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L'Università della Campania Luigi Vanvitelli partecipa a Futuro Remoto 2018, dall'8 all'11 novembre.

Scambi commerciali con monete virtuali, tracciabilità e trasparenza

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 “Ri-generare moneta” alla 32esima edizione di Futuro Remoto, un progetto del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Vanvitelli. L’iniziativa è promossa da Massimo Rubino De Ritis, docente di diritto commerciale.

Musei nell'era digitale, comunicare al passo coi tempi

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Riscoprire una freschezza comunicativa nell'era digitale senza perdere il fascino dell'antichità: è questo lo scopo del progetto di ricerca della Vanvitelli di cui sono protagonisti i musei italiani. 

Invecchiamento cerebrale, con la cannabis un cervello sempre attivo

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Essere anagraficamente anziani ma con il cervello di un ventenne: potrebbe accadere in un futuro non troppo lontano grazie alla cannabis!

Mobilità sostenibile, arriva IBIS

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Innovativo, sostenibile, efficiente. Ecco Ibis, il nuovo nato in casa Vanvitelli nell'ambito transportation design, un prototipo funzionante di minibus elettrico per il trasporto pubblico/turistico ad elevata efficienza ed a basso impatto ambientale.

Vestire bio, all'Università Vanvitelli la nuova frontiera della moda

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Soia, canapa, lino, ortica: la nuova frontiera della moda all'Università Vanvitelli è nature e veste gli uomini, con bio tailoring for Kiton.

Cellule staminali per “ri-generare il cervello”, uno studio multidisciplinare alla Vanvitelli

Cellule staminali per “ri-generare il cervello”, uno studio multidisciplinare alla Vanvitelli


Le cellule staminali possono essere utilizzate per il trattamento di diverse malattie neurodegenerative, come la malattia di Parkinson e la malattia di Alzheimer.

Consumare meglio, consumare meno. Nuove tecniche per l’efficienza energetica

Consumare meglio, consumare meno. Nuove tecniche per l’efficienza energetica


Schiuma metallica, nanofluidi, solar cooling. Ecco il futuro dell’efficienza energetica e uno spazio per conoscere e discutere le tecniche più all’avanguardia nel campo, presentate dall’Università Vanvitelli con diverse dimostrazioni.

 

 

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 Pelle perfetta, è possibile anche in situazioni difficili? Tre casi diversi all'analisi di Elisabetta Fulgione, Specialista in Dermatologia e Venereologia dell'Università Luigi Vanvitelli, ospite a Buongiorno Benessere su Rai uno. Vediamo nel dettaglio

Comparsa di cisti e nei: sintomi di cosa?


Le cisti, potrebbero essere una spia dell' acne inversa' perchè va ad interessare il folicolo del pelo e le ghiandole del sudore che si trovano o nella parte ascellare o in quella inguinale; zone, cosiddete, invertite del corpo. Le soluzioni da adottare: alimentazione corretta e vietato fumare! Quando compare un neo, invece, per capire se è preoccupante basta osservarlo e notare che i bordi siano simmetrici, il colore uniforme e che non si evolva durante il tempo.

Radioterapia e Chemioterapia, le ripercussioni sulla pelle: come prendersene cura.


Dopo un'operazione di tumore al seno o durante le sedute di radioterapia, la pelle si può indebolire, bisogna quindi idratarla il più possibile con elementi come il burro di karitè.

La menopausa e i cambiamenti della pelle: che soluzioni adottare?


L'arrivo della menopausa apporta grandi cambiamenti al fisico femminile, tra questi la secchezza della pelle e la comparsa di rughe. E' necessario, quindi utilizzare creme che la migliorano e le donano più lucentezza.

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di Alfonso Giordano, Neurologo e docente all'Università Vanvitelli

Sono quasi cinquecentomila in Italia le persone affette dall’epilessia, la malattia definita “sociale” dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a causa della sua elevata incidenza sulla popolazione, una patologia così diffusa e allo stesso tempo così spesso taciuta. Si stima che in Europa circa 6 milioni di persone abbiano un’epilessia in fase attiva, cioè con crisi persistenti e/o tuttora in trattamento, e che la malattia interessi in Italia circa 500.000 persone di tutte le età, con sintomatologia ed eventi epilettici molto diverse tra loro. Il corretto inquadramento clinico e la gestione della terapia farmacologica a lungo termine risultano fondamentali per migliorare la prognosi del paziente affetto da epilessia e diventa dunque cruciale sia il ruolo del medico di medicina generale, deve necessariamente avviare un corretto iter di diagnostica differenziale tra l’epilessia ed altri imitators clinici, sia l’interazione di quest’ultimo con il centro per la diagnosi e cura dell’epilessia.

L’obiettivo del focus group organizzato nel nostro Ateneo è proprio quello di creare un link tra il Centro per l’Epilessia della Vanvitelli ed il territorio, territorio inteso come tutte le figure mediche e paramediche coinvolte nella gestione del paziente. Il convegno apre dunque una riflessione sui diversi aspetti della malattia, che vanno dal primo consulto con il medico di base fino al confronto con i pazienti, che racconteranno le loro esperienze nel corso del convegno. Nel dettaglio, la prima sessione verrà dedicata proprio agli aspetti clinici maggiormente indicativi nell’ambito della diagnosi differenziale con particolare attenzione alle sincopi cardiogene e alle crisi epilettiche. Nella seconda sessione prenderemo in considerazione gli aspetti terapeutici con uno sguardo anche ai ben noti ed attuali risvolti medico legali che interessano il paziente affetto da epilessia. Chiuderà il convegno un’ultima sessione di casi clinici in cui in presenza degli stessi pazienti guideremo l’anamnesi e il processo diagnostico e terapeutico. 

Dove 
Aula Donatelli, Complesso didattico di Sant’Andrea della Dame, Via L.De Crecchio, 7 Napoli – Azienda ospedaliera Universitaria Luigi Vanvitelli

Quando
12 ottobre 2018

Il convegno è rivolto a
Operatori del settore, medici di base, paramedici

Ecm 
Il corso prevede il rilascio di crediti formativi professionali

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La nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (DEF) affossa i mercati e fa salire lo spread

Venerdì nero a Piazza Affari, all’indomani dell’accordo raggiunto nella maggioranza di governo sui contenuti della prossima legge di bilancio. Lo spread ha chiuso a 267 punti base (+ 33 rispetto al giorno precedente), mentre il principale indice rappresentativo dei mercati azionari italiani, il FTSE MIB, ha registrato un calo del 3,72%, con una perdita di valore di circa 22 miliardi di euro. Ne abbiamo parlato con Antonio Meles, Professore Associato di Economia degli Intermediari Finanziari della Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Partiamo dal principio, cosa è la nota di aggiornamento al DEF e perché era tanto attesa dai mercati?

E’ un documento che, recependo le raccomandazioni dell’UE, aggiorna le previsioni economiche e di finanza pubblica del DEF nonché gli obiettivi programmatici che il Governo intende raggiungere con la manovra di bilancio. Si tratta di un delicato strumento di programmazione che conduce alla presentazione in Parlamento del disegno di legge di bilancio. La Nota di aggiornamento al DEF di quest’anno era particolarmente attesa dai mercati in quanto primo documento ufficiale di bilancio varato dal nuovo Governo.

Perché la Borsa di Milano ha reagito negativamente all’annuncio della manovra del governo?

Risponderei con un eufemismo: “gli investitori non gradiscono l’incertezza”. I mercati finanziari appaiono turbati non solo da una manovra finanziaria “poco attenta” ai conti pubblici, ma anche dal timore che ciò possa determinare una frattura difficilmente sanabile tra esecutivo italiano e istituzioni europee.

Perché ad essere penalizzati sono stati soprattutto i titoli bancari?

Il motivo è semplice: le banche italiane hanno in portafoglio titoli di stato per circa 373 miliardi di euro e ogni qual volta lo spread aumenta il loro valore si riduce in modo considerevole.

Facciamo un passo indietro, cosa è lo spread e come è calcolato?

Lo spread di cui spesso parlano i mass media è il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato decennali Italiani, i BTP, e quelli tedeschi, i Bund. Quest’ultimi sono usati come termine di paragone per il semplice motivo che l’economia tedesca è considerata la più solida e sicura dell’intera area euro.

Perché lo spread aumenta?

Fermo restando il rendimento dei Bund tedeschi, uno spread in aumento denota una tensione crescente sul debito pubblico italiano. In altri termini, gli investitori avvertono un incremento del rischio di default (incapacità di “onorare” i propri debiti) del nostro Paese e sono disposti a finanziarlo a condizione che il rendimento offerto sia sufficientemente congruo.

Che cosa comporta per l’Italia un aumento dello spread?

Lo Stato Italiano dovrà corrispondere agli investitori, nazionali ed internazionali, interessi più alti in occasione delle future emissioni. Se consideriamo che nei prossimi 12 mesi è previsto il collocamento di titoli per un controvalore di circa 380 miliardi non è difficile comprendere l’ordine di grandezza di cui stiamo parlando.

Quali conseguenze, invece, per le famiglie e le imprese italiane?

Nel breve periodo le famiglie e le imprese che hanno investito in titoli di Stato italiani vedranno i loro portafogli obbligazionari perdere valore. Nel medio-lungo termine, invece, livelli alti dello spread potrebbero indurre le banche italiane a ridurre la quantità di credito al settore privato e aumentarne il costo.

Che cosa potrebbe accadere nelle prossime settimane?

Nei prossimi giorni mi aspetto mercati particolarmente nervosi e non escluderei un ulteriore aumento dello spread. Poi diventa difficile fare previsioni. Il mese di ottobre è denso di eventi che possono condizionare il sentiment dei mercati, come la pubblicazione dei giudizi sul debito sovrano italiano da parte delle agenzie di rating Standard & Poor’s e Moody’s.

 

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Improvvisa e inaspettata l’emorragia cerebrale che ha colpito il chitarrista 38enne dei Negramaro Lele Spedicato, ricoverato nel reparto di rianimazione dell'ospedale Vito Fazzi di Lecce. Ma si poteva prevedere un evento del genere?
Lo abbiamo chiesto all'esperto, il prof. Alessandro Tessitore, docente di Neurologia dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli.

È possibile prevedere un evento di emorragia cerebrale oppure arriva sempre in punta di piedi?

Non è possibile, ad oggi, prevedere l’arrivo di un evento di emorragia cerebrale. È possibile stimare il rischio, tra l’altro con larga approssimazione, che esso si verifichi qualora vi siano fattori o condizioni predisponenti, dalla “semplice” ipertensione arteriosa nel paziente alla presenza di malformazioni artero-venose o dilatazioni aneurismatiche di cui è possibile stimare il rischio di sanguinamento e pertanto valutare l’indicazione, ove possibile, ad un intervento di risoluzione. Va comunque tenuto presente che nella maggior parte dei casi l’emorragia cerebrale è la modalità di presentazione di tali malformazioni, mentre il loro riscontro per altre manifestazioni sintomatiche o come “incidentalomi” è un evento raro e fortuito.

Quali persone sono più a rischio?

La maggior parte degli eventi di emorragia cerebrale colpisce la popolazione ultra-settantenne ed il principale fattore di rischio è l’ipertensione arteriosa mal controllata. Esistono tuttavia numerose altre condizioni in grado di incrementare il rischio di evento emorragico cerebrale, condizioni sia locali che sistemiche. Nella popolazione oltre i 60 anni di età la principale patologia che aumenta il rischio di emorragia cerebrale è l’angiopatia amiloide, in cui le alterazioni vasali si associano al declino cognitivo tipico della malattia di Alzheimer. Tra le condizioni locali predisponenti, inoltre, annoveriamo sicuramente le malformazioni artero-venose e le dilatazioni aneurismatiche (principale fattore di rischio per l’emorragia subaracnoidea). Non vanno inoltre dimenticate patologie sistemiche, in cui l’emorragia cerebrale può essere la prima manifestazione; tra queste includiamo le anomalie della coagulazione con un aumentato rischio emorragico e le collagenopatie, che provocano alterazioni della muscolatura dei vasi sanguigni. Un aumento del rischio è sicuramente presente anche in pazienti che assumono terapia anticoagulante, in cui tuttavia l’indicazione è sempre giustificata da un favorevole rapporto rischio/beneficio.

È correlata in qualche modo all’età?

Il rapporto con l’età nell’ictus emorragico è più controverso rispetto a quanto avviene nell’ictus ischemico, la cui incidenza aumenta chiaramente con l’avanzare dell’età. Gli eventi emorragici, il cui rischio sicuramente è comunque direttamente proporzionale all’età del paziente (ovviamente in particolar modo per quanto riguarda le emorragie a sede tipica) si manifestano generalmente in epoca più giovanile. Ciò è particolarmente evidente nelle emorragie subaracnoidee, che si manifestano generalmente tra quinta e sesta decade di vita, mentre le emorragie intraparenchimali si collocano in un’età intermedia tra l’ictus ischemico e l’emorragia subaracnoidea, verosimilmente anche per la differenza tra le emorragie a sede tipica, caratteristiche dell’anziano, ed a sede atipica, più frequenti nel paziente più giovane.

C’è qualcosa che si può fare per prevenirla?

Nella stragrande maggioranza dei pazienti, che pertanto non sono portatori di condizioni predisponenti all’emorragia, l’unica strategia di prevenzione riguarda il controllo dei fattori di rischio per stroke emorragico, comuni a quelli per l’ictus ischemico e per l’infarto del miocardio. È pertanto fortemente suggerito un rigoroso controllo della pressione arteriosa, dei livelli ematici di colesterolo, del peso corporeo e l’astensione dal fumo di sigaretta.

Cosa succede effettivamente durante un’emorragia cerebrale?

L’emorragia cerebrale consiste nella rottura di un vaso cerebrale con il conseguente stravaso di sangue nel parenchima cerebrale (emorragia intraparenchimale) o nello spazio tra le meningi cerebrali (in caso di emorragia subaracnoidea). Mentre nel secondo caso l’emorragia è maggiormente riproducibile, in quanto caratterizzata da intensissima cefalea e generalmente da successiva perdita di coscienza, nell’emorragia intraparenchimale la sintomatologia è strettamente dipendente dalla sede della lesione, così come avviene nell’ictus ischemico. Un’improvvisa perdita di forza ad uno o più arti (generalmente dallo stesso lato), un improvviso disturbo del linguaggio o della vista sono tutti disturbi che devono subito indurre il paziente a recarsi presso il più vicino pronto soccorso, in quanto potrebbero essere spie di un evento ischemico acuto.

Quali sono gli effetti a lungo termine?

Gli effetti a lungo termine non sono quasi mai prevedibili nel breve periodo. L’emorragia cerebrale è sicuramente gravata, in misura notevolmente maggiore rispetto allo stroke ischemico, da elevata mortalità, pari al 40-50% dei casi, anche per l’assenza di una terapia efficace. Il recupero funzionale dopo uno stroke emorragico è molto variabile, potendo variare da una sintomatologia minima con un ottimo recupero funzionale alla completa invalidità in caso di scarso recupero.

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di Francesco Izzo | professore di Strategie e management dell’innovazione (Università della Campania "Luigi Vanvitelli")

Sergio Marchionne, morto ieri 25 luglio 2018, è stato senza dubbio il più grande manager di un’impresa “italiana” degli ultimi trent’anni. Uomo di straripante intelligenza, abilissimo negoziatore, leader naturale, ha agito come un “rivoluzionario” nel cortile angusto del capitalismo familiare italiano, rovesciando muri di ipocrisia e cancellando bizantinismi sterili nelle relazioni fra impresa e istituzioni. Il suo maglioncino nero è stato ben più di un simbolo o di una dichiarazione di intenti.

Certo, non è stato infallibile e ha commesso errori di valutazione e di previsione, ma il suo nome si legherà per lungo tempo a quella che nel 2004, quando assunse il ruolo di amministratore delegato della Fiat, la comunità degli analisti di mercato e degli studiosi di strategie giudicò una missione impossibile: il salvataggio della casa automobilistica torinese.
Quando prende in mano il timone del gruppo di Torino, la situazione appare disperata. Confessa a Gianluigi Gabetti, l’uomo della finanza Fiat, che la società è tecnicamente fallita. «Non stupirti. Noi perdiamo due milioni al giorno, non so se mi spiego. Se fallimento significa non avere i soldi in casa per pagare i debiti, bene, allora noi ci siamo…». L’ultimo triennio si è chiuso con 7,7 miliardi di perdite; 1,5 miliardi solo nel 2004. Le azioni Fiat sono quotate a 1,6 euro.
Dopo quattordici anni, il fatturato del gruppo Fiat Chrysler Automobiles è cresciuto a 111 miliardi di euro di ricavi netti, il debito si è azzerato, le azioni sono volate a oltre 16 euro, il valore di mercato è balzato da 5,9 a 62 miliardi di euro, i dipendenti sono quasi 24o mila distribuiti in 149 stabilimenti, i marchi sono diventati 14. Come è stato possibile?

A guidare l’opera di Sergio Marchionne sono stati due paradossi, l’essere un outsider al quadrato. In primo luogo, sentirsi straniero in patria. Nato in Italia, in Abruzzo, si è formato lontano (è emigrato con i genitori a tredici anni in Ontario, Canada), immerso in una cultura differente, riuscendo a sottrarsi al ritorno in Italia a quell’intreccio vischioso di relazioni perverse fra politica ed economia che ha ostacolato o rallentato per almeno cinquant’anni lo sviluppo naturale delle imprese italiane. Un sistema ingessato che ha protetto per quasi un secolo la Fiat, ma in realtà indebolendo fortemente la sua capacità di competere nei mercati internazionali. Da quell’intrigo, Marchionne si è tenuto fuori, non rischiando mai di restare intrappolato nei compromessi di potere, nei luoghi comuni, nei rituali consociativi. La seconda fortuna di outsider: non avere alcuna conoscenza del mondo automobilistico. Al college ha studiato filosofia (prima di laurearsi in giurisprudenza e conseguire un Mba); è un tassista e un gelataio mancato – almeno ad ascoltare le profezie del padre dopo gli studi in filosofia -; ha lavorato in Sgs, una società svizzera di certificazione, contribuendo a farla crescere rapidamente. E lì che Gabetti lo scopre, restando incantato dalla sua genialità, suggerendone il nome ad Umberto Agnelli come consigliere di amministrazione dell’azienda torinese. Essere fuori dal mondo dell’auto gli ha consentito di ragionare senza barriere ideologiche, di compiere scelte difficili senza pregiudizi, di riscrivere la strategia della Fiat come su un foglio bianco. Fino a plasmare l’organizzazione a sua immagine e somiglianza.

Il 1° giugno 2004, quando comincia la sua avventura in Fiat, rassicura i mercati e i suoi uomini con poche parole, provando a convincere anche se stesso: «Fiat ce la farà; il concetto di squadra è la base su cui creerò la nuova organizzazione; prometto che lavorerò duro, senza polemiche e interessi politici». E da lì comincia una nuova stagione per la casa automobilistica fondata dal senatore Agnelli nel 1899. L’inizio non sarà facile. Comincia a tagliare partendo dalla cima dell’albero, smontando pezzo dopo mezzo un’architettura gerarchica propria della fabbrica novecentesca inadeguata a giocare la partita della contemporaneità.
Racconterà anni dopo a Ezio Mauro in un’intervista a Repubblica: «Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui, nel 2004: giravo tutti gli stabilimenti e poi, quando tornavo a Torino, il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e farli vivere in uno stabilimento così degradato?».
Per capire che cosa è accaduto nell’universo Fiat in questi 14 anni ho scelto cinque date fondamentali per comprendere il disegno strategico di Marchionne, interpretarne le ragioni del successo, spiegarne gli elementi di criticità nel futuro prossimo.

 

L’accordo con General Motors

13 febbraio 2005 Marchionne trova nella pancia della Fiat un accordo societario con la General Motors siglato nel 2010; la società italiana è entrata nel capitale di Gm cedendo il suo 20% con una clausola put: ovvero Detroit si è impegnata ad acquistare anche il restante 80% della Fiat se a Torino decideranno di esercitare l’opzione di vendita. Ma lo scenario del mercato che aveva suggerito a Gm e Fiat di scambiarsi promesse d’amore è profondamente cambiato. La crisi incombe, i titoli crollano, un accordo onorevole per le due parti non si trova. Marchionne vola a Detroit e mostrando i bilanci Gm, e non quelli Fiat, fa comprendere ai manager americani quale pessimo affare sarebbe comprarsi la Fiat. Li convince e torna con 1,8 miliardi di dollari in tasca. Convince anche le banche a convertire il debito in azioni, allentando la morsa dei creditori e riuscendo a compiere il primo fondamentale passo di un processo di turnaround: comprare tempo. A distanza di anni, proverà ad acquisire l’intera Gm, nel tentativo di costruire un grande gruppo globale, ma stavolta l’establishment americano si chiuderà a riccio.

 

Il lancio della Nuova Fiat 500

4 luglio 2007: Da anni la Fiat non riesce ad avere successo nel mercato. Ha perso almeno due cicli di investimento e i suoi modelli ormai sono giudicati sorpassati. Marchionne accelera il processo di innovazione di prodotto e dopo soli 18 mesi lancia una nuova auto, di radicale rottura dal passato per stile e soluzioni di design, e tuttavia con uno sfrontato richiamo alle gloriose tradizioni del made in Italy. La strategia di comunicazione si dispiega nel segno del retro-marketing e di uno storytelling finalmente contemporaneo. Il concept-chiave della campagna gioca rincorrendo e celebrando il mito della Dolce vita, il rosso Ferrari, l’Italia della grande bellezza. «Voglio che la Fiat diventi la Apple dell'auto. E la 500 sarà il nostro iPod», dichiara in un’intervista. La presentazione a Torino è un clamoroso trionfo, sull’onda emotiva delle Olimpiadi invernali, e presto la 500 diventerà un brand e una linea di prodotti, risollevando non solo le finanze ma anche l’immagine della casa automobilistica, recuperando soprattutto spazio e consensi nel target giovanile che da anni aveva abbandonato il marchio Fiat. La 500 consente all’azienda di tornare ad attraversare l’Atlantico con un prodotto iconico, in grado di persuadere il mercato americano che Fiat non significa più “Fix It Again, Tony” (aggiustala un’altra volta, Tonino), come con sarcasmo, e una punta di disprezzo, i consumatori Usa dileggiavano l’acronimo dell’azienda.

 

L’accordo con Chrysler

20 gennaio 2009: È forse il capolavoro di Marchionne. Nel 2008, la Chrysler di fatto è fallita, aderendo al Chapter 11, la procedura che negli Stati Uniti disciplina le crisi d’azienda. Colpa della congiuntura internazionale, ma anche a causa di errate strategie di marketing e del blocco dei salari (70 dollari l’ora contro una media inferiore ai 50 dei concorrenti). Il governo americano intende sbarazzarsene a tutti i costi, proponendola a tutti, ma incassando solo rifiuti. La Fiat intanto è entrata di nuovo in crisi, ma Marchionne è convinto che per uscirne è indispensabile compiere un balzo in avanti nella produzione: «Solo quei gruppi che riusciranno a fabbricare 6 milioni di automobili l’anno saranno in grado di resistere nel futuro». L’acquisizione del marchio americano gli appare come la strada più rapida. Appena Obama si insedia, concordato un drastico piano di riduzione dei costi e negoziato un prestito di otto miliardi di dollari, Marchionne chiude l’accordo e comincia a costruire senza concedersi pause il difficile processo di integrazione fra le due case automobilistiche. Fiat riesce a entrare nel mercato americano con un marchio americano. Da lì a pochi anni, la Jeep Renegade fabbricata in Lucania, nello stabilimento di Melfi, diventerà un bestseller negli Stati Uniti e in giro per il mondo. Il 1° agosto 2014, l’assemblea straordinario dei soci Fiat approverà la fusione fra le due società da cui nascerà Fiat Chrysler Automobiles (Fca): un gruppo non più italiano (sede legale in Olanda, sede fiscale nel Regno Unito), ma con il cervello ancora a Torino e un respiro, per la prima volta nella storia, davvero globale.

 

Il referendum di Pomigliano

22 giugno 2010: È uno dei passaggi più critici nella vita manageriale di Marchionne. La stampa e la politica italiana non soffiano più nella sua direzione. Negli Stati Uniti è osannato, ma in Italia è crocifisso. Lo stabilimento di Pomigliano è forse il più disastrato nella costellazione degli impianti Fiat. Inefficienze, ritardi, assenteismo, falsi invalidi. Ha concordato con i sindacati americani che le regole nel gruppo devono essere le stesse, a Detroit come a Pomigliano.. Propone di ridurre le pause, di spostare la pausa mensa a fine turno, di concedere scatti salariali solo al raggiungimento di determinati risultati di performance; in cambio, 800 milioni di investimento e lo spostamento della produzione della Panda da Tichy, in Polonia. Si scatena una battaglia senza precedenti. Al referendum indetto fra gli operai (95% di affluenza) il Sì vince con il 63%. Nel 2015, tra i 180 stabilimenti nel mondo che aderiscono al World Class Manufacturing (Wcm), lo standard metodologico più sfidante per i processi di produzione industriale, lo stabilimento di Pomigliano si è classificato al primo posto, diventando anche il più efficiente in Italia. Dal 2015 Fca, proprio sulla base del Wcm, paga un premio di produttività a tutti i dipendenti. Brusco e ruvido, Marchionne non ha mai considerato gli operai i suoi nemici, come a torto vorrebbero far credere gli insulti degli haters degli ultimi giorni. «Se sei amministratore delegato devi rinunciare alla felicità», ha detto una volta. Ma forse è ancora più eloquente il passaggio di una sua intervista a La Stampa nel 2007: «Il problema non sono mai stati gli operai. Ma vanno gestiti bene. Andai a Pomigliano d'Arco, due anni fa, e davanti a me un’operaia attaccò un pezzo alla macchina. Brava, le dissi. E lei: “Guardi, dottore, è stata una botta di culo. Di solito ci impiego venti volte a incastrarlo”. L'ingegnere aveva disegnato male il pezzo».

 

L’ultimo piano strategico

1 giugno 2018: «Una volta Hemingway ha scritto: non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a un’altra persona; la vera nobiltà consiste nell’essere superiori a ciò che eravamo ieri».Così esordisce il mese scorso Marchionne presentando il piano industriale 2018-2020 di Fca. L’ultimo sotto la sua guida. Nelle sue intenzioni, è il piano della svolta, la strategia messa in campo per recuperare il tempo perduto negli ultimi anni, colmando il gap dai concorrenti nei progetti di auto elettrica, di motori ibridi, di guida autonoma. «Viviamo in un momento in cui la velocità del cambiamento è esponenziale e siamo chiaramente sul soglia della più grande rivoluzione nel trasporto», osserva consapevole della disruption in atto nel mondo delle automobili. «Non sono minacce per noi. La sfida per i leader del settore è di valutare la necessità di adattamento e impiegare le tecnologie per soddisfare la domanda dei consumatori, ma in modo da evitare sprechi di capitale».

Fca ora guarda al futuro con i debiti azzerati e una redditività ritrovata, finanziariamente florida ma obbligata a non fermarsi, a correre, a innovare: nuovi modelli e processi innovativi, perché la concorrenza è avanti e i venti protezionistici soffiati da Trump rischiano di trasformarsi in tempesta. Ad attendere il nuovo Ceo, Mike Manley, non a caso l’artefice del successo mondiale della Jeep, ci sono la sfida del mercato cinese, forse colta con troppo ritardo, il rilancio vero di Alfa, finora protagonista di almeno due false partenze, la rincorsa tecnologica verso l’auto elettrica e la driverless car.

Vedremo nei prossimi mesi come sarà raccolta l’eredità manageriale di Marchionne. Come ha scritto in una commossa lettera ai dipendenti il presidente di Fca, John Elkann, «ci ha insegnato a pensare diversamente e ad avere il coraggio di cambiare, spesso anche in modo non convenzionale, agendo sempre con senso di responsabilità per le aziende e per le persone che ci lavorano. Ci ha insegnato che l’unica domanda che vale davvero la pensa farsi, alla fine di ogni giornata, è se siamo stati in grado di cambiare qualcosa in meglio, se siamo stati capaci di fare una differenza».

 

Fca è senza dubbio cambiata in meglio. Ce ne siamo accorti anche noi. Da qualche anno, grazie a un progetto curato dal prof. Mario Sorrentino, il Dipartimento di Economia a Capua ospita l’evento finale dell’Innovation Awards for Millennials, un premio che Fca ha voluto riservare agli studenti delle regioni del Mezzogiorno che ospitano uno stabilimento del gruppo per invitarli a riflettere sul futuro, non solo dell’automobile (http://www.millennials-fca.com/). Il prossimo 27 settembre terremo da noi l’edizione 2018. Un segno dei tempi e della grande trasformazione dell’azienda.

Alla fine di agosto del 2016, Sergio Marchionne pronunciò una frase davanti a una platea affollata di studenti universitari. Non l’ho mai dimenticata: «Siate come i giardinieri: investite le vostre energie in modo che qualsiasi cosa facciate duri una vita intera e anche di più».

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"Uno dei disturbi più frequenti dei mesi estivi sono le caviglie e i piedi gonfi. Nella maggior parte dei casi non si tratta di una condizione allarmante e pericolosa, però è estremamente fastidiosa. Quindi è importante fare prevenzione". Così Luigi Elio Adinolfi, Direttore della Divisione di Medicina interna dell'Università Vanvitelli a Di Più. Ma qual è la prevenzione da effettuare? Tutte le risposte nello speciale d'estate.

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Alla Vanvitelli un percorso di aggiornamento per il personale dei musei campani per lo sviluppo del Sistema Museale Nazionale. 

Mercoledì 25 luglio, alle ore 15,00, presso l’Aula Appia del Dilbec, Nadia Barrella, docente di Museologia, darà vita ad un incontro di presentazione del progetto I livelli Uniformi di qualità per i musei locali della Campania. Percorsi di aggiornamento e formazione del personale.
Finanziato dalla Regione Campania, il progetto di cui la Prof. Barrella è direttrice, avrà luogo tra settembre e ottobre e coinvolgerà circa 40 operatori museali della Campania. Obiettivo del progetto è la formazione continua del personale dei musei campani innanzitutto di quelli appartenenti ad enti diversi dallo Stato. Partendo dal presupposto che i musei sono un servizio pubblico di straordinaria importanza per lo sviluppo del territorio e, soprattutto, considerando l’importanza della presenza di personale qualificato al loro interno, il corso, anche alla luce della pregressa esperienza formativa dedicata alla redazione della Carta dei servizi e che ha portato ad interessanti esiti in termini di crescita di competenze negli addetti ai musei e di aggiornamento degli stessi istituti, mira ad aggiornare sui nuovi livelli uniformi di qualità dei musei per l’accesso al Sistema Museale nazionale.
I temi degli incontri seguiranno i nuovi standard ministeriali ( D.M. 113 del 21 febbraio 2018) e le tre macroaree del decreto: organizzazione del museo, collezioni ( gestione), comunicazioni e rapporti con il territorio.

Gli argomenti di dettaglio delle 5 giornate sono i seguenti

Regolamento del museo
Piano annuale delle attività
Registrazione, documentazione e catalogazione del patrimonio
I rapporti con il pubblico, la comunicazione i rapporti con il territorio
Organizzazione degli spazi museali - Esposizione permanente

Le lezioni saranno affidate ad esperti di musei e a docenti dell’Ateneo . “Aprirsi alla società e mettere a punto attività finalizzate al rafforzamento dell'interazione con il territorio regionale in cui opera, è uno dei principali obiettivi del nostro Ateneo che intende la Terza missione soprattutto come trasferimento di conoscenza alle istituzioni, agli enti locali e alle imprese - afferma Nadia Barrella, coordinatrice del progetto. - La terza missione è complessa ed eterogenea. Ci richiede di essere veicolo per la diffusione delle innovazioni e dei cambiamenti e garanzia di crescita e miglioramento per il territorio in cui è insediata e di operare in direzione del rafforzamento dell’interazione tra Università e società, fornendo strumenti e servizi in grado di favorire la crescita culturale ed economica soprattutto del territorio in cui opera". 

"Lavoro da sempre sul patrimonio culturale materiale e immateriale - aggiunge - e intendo questo tipo di azione come linea strategica e prioritaria per la qualità della vita delle persone, per lo sviluppo sostenibile, per la promozione di un territorio e, più in generale, per lo sviluppo di imprese nella cui immagine e nei cui prodotti intervengono fattori place specific. Il museo, soprattutto quello locale, può essere un’istituzione fondamentale per il raggiungimento di questi obiettivi e può diventare risorsa e premessa per avviare il processo di sviluppo, valorizzazione e coinvolgimento delle comunità locali”.

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L’estate è arrivata e la scuola è finita. I bambini sono felicissimi di poter spendere le proprie giornate tra mare, giochi e amici. E i genitori? Quale sono le scelte migliori da fare?

Scopriamolo con il professor Roberto Marcone, docente di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli.

Come possono prepararsi i genitori all’ondata di ore libere che invaderà le giornate dei propri figli ora che la scuola è finita?

 

Quando la scuola finisce i genitori tendono per necessità a richiedere supporto ai familiari, come i nonni e gli zii, e a lasciare che i bambini stiano a casa per giornate intere. È preferibile invece prediligere campi estivi che siano quanto più strutturati possibile con attività che tengano alta la curiosità dei bambini e che gli permettano di stare con i loro pari.

Ci sono degli errori tipici nella gestione del tempo dei figli che in questi casi andrebbero evitati?

 

L’errore da evitare è ricercare semplicemente il campo più economico e più vicino casa. L'impegno genitoriale sarà quello di verificare e informarsi sulla gestione delle esperienze da far fare ai propri figli, su ciò che tali campi propongono come attività ed esperienze, tenendo anche in considerazione che esistono delle regole ben precise sulla proporzione numero di educatori e numero di bambini (1 a 6 per bambini fino a 3 anni, 1 a 25 per bambini fino ai 10 anni).

Quanto è importante il tempo libero nella giornata di un bambino?

 

Il tempo libero è l’essenza del bambino. Perlomeno sotto i dieci anni, fa parte della crescita imparare a gestire il proprio tempo libero in maniera autonoma. Il tempo libero va utilizzato in tutte le maniere possibili affinché quel tempo sia per il bambino sempre produttivo, ivi compreso la noia, che è una componente importante.

In che senso la noia può essere produttiva per il bambino?

 

Il pensiero di cosa sia la noia spinge il bambino a imparare a sopportare, gestire e riempire i tempi morti. È un’attività estremamente produttiva, che gli permette di imparare ad autogestirsi e inventarsi qualcosa per utilizzare il tempo che ha a disposizione.

Cosa comporta l’iper-impegnare i bambini?

 

Tra calcetto, danza, violino, pianoforte, catechismo, scuola di recitazione e quant’altro, con già tanti compiti a casa che li aspettano - che io continuo a ritenere non necessari in una scuola primaria a causa della già abbondante attività didattica fatta a scuola -, il genitore che riempie il bambino di impegni precostituiti non sta fornendo al bambino le giuste strategie per utilizzare il proprio tempo libero: in effetti non gliene sta dando.

E le nuove tecnologie che posto occupano nel tempo libero dei bambini?

 

Se ben utilizzate, le nuove tecnologie sono straordinariamente importanti nello sviluppo di capacità di ragionamento e di processamento dell’informazione per il bambino. Un bambino che non abbia appreso l’utilizzo delle nuove tecnologie, che non sappia giocare alla Play Station o alla Wii, è un bambino che è fuori dal mondo attuale. Nella gestione del tempo libero ci deve essere uno spazio dedicato al videogioco. Ovviamente se questa diventa l’unica opzione, questo può essere dannoso per la crescita del bambino. Ancor più della quantità, è la qualità del tempo speso quello che conta: i genitori devono attenersi al PEGI presente su ogni videogioco ed essere presenti, almeno inizialmente, durante l'attività ludica al videogioco per verificare la "bontà" del gioco stesso. 

I bambini “non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere”, avrebbe detto Plutarco. Lei cosa ne pensa?

 

I bambini hanno una fiamma dentro di loro determinata dalla loro innata curiosità verso il mondo. Noi adulti abbiamo il compito di alimentare e indirizzare questa fiamma verso i talenti e le propensioni dei singoli bambini per far sì che da un lato non si spenga mai, dall’altro che non crei un incendio incontrollato.

Quali sono le potenzialità dei bambini?

 

I bambini sono innatamente curiosi e attivi e volitivi nella continua ricerca di nuovi stimoli. Hanno inoltre la capacità impressionante di cadere e rialzarsi con il sorriso per riprovarci altre mille volte senza mai provare un minimo di frustrazione nel fallimento: la loro fiamma non va abbandonata.

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Giovani, appassionati, determinati. Sono Anna, Nadia e Pietro, studenti all'Università Vanvitelli e vincitori ai Campionati Universitari 2018. Quando hanno iniziato a fare sport? Come coniugano l'attitivà fisica con lo studio? E nel futuro, come si vedono, più atleti o più professionisti? Ecco le storie dei nostri studenti. 

Oro al free style, successo per la studentessa Anna Formicola 

Combattimento e Forme, bronzo per la studentessa Nadia Piccegna

Campione Nazionale Universitario di Taekwondo, Pietro d’Angelo si racconta al Vanvitelli Magazine

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Incidente mortale sul volo 1380 della Southwest Airlines.

a cura di Emanuele Martelli e Aniello Riccio.

Il fatto.
Il 17 Aprile 2018 il Boeing 737-700 decolla dall’Aeroporto La Guardia di New York verso Dallas (Texas). A bordo ci sono 144 passeggeri e 5 membri di equipaggio. Quasi al raggiungimento della quota di crociera, a bordo si sente una forte esplosione, vari frammenti colpiscono la fusoliera ed uno in particolare causa la rottura di un finestrino. Questo provoca una violenta fuoriuscita d’aria e la depressurizzazione della cabina. Una passeggera, Jennifer Riordan di Albuquerque, Nuovo Messico, rimane uccisa dopo essere stata quasi risucchiata fuori. In cabina di pilotaggio intanto, la comandante Shults stabilizza l’aeroplano e avvisa il Controllo del Traffico Aero che farà un atterraggio di emergenza. La comandante Shults è un ex-pilota della U.S. Navy, in particolare ha pilotato i caccia F-18, effettuando un numero notevole di decolli ed atterraggi da portaerei (forse la manovra più difficile per un pilota di caccia). A testimonianza della difficoltà che comporta l’atterraggio con un caccia di nuova generazione su una portaerei, molti piloti intervistati hanno paragonato tale manovra al “tentativo di colpire un francobollo con la lingua lanciandosi dalla finestra del secondo piano”. Un pilota di caccia imbarcato ha nervi d’acciaio e controllo totale del mezzo. Probabilmente grazie anche a queste esperienze di volo “estreme”, la comandante Shults riesce a far atterrare il Boeing con un motore solo e a salvare passeggeri ed equipaggio.

Cosa è successo?
Il National Transportation Safety Board ha fatto partire immediatamente un’indagine sull’incidente. Il motore in questione è un turbo-ventola CFM56-7B prodotto dalla CFM, una joint-venture tra l’americana General Electric e la francese SNECMA. Il presidente dell’agenzia, Robert L. Sumwalt, ha riferito che gli investigatori hanno subito notato che una paletta della ventola era mancante e sono state trovate prove di una rottura per fatica della paletta, il cui distacco ha provocato la rottura della cappottatura del motore. Questo ha generato i frammenti che hanno colpito la fusoliera e rotto il finestrino. Un episodio simile è avvenuto nell’agosto del 2016 con la stessa compagnia aerea e con lo stesso tipo di velivolo. In quel caso fortunatamente non ci furono vittime, anche se l’aereo fu danneggiato seriamente e il pilota fu costretto ad un atterraggio di emergenza. Nella foto è riportata la vista frontale del motore. La schiera di palette che si vede in evidenza a valle della presa d’aria costituiscono la ventola (fan in inglese) del motore a turbo-ventola. Questo tipo di motori sono concepiti per abbattere il consumo di combustibile, quindi l’inquinamento, ed il rumore, altro requisito essenziale per la sostenibilità ambientale. E come fanno? La ventola ha lo scopo di comprimere una grossa massa d’aria, che viene poi accelerata a bassa velocità in un ugello. La potenza alla ventola viene fornita da un ciclo turbo-gas, di fatto identico a quelli che si usano negli impianti di produzione dell’energia. Si può dimostrare che “creare” la spinta con un getto a bassa velocità permette di abbattere i consumi di combustibile. Per contro, poiché la velocità è appunto bassa, è necessario trattare grosse portate d’aria (la spinta è infatti grosso modo il prodotto tra la portata d’aria e la velocità di uscita del getto). Ma grosse portate implicano grossi diametri per “inghiottire” più aria possibile e questo rende la progettazione della pala della ventola molto critica.

Fatica e metodi di ispezione.
Il fenomeno della Fatica è strettamente correlato al primo aereo di linea a reazione il “de Havilland DH.106 Comet” che entrò in servizio il 2 maggio 1952. Dopo appena un anno di onorato servizio (scali ridotti, tempi per arrivo a destinazione quasi dimezzati, confort per i passeggeri enormemente aumentato) il DH.106 Comet fu protagonista di numerosi incidenti che si verificarono in rapida successione provocando numerose vittime e conducendo alla sospensione dell’attività dei Comet. Quella che ne seguì divenne una delle più approfondite indagini tecniche fino ad allora realizzate; il compito dei tecnici della de Havilland era ovviamente duplice: ricercare le cause di tanti incidenti e tentare (per quanto possibile) di ricostruire la fiducia nei confronti del loro velivolo, dissoltasi in un brevissimo lasso di tempo. A conclusione dell’inchiesta si determinò che la causa principale era il progressivo indebolimento della fusoliera con lacerazioni che si propagavano dalle aperture di finestrini e antenne del sistema ADF (Automatic Direction Finder) . In questa occasione si capì che l’aeronautica non era immune al fenomeno della fatica, ovvero quel fenomeno per cui una lunga ripetizione ciclica di carichi, anche non troppo intensi, può far nascere e crescere una o più cricche nel componente, fino a portarlo a rottura. Fra gli anni 20 e 40 l’uso del legno, materiale poco vulnerabile a questo fenomeno, e il volo a bassa quota non avevano comportato grosse problematiche di questo tipo; il Comet invece, a causa del continuo alternarsi di ben più intense condizioni di pressurizzazione fra aria e terra, introduceva carichi ciclici più danneggianti e utilizzava materiali più deboli contro la fatica, come l’alluminio. Ancora oggi, l’esperienza del Comet ha reso l’industria aeronautica molto meno disposta al cambiamento di quanto si possa credere: c’è una certa diffidenza verso nuove soluzioni di cui non si ha una lunga storia registrata. Da allora, ogni componente del velivolo è progettato per resistere al fenomeno della fatica ed al fine di scongiurare incidenti sono previste ispezioni cicliche di parti critiche del velivolo. Il tipo di ispezione applicato in una particolare zona dipende da: accessibilità, tipo di difetto, materiale del componente in esame e sezione del componente: costante o variabile. Nel settore aeronautico le metodologie di controllo non distruttivo adottate sono: la magnetoscopia, i liquidi penetrati, gli ultrasuoni, la termografia e le correnti indotte. Nel caso in esame sembra che la frattura riscontrata sulla paletta che si è staccata, fosse localizzata in una zona non visibile e quindi sfuggita alle ispezioni visive che solitamente vengono effettuate su tali componenti. Il National Transportation Safety Board ha raccomandato, quindi, alle compagnie aeree di eseguire ispezioni non distruttive con macchinari specifici ad ultrasuoni per verificare lo stato delle palette, in particolare la presenza di fratture non visibili ad occhio nudo in motori che hanno superato i 30,000 cicli operativi, dove per ciclo operativo si intende la sequenza di accensione, decollo, volo, atterraggio e spegnimento. Questo episodio testimonia il fatto che anche le più sofisticate macchine che l’uomo è in grado di concepire e costruire non sono esenti da difetti e problematiche non considerate in fase di progettazione. Pur essendo, il velivolo, il mezzo statisticamente più sicuro per viaggiare, la sua progettazione e manutenzione necessita di sempre più alti livelli di attenzione al fine di mantenere ed aumentare gli attuali standard di sicurezza. Infine, il perfezionamento e la messa in sicurezza di sistemi di trasporto complessi, alcune volte può avere un costo in vite umane, come del resto è avvenuto ed avviene in altri settori dell’ingegneria.

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Ci vogliono di 2 anni per diagnosticarla e colpisce fino a due milioni italiani. E’ la fibromialgia, una malattia cronica non articolare, difficile da diagnosticare, che colpisce prevalentemente le donne tra 20 e i 50 anni, in cui il dolore muscolo scheletrico è il sintomo principale, ma non il solo.

Cosa è la malattia
La fibromialgia, detta anche sindrome fibromialgica, è una malattia complessa e debilitante caratterizzata da dolore muscolare diffuso e astenia, associato a rigidità e ad una vasta gamma di disturbi funzionali che possono compromettere la qualità della vita dei pazienti. Questa condizione viene definita “sindrome” proprio poiché esistono segni e sintomi clinici che sono contemporaneamente presenti. 

I sintomi
Tanti i sintomi che caratterizzano la malattia: stanchezza e affaticamento, il sonno non ristoratore, la cefalea, disturbi dell’umore, disturbi cognitivi, le parestesie, il colon irritabile, i disturbi genito-urinari, ed è per questo che il percorso per effettuare una diagnosi è lungo e complesso. “La diagnosi finale e la conseguente terapia del paziente fibromialgico è affidata allo specialista reumatologo - spiega Rosella Tirri, dell'Unità operativa di Reumatologia al Dipartimento di Internistica Polispecialistica dell'Università Vanvitelli. - A tutt’oggi, la fibromialgia risulta essere una sindrome tra le più controverse in ambito reumatologico e algologico, per la quale non esistono tecniche laboratoristiche o strumentali definite e dunque, la diagnosi è prevalentemente clinica”. Il dolore lamentato dal paziente fibromialgico è descritto in una varietà di modi, che vanno dalla sensazione di bruciore, alla rigidità, alla contrattura, ed assumono una variabilità estrema da paziente a paziente, sia in termini di intensità che di localizzazione.“Spesso la malattia varia in relazione ai momenti della giornata, ai livelli di attività, alle condizioni atmosferiche, ai ritmi del sonno e allo stress - continua la Tirri. - In genere i sintomi possono essere aggravati dall’inattività e dall’iperattività, e anche lo stress, fisico o psichico, è noto come fattore di peggioramento del dolore, mentre una moderata attività fisica può fornire giovamento". 

La diagnosi
“La Fibromialgia è una patologia spesso poco riconosciuta e trascurata, la diagnosi e il trattamento rappresentano una vera sfida per il paziente e per il medico – spiega la docente. - Occorrono in media anche più di 2 anni, in Italia si arriva anche a 4 nei casi più critici, affinché venga posta la diagnosi di Fibromialgia, con una media di 3,7 consultazioni con differenti specialisti prima della diagnosi definitiva”. La gestione ottimale del paziente affetto da fibromialgia richiede una diagnosi tempestiva ed un inquadramento globale comprendente la valutazione del dolore, della funzione fisica e del contesto psico-sociale, seguito da un approccio terapeutico necessariamente mutidisciplinare e interdisciplinare, ovvero farmacologico, riabilitativo e psicologico. 

Le terapie
I farmaci che si sono ad oggi dimostrati più efficaci sono quelli che agiscono a livello del sistema nervoso centrale.
 "Antidepressivi, miorilassanti, anticonvulsivanti sono tra i trattamenti  più utilizzati; è inoltre utile l’introduzione di analgesici e in questo ambito sono allo studio i Cannabinoidi - conclude l'esperta. - L'esercizio fisico è fondamentale per il paziente fibromialgico e ad esso oggi è assegnato un alto livello di raccomandazione, inparticolare per i suoi effetti benefici sul dolore, sulla funzione fisica e sullo stato di salute. La terapia fisica potrebbe inoltre essere combinata con altre terapie non farmacologiche, come ad esempio l’idroterapia e l’agopuntura. Può essere indicato in alcuni casi il supporto psicologico, in genere a seguito di adeguata valutazione da parte dello psicologo".

Come dimostrano gli oltre 200 studi pubblicati sul tema solo dall‘inzio dell'anno fino ad oggi, sono stati fatti nel corso degli ultimi anni numerosi sforzi per comprendere, studiare e curare la Fibromialgia al fine di migliorare la qualità della vita dei pazienti che ne sono affetti.

 

A cura di Rosella Tirri, Unità Operativa di Reumatologia - Dipartimento di Internistica Polispecialistica

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di Vincenzo Pepe, Presidente Nazionale di Fare Ambiente e professore di Diritto dell'ambiente all'Università Vanvitelli

Il 22 marzo 2018 si celebra il 25esimo anniversario della Giornata mondiale dell'acqua (World Water Day) istituita dalle Nazioni Unite per sensibilizzare in merito a un uso responsabile di un bene fondamentale per la sopravvivenza. Secondo il rapporto mondiale 2018 sulle risorse idriche dell'Unesco si stima che 3,6 milioni di persone abitano in zone deserte, e che questa cifra è destinata a crescere fino a 10 milioni nel 2050. Un conflitto fortissimo, che fa decadere uno dei diritti fondamentali della vita dell'uomo, perchè senza acqua non c'è vita stessa. Porre in essere dei programmi indirizzati al risparmio della risorsa idrica è fondamentale per la risoluzione del problema, creando, allo stesso tempo, una cultura della solidarietà tra chi consuma molta acqua e quelli che non hanno acqua per sopravvivere. Mille bambini muoiono ogni anno per cause inerenti l'acqua, mancanza d'acqua o scarsa qualità dell'acqua. Per farci un'idea più precisa, la Commissione Mondiale ha decretato che ogni essere umano ha bisogno di almeno 40 litri al giorno di acqua per soravviviere. Ebbene, noi ne utilizziamo 40 litri solo per fare la doccia. Il diritto all'acqua è la vita stessa e come cittadini abbiamo il dovere di limitare l'utilizzo dell'acqua stessa.

Fonte: Rai Radiouno del 22.03.2018

 

 

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