida costituita dal simbolo “V” sintesi della “U” ripresa dalla scrittura epigrafica latina e dalla “V” di Vanvitelli, compenetrate in un unico segno distintivo espressione del passato e del futuro dell’istituzione, e dall’altro lato, incredibilmente aperto, in grado non solo di accogliere le differenti anime dei saperi scientifici presenti nei vari dipartimenti, ma anche rappresentare un tessuto, connesso e variabile, in grado di costruire elementi narrativi a carattere dinamico, riaffermati e ricreati continuamente.
Il sistema infatti, prevede tre differenti registri comunicativi:
un primo livello, istituzionale, dove il naming dell’Ateneo si accompagna al segno/simbolo che riassume in sé il senso della “V” capitale messi in raccordo grazie alla coppia dei due punti, segno di punteggiatura dell’alfabeto, che si antepone alla seconda parte testuale del marchio in cui è riportata la denominazione dell'Ateneo. Espediente questo che ha consentito di riassumere, in un unico sistema, descriptor e valori; la radice culturale – il riferimento storico a Vanvitelli e alla sede casertana - e allo stile istituzionale proprio di un Ateneo trasferito attraverso l’elegante scelta del Baskerville quale font per la denominazione; ma allo stesso tempo, attraverso la forma sintetica e asciutta della capitale “V” un senso di profondo radicamento nella contemporaneità.
Un secondo livello, solido nella sua matrice principale –la “V” capitale con i due punti, e variabile nella seconda area del campo nella quale la denominazione dell’Ateneo cede il posto ai vari significati specifici dei singoli dipartimenti o delle singole aree disciplinari. Come a dire: la Vanvitelli è. E ogni volta è un aspetto specifico della didattica, della ricerca, del sapere contestualizzato in un simbolo, in una immagine, in una firma. Un sistema aperto pronto ad accogliere e ad assimilare le differenti anime dell’Ateneo.
Il terzo registro, invece, si pone come matrice generativa laddove il modulo quadrato puntinato diventa base costruttiva in grado di generare infiniti campi visivi. “Forme senza confini”, così le ha definite il designer autore del progetto, che creano pattern modulabili su qualsiasi superficie e che da un lato rafforzano il sistema identitario principale sistema dall’altro lato consentono declinazioni variabili e dinamiche. Una interpretazione sobria delle indicazioni poste del brief, che non scivola nell’eleborazione di immagini meramente decorative, bensì diventa amplificatore evocativo, rimandando sempre alla matrice principale del segno istituzionale.

Un progetto molto contemporaneo, quindi, che si pone come un sistema narrativo composto da diversi elementi intercambiabili ma riconducibili ad una unità comune e riconoscibile. Un sistema forte nella sua essenzialità e che ci riporta a paradigmi di lontana memoria, quel less is more, che in tempi di overproduzione di immagini stabilisce un principio di rigore nella gestione di un sistema identitario come quello del nostro Ateneo, per sua stessa natura complesso, policentrico, dinamico e aperto.

Guarda la gallery

di Daniela Piscitelli, docente del Dipartimento di Ingegneria Civile, Design, Edilizia e Ambiente dell'Università degli studi della Campania luigi Vanvitelli

 


1Nel suo saggio “Cultura del design e design per la cultura” Dario Scodeller traccia con grande attenzione gli episodi storici che intrecciano la stagione della Comunicazione di Pubblica Utilità con la nascita della Università Europea. Pag 6 Scodeller, etc etc…..
2Una interessante ricognizione sulla comunicazione pubblica e per le università la si trova in Dario Scodeller, “Culture del design e Design per la cultura” in Veronica dal Buono, Comunicare l’Università, collana Media MD, 2016
3A questo link è possibile visionare le norme complete: http://www.aiap.it/documenti/8051
4Al seguente link è possibile scaricare tutta la documentazione del bando: http://www.aiap.it/notizie/14928/
5l’AGI è un “club” internazionale i cui parametri di ingresso sono severissimi e molto restrittivi. Farne parte significa aver superato una serie di valutazioni internazionali e giurie di selezione. Per ulteriori informazioni: http://a-g-i.org

 

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“Notizie false e tendenziose”, “propaganda politica”, “menzogne create ad arte da mestatori”. Un tempo, quando la politica di massa, sino agli anni Settanta del Novecento, era condotta da partiti a base ideologica, non raramente capitava di sentire rivolgere simili frasi all’avversario politico di turno.
Vi era oltretutto piena consapevolezza degli effetti deleteri che tutto ciò poteva creare. “Diffondete una notizia falsa e ripetetela in continuazione: alla fine la gente crederà che sia vera”, diceva Vladimir Ilič Uljanov, in arte Lenin, in ciò confortato, forse a sua insaputa, anche dalle teorie di un grande sociologo italiano, Vilfredo Pareto. E infine: “Un’idea falsa, ma semplice, ha molte più possibilità di esser creduta vera rispetto ad una vera, ma complessa” (Alexis de Tocqueville).
Fin qui, tutto ampiamente risaputo. Che dire però del recente affermarsi della tendenza a diffondere cosiddette “bufale” o, nell’espressione inglese, “fake news” attraverso i nuovi canali mediali?
Innanzitutto, cos’hanno di diverso le odierne fake news con le tradizionali “notizie false e tendenziose”? E c’è davvero qualcosa di diverso o si tratta in realtà dello stesso fenomeno, magari con modalità e vesti diverse?

Un po' di storia.
Nel passato, per lo meno nel Novecento, il fenomeno riguardava, come si è visto, soprattutto la sfera della polemica e della lotta politica. Erano i vari partiti politici, con i loro uffici stampa e propaganda, con i loro giornali, a ricorrere in certi casi all’arma della disinformazione per ottenere consensi a proprio favore.
Con l’avvento della Tv e dei canali nazionali, la propaganda politica dei partiti vide progressivamente prosciugarsi l’acqua nella vasca in cui aveva nuotato sino ad allora, cioè l’ideologia politica. I telegiornali nazionali tolsero ai partiti la tradizionale funzione di comunicazione politica. Le masse impararono a dare alle notizie politiche della Tv molto più credito rispetto a quelle di certa stampa schierata politicamente, sebbene non tutti i quotidiani, ovviamente, fossero da considerare poco attendibili: ve ne erano, e ve ne sono per fortuna ancora oggi, molti che facevano e fanno ottima informazione.
“Lo ha detto la TV”; “L’ho sentito in TV”, costituiva un sigillo di credibilità della notizia, e in effetti così era: un canale nazionale con decine di milioni di telespettatori non poteva certo permettersi di diffondere notizie che non fossero strettamente verificate e assolutamente certe. Tutto il periodo che va dall’avvento della Tv (anni Cinquanta) sino a quello del Web (fine anni Novanta), conobbe quindi un progressivo declino della disinformazione e della propaganda politica.

Oggi purtroppo quel problema, uscito dalla porta della Tv, è rientrato dalla finestra del Web. Non è in fondo difficile comprenderne i motivi. Con la moltiplicazione di miriadi di siti, di blog, di gruppi sui social network, a chiunque è stato dato il “potere” di diffondere informazione, senza, al contempo, dover rispondere a forme stringenti di controllo e di verifica. Inoltre, se in passato il fenomeno riguardava essenzialmente la polemica e la lotta politica, oggi esso, oltre ad essere ritornato (via internet) ad occupare di nuovo quella sfera (le ideologie di ieri vengono sostituite dal populismo di oggi, di destra o di sinistra),  si è però esteso in generale anche a tutti gli altri campi e settori di interesse pubblico: dall’economia alla cronaca (l’attacco alle Torri gemelle sarebbe stato ordinato da Bush), allo spettacolo, dalla salute (la vergogna delle notizie false sui vaccini), allo sport, dal tempo libero a tutto il resto.

Ma perché vengono diffuse false notizie? Le cause sono molte, e non ci sarebbe qui possibile passarle tutte in rassegna. Cercheremo di indicarne le principali.
Vi è innanzitutto un motivo di puro guadagno economico da parte dei siti che le diffondono. La cosa è molto semplice. Poiché un sito ottiene guadagni pubblicitari tanto più elevati quanti più sono i “click” che vengono effettuati all’interno di esso, il gioco è facile: si suscita la curiosità dei navigatori attirandoli su schermate che, alla notizia falsa, affiancano banner e “cookies” pubblicitari.
C’è, in secondo luogo, un motivo di ordine più squisitamente sociologico. Vivendo nell’”età dell’incertezza”, assistiamo oggi alla nascita di “nuove religioni” in grado di offrire nuove certezze. Essendo in forte calo, per lo meno in occidente, le religioni antiche, emergono i nuovi “sacerdoti”, e i nuovi “fedeli”, di credenze e fedi molto più terrene. Sia chiaro: tutte rispettabilissime e degne del massimo rispetto per i valori di cui sono portatrici. Sennonché, capita che a volte la devozione dei fedeli superi quel sano scetticismo che dovrebbe portare a dubitare di notizie o informazioni di cui non si è accertata la provenienza. Ecco quindi spuntare siti, gestiti da questi nuovi, spesso improvvisati sacerdoti, che propongono i rimedi più diversi per ogni tipo di problema. Fino a quando non si legge la notizia, stavolta vera (su un serio quotidiano nazionale), della tragedia di una coppia di genitori che ha perso il bambino per denutrizione.

Ci sono ancora, più prosaicamente, cause del fenomeno legate al narcisismo, alla vanità, alla civetteria di coloro che cercano di attirare l’attenzione su di sé inventando, deformando, distorcendo notizie.
Infine, va citato un fenomeno in forte ascesa, che provoca anch’esso conseguenze per la quantità di notizie false che vengono così diffuse. Stiamo parlando delle teorie del complotto. Teorie, appunto, non certo scientifiche, ma solo teorie. La teoria per cui l’uomo non sarebbe mai sbarcato sulla luna, oppure la teoria, già citata, sull’attacco alle torri gemelle o, nuovamente, quelle sui vaccini. Questo fenomeno, in aumento, è probabilmente dovuto alla crisi di fiducia nelle istituzioni tradizionali che serpeggia da tempo nelle società occidentali. Esso corrode lentamente le basi della “costruzione di senso” che tutti noi contribuiamo a dare al nostro vivere associato, e mina alle fondamenta quella risorsa fondamentale per il buon funzionamento di una società, che è appunto la fiducia reciproca.

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Ad intervalli più o meno regolari l’accadimento di eventi sismici, più o meno forti, ci riporta alla mente i rischi naturali della nostra regione e più in particolare quelli relativi al Vesuvio ed ai Campi Flegrei.

Dalla fine dello scorso anno è iniziato il tam-tam mediatico di allarmi su un possibile risveglio del bradisismo nella regione Flegrea, mentre è di pochi giorni fa una scossa di magnitudo 2.5, avvertita nell’area vesuviana e centrata proprio all’interno del cratere del Vesuvio.

Cosa sta realmente accadendo?

Per quanto riguarda il Vesuvio e le paure che ne conseguono, è il caso di gettare acqua sul fuoco. La scossa registrata qualche giorno fa dalla rete sismica dell’Osservatorio Vesuviano, per quanto avvertita, era estremamente superficiale, profonda solo poche centinaia di metri e dunque non legata al sistema profondo dello stesso vulcano, che sembra, è il caso di dirlo, in un sonno profondo e non pronto a svegliarsi all’improvviso. E’ altrettanto vero che come altri vulcani sul nostro pianeta, non è necessario che il Vesuvio si svegli da solo, è possibile invece, che eventi esterni, forti scosse nell’Appennino per esempio, possano scuoterlo sino alle sue “radici” ed innescare un processo a catena che potrebbe rimetterlo in funzione. Insomma la chiave d’accensione del nostro Vesuvio vista la sua attuale attività, sembra al momento legata più ad un evento esterno che allo stesso vulcano, visto il suo forte momento di torpore.

Altro discorso sono i Campi Flegrei, che con alti e bassi, tipici di “montagne russe”, riportano alla mente sempre più spesso i recenti periodi del bradisismo. Ne abbiamo vissuti due, dal 1970 al 1972 e di nuovo dal 1982 al 1984. Il bradisismo come spiega l’etimologia “greca” della parola, è un movimento lento del suolo. Lento ma inesorabile e soprattutto generatore di terremoti. Non é il sollevamento del suolo ad essere provocato dai terremoti, ma esattamente il contrario. Il suolo comincia a sollevarsi e la sua reazione è generalmente, almeno all’inizio, plastica. Si adegua con molta lentezza al movimento stesso. L’elasticità della crosta ha però un limite, superato quello, il suo comportamento non sarà più duttile ma rigido e le scosse cominceranno a fioccare. La storia dei Campi Flegrei ci indica anche che i processi eruttivi sono preceduti da fasi di bradisismo e che questo fenomeno accentua la sua intensità, la velocità di sollevamento e le scosse sismiche, tanto più il momento dell’eruzione si avvicina. Non solo, una volta che il fenomeno del bradisismo comincia, è probabile che tra “alti e bassi” che possono durare decine o centinaia di anni, il processo terminerà solo quando l’eruzione sarà avvenuta.

Al momento siamo vicini o lontani da un possibile evento eruttivo ?

L’attività attuale registrata nell’area flegrea testimonia che il grande vulcano respira, ma che certamente non farà eruzione nel breve tempo. Dove per breve intendo mesi o anni.

Per maggiore chiarezza va spiegato che i Campi Flegrei sono una caldera. La caldera è una conca che ha subito un collasso strutturale in seguito ad una fortissima eruzione. Un volume gigantesco di magma (dell’ordine di Km3) viene eruttato in tempi brevi ed il tetto del vulcano finisce per poggiare su un volume, prima occupato dal magma e che orami risulta vuoto. Il risultato finale sarà un crollo (o collasso) sotto il suo stesso peso non essendo più sostenuto. Nel caso dei Campi Flegrei sono avvenute due eruzioni gigantesche, una 42.000 anni fa, conosciuta col nome di Ignimbrite Campana (o Tufo grigio campano), la seconda 12.000 anni fa che prende il nome di Tufo Giallo Napoletano. Questo secondo evento è il basamento dell’intera città di Napoli ed ha spessori di decine fino ad un centinaio e più di metri. Entrambi questi eventi hanno modellato l’area dei Campi Flegrei.

I Campi Flegrei sono anche caratterizzati da un attività vulcanica molto particolare. I tantissimi crateri presenti nell’area sono stati formati durante un singolo evento eruttivo. Per questo motivo vengono chiamati monogenici. Quando un cratere ha finito la sua prima eruzione ha anche terminato per sempre la sua attività. Paradossalmente potremmo dire che se ipoteticamente un eruzione dovesse avvenire nell’area Flegrea, essere all’interno della famosa Solfatara (di Pozzuoli) dovrebbe tenerci al sicuro.

Comunque meglio non fare questa esperienza.

L’Osservatorio Vesuviano tiene sotto controllo “gli umori” dei vulcani napoletani con molta professionalità.

La Protezione Civile si occupa dei piani di emergenza e della loro messa a punto.

Siamo pronti sotto quest’aspetto? E’ difficile dare una risposta sintetica, anche se la risposta è probabilmente negativa. I piani per il Vesuvio esistono ma è difficile che siano stati aggiornati, mentre quelli sui Campi Flegrei probabilmente solo abbozzati. Siamo decisamente in ritardo, ancor più in ritardo se alcuni ricercatori vedono “movimenti e variazioni” ai Campi Flegrei.

Oltre alla messa a punto definitiva dei piani di Protezione Civile manca anche la loro volgarizzazione. Un piano ha un impatto forte se viene fortemente pubblicizzato, se le popolazioni che vivono nelle aree a rischio lo conoscono e lo hanno fatto proprio, soprattutto se lo hanno sperimentato attraverso esercizi e simulazioni. Tutto questo manca e siamo decisamente in ritardo, un folle e colpevole ritardo.

Inoltre è necessaria una chiara informazione alla popolazione con programmi di educazione scientifica e sull’ambiente che ci circonda. Informazioni necessarie per meglio vivere in una regione con questi rischi, e per aumentare il livello di resilienza, e la paura di un ipotetica eruzione. Le scuole dovrebbero essere il veicolo di programmi per la riduzione del rischio, vulcanico o sismico. Le municipalità dovrebbero attrezzarsi per far conoscere ai propri amministrati cosa accade sotto i propri piedi, ed i ricercatori infine raccontare i propri studi con linguaggio semplice ed accessibile, senza omettere quali siano i margini di successo e soprattutto quelli dove è possibile sbagliare. E’ necessario creare un sistema di mutua fiducia tra ricercatori e la popolazione esposta al rischio. Sappiamo bene che i terremoti non si prevedono : quando, dove e con quale energia; al contrario i movimenti dei vulcani e le loro possibili eruzioni hanno molte più probabilità di essere comprese in tempo. Questo non significa che abbiamo il 100% di certezze. Ed è proprio questo che va raccontato alle popolazioni che vivono sotto la spada di Damocle di un possibile evento vulcanico. Non solo la propria bravura, i propri successi, ma soprattutto le incertezze, i dubbi che esistono in ognuno di noi, e nelle incertezze che questi generano su argomenti tanto delicati come il prevedere una possibile futura eruzione di uno dei vulcani Napoletani. Essere più vicini alle popolazioni, quelli che in inglese vengono chiamati “end-users utilizzatori finali”, vuol dire anche riuscire ad avere un linguaggio comprensibile su tematiche problematiche e a non nascondere le nostre stesse vulnerabilità.

di Dario Tedesco, Docente di Geochimica e Vulcanologia del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali, Biologiche e Farmaceutiche (DiSTABiF) dell'Università degli studi della Campania Luigig Vanvitellii

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